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MUSICA

Ian Anderson: "Non volevo essere un Clapton di terza mano, per questo scelsi il flauto"

Il leader dei Jethro Tull pubblica un nuovo album solista, "Homo Erraticus" pieno di profezie e rivelazioni, tra rock, folk e metal. Con la sua band (che tornerà in Italia a luglio) ha venduto 60 milioni di dischi, entrando nella storia del rock. "Ma non ho mai ascoltato la musica contemporanea, neanche adesso. Non ascolto nulla, se non classica"

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MILANO - Giacca da pescatore, pantaloni di tela e un borsello appoggiato vicino, l'uomo seduto in un angolo della hall dell'albergo sembra un turista inglese capitato nel posto sbagliato, invece è una rockstar da sessanta milioni di copie vendute. Ha sessantasei anni, un paio di profonde rughe che gli solcano la fronte e un posto assicurato nella storia della musica grazie a dischi come Aqualung e Thick as a Brick. Il suo passato non gli pesa, anzi, quando parla, Ian Anderson non indugia mai nella nostalgia per gli anni Settanta dei Jethro Tull, ricorda tutto in modo asciutto e essenziale, sempre condito da un'alzata di spalle e dal tipico cinismo britannico. "Lo sa quando ho iniziato a capire che sarei riuscito a vivere con la mia musica?" dice serio, fissandoti. "Dopo Aqualung. Era il giugno del 1971 ed era già il quarto album che registravamo con i Tull. Solo in quel momento, quando il nostro agente mi chiamò per dirmi che eravamo al settimo posto in classifica negli Stati Uniti, capii che era fatta, che la mia vita sarebbe stata la musica. Prima no: avevo visto decine di band scomparire nel nulla e io non volevo fare la loro fine".
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E infatti, a cinquant'anni dai sogni di Blackpool e dalla prima band di amici - i Blades, anno di grazia 1962 - Ian Scott Anderson è ancora in piena attività, ancora in sella a quell'intuizione che, nel 1967, gli fece abbandonare la chitarra in favore del flauto, semplicemente perché, "mica volevo diventare un Eric Clapton di terza mano. Non avevo abbastanza talento per la chitarra, così, scelsi di cambiare". Quella decisione gli spalancò le porte del futuro e anche quelle del progressive che lo stesso cantante contribuì a definire con Stand Up, disco che nell'autunno del 1969 fece finire i Tull sullo stesso scaffale di Pink Floyd, King Crimson, Genesis, Camel, Gentle Giant e Yes. "Ma a me piaceva il blues", ghigna Anderson. "Sono cresciuto ascoltando musica più vecchia di me: i dischi jazz di mio padre, il blues dei grandi vecchi americani, la classica, era quella la roba che mi affascinava, che volevo rifare, la mia ambizione erano loro".

Nel 1969 rifiutò di portare i Jethro Tull a Woodstock, poi andò in America con i Led Zeppelin e, durante il tour con gli Eