"Grunge: 1. sporcizia; 2. persona orribile e cattiva, repellente. Grungy: sporco e maleodorante". Così riporta il dizionario dello slang americano di Richard A. Spears. Non che il termine punk avesse un significato migliore: è il destino di chi vive fino in fondo il rock'n'roll. Il grunge, per certi versi, un po' sporco lo era, se non altro per l'inedito incrocio di stili (punk, hard rock, psichedelia) che ne caratterizzò la vita. Nato sul finire degli anni Ottanta, il grunge si è mosso in un perimetro insolitamente ristretto (Seattle e dintorni) ed è finito con l'eco dello sparo che ha messo fine alla vita di Kurt Cobain. E proprio come per il punk, si continua a discutere sui soliti argomenti che animano il "post" delle scene rock: è ancora vivo? Cosa ne resta? Fu vera gloria?
Tralasciando l'aspetto legato alla moda, abituata a vampirizzare gli stili di strada rimasticandoli a intervalli di tempo regolari (le camicie a scacchi e i jeans strappati corrono e ricorrono nei cataloghi del fashion), il grunge oggi, più che uno stile, è una suggestione tenuta in vita da una pattuglia di sopravvissuti che (in molti casi, non in tutti) mantiene dignità e seguito. Dei vecchi eroi di Seattle restano in pista i Pearl Jam, che continuano a produrre dischi e, soprattutto, a regalare spettacoli live di grande intensità supportati ancora oggi da una massa imponente di irriducibili fan. Più classic rock che alternative, ma l'atteggiamento resta encomiabile. Saranno in Europa a giugno, con due tappe anche in Italia: il 20 a Milano e il 22 a Trieste.
I tanti nostalgici dei Nirvana si consolano con i Foo Fighters di Dave Grohl, band prolifica in cui milita anche il chitarrista Pat Smear, che accompagnò i Nirvana nel loro ultimo anno di vita. Successi mondiali (nel 2012 sono arrivati cinque Grammy per l'album "Wasting Light"), grandi stadi e megafestival: Grohl è ormai una star internazionale, uscita definitivamente dal cerchio degli eroi della scena alternative, e tracce di grunge, nella sua musica, sono riapparse proprio in "Wasting Light" dopo anni vissuti all'insegna della varietà.
Gli Alice In Chains, 35 milioni di dischi venduti, hanno sfidato ogni logica tornando insieme dopo la morte del cantante Layne Stayley, uno dei simboli della scena di Seattle, caduto vittima delle droghe nel 2002. Con William DuVall nel ruolo di cantante, la band guidata da Jerry Cantrell (che per la verità ha sempre respinto ogni legame con la scena grunge) ha ripreso a tempo pieno la sua attività.
Della pattuglia dei reduci fanno parte anche i Soundgarden, riuniti dopo una lunga pausa segnata soprattutto dalle avventure artistiche (non indimenticabili, anche se arricchite dal singolo "You Know My Name", canzone guida di "007 - Casino Royale") del cantante Chris Cornell: recentemente è uscita una super ristampa di "Superunknown", il disco che li consacrò a livello mondiale e che compie vent'anni, e la band è tornata a macinare concerti in giro per il mondo.
Più defilato Mark Lanegan, ex vocalist degli Screaming Trees, che continua a sfornare album e a esibirsi dal vivo con una ammirevole coerenza artistica, mentre resistono i vecchi Melvins, considerati i padri dell'intera scena, fedelissimi a se stessi e alla loro linea di artisti fuori schema: zero business e totale libertà di gestione umana e musicale.
Ma il punto è proprio questo: cosa resta in tutti questi vecchi protagonisti dello spirito di quei giorni? La grande ossessione di Cobain è sempre stata quella di non finire inghiottito nelle paludi del business. Indipendenza e libertà creativa erano i fondamenti di quella scena caotica, difforme, rivoluzionaria più nella sua mentalità che nei contenuti strettamente musicali. Oggi i contorni sono molto più sfumati, e musicalmente molto più deludenti. Per alcuni resta un'idea, un modo di vivere il proprio ruolo con dignità e autonomia. Ma di "sporco" rimane ben poco.
I nostalgici ritrovano tracce del passato nelle pieghe dei dischi di band celebrate come Alter Bridge, Bush (gli epigoni inglesi dei gruppi di Seattle), Deftones o negli amatissimi Queens Of The Stone Age guidati da Josh Homme. O continuano a cercarle nei lavori degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan, che pure hanno abbandonato quelle suggestioni dai tempi di "Siamese Dream" (era il 1993) e che adesso annunciano due album di inediti per il 2015.
Ma il sogno grunge è morto insieme a Cobain. "Sono cresciuto negli anni del grunge", ha dichiarato tempo fa Jack White, artista simbolo del rock anni Duemila, "e quando ho iniziato a suonare, se sul palco non indossavi una maglietta e dei jeans non eri considerato 'vero'. L'ho sempre trovato ridicolo". Restano in vendita souvenir e cartoline, e ognuno prova a vendere le sue memorabilia meglio che può.
Tralasciando l'aspetto legato alla moda, abituata a vampirizzare gli stili di strada rimasticandoli a intervalli di tempo regolari (le camicie a scacchi e i jeans strappati corrono e ricorrono nei cataloghi del fashion), il grunge oggi, più che uno stile, è una suggestione tenuta in vita da una pattuglia di sopravvissuti che (in molti casi, non in tutti) mantiene dignità e seguito. Dei vecchi eroi di Seattle restano in pista i Pearl Jam, che continuano a produrre dischi e, soprattutto, a regalare spettacoli live di grande intensità supportati ancora oggi da una massa imponente di irriducibili fan. Più classic rock che alternative, ma l'atteggiamento resta encomiabile. Saranno in Europa a giugno, con due tappe anche in Italia: il 20 a Milano e il 22 a Trieste.
I tanti nostalgici dei Nirvana si consolano con i Foo Fighters di Dave Grohl, band prolifica in cui milita anche il chitarrista Pat Smear, che accompagnò i Nirvana nel loro ultimo anno di vita. Successi mondiali (nel 2012 sono arrivati cinque Grammy per l'album "Wasting Light"), grandi stadi e megafestival: Grohl è ormai una star internazionale, uscita definitivamente dal cerchio degli eroi della scena alternative, e tracce di grunge, nella sua musica, sono riapparse proprio in "Wasting Light" dopo anni vissuti all'insegna della varietà.
Gli Alice In Chains, 35 milioni di dischi venduti, hanno sfidato ogni logica tornando insieme dopo la morte del cantante Layne Stayley, uno dei simboli della scena di Seattle, caduto vittima delle droghe nel 2002. Con William DuVall nel ruolo di cantante, la band guidata da Jerry Cantrell (che per la verità ha sempre respinto ogni legame con la scena grunge) ha ripreso a tempo pieno la sua attività.
Della pattuglia dei reduci fanno parte anche i Soundgarden, riuniti dopo una lunga pausa segnata soprattutto dalle avventure artistiche (non indimenticabili, anche se arricchite dal singolo "You Know My Name", canzone guida di "007 - Casino Royale") del cantante Chris Cornell: recentemente è uscita una super ristampa di "Superunknown", il disco che li consacrò a livello mondiale e che compie vent'anni, e la band è tornata a macinare concerti in giro per il mondo.
Più defilato Mark Lanegan, ex vocalist degli Screaming Trees, che continua a sfornare album e a esibirsi dal vivo con una ammirevole coerenza artistica, mentre resistono i vecchi Melvins, considerati i padri dell'intera scena, fedelissimi a se stessi e alla loro linea di artisti fuori schema: zero business e totale libertà di gestione umana e musicale.
Ma il punto è proprio questo: cosa resta in tutti questi vecchi protagonisti dello spirito di quei giorni? La grande ossessione di Cobain è sempre stata quella di non finire inghiottito nelle paludi del business. Indipendenza e libertà creativa erano i fondamenti di quella scena caotica, difforme, rivoluzionaria più nella sua mentalità che nei contenuti strettamente musicali. Oggi i contorni sono molto più sfumati, e musicalmente molto più deludenti. Per alcuni resta un'idea, un modo di vivere il proprio ruolo con dignità e autonomia. Ma di "sporco" rimane ben poco.
I nostalgici ritrovano tracce del passato nelle pieghe dei dischi di band celebrate come Alter Bridge, Bush (gli epigoni inglesi dei gruppi di Seattle), Deftones o negli amatissimi Queens Of The Stone Age guidati da Josh Homme. O continuano a cercarle nei lavori degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan, che pure hanno abbandonato quelle suggestioni dai tempi di "Siamese Dream" (era il 1993) e che adesso annunciano due album di inediti per il 2015.
Ma il sogno grunge è morto insieme a Cobain. "Sono cresciuto negli anni del grunge", ha dichiarato tempo fa Jack White, artista simbolo del rock anni Duemila, "e quando ho iniziato a suonare, se sul palco non indossavi una maglietta e dei jeans non eri considerato 'vero'. L'ho sempre trovato ridicolo". Restano in vendita souvenir e cartoline, e ognuno prova a vendere le sue memorabilia meglio che può.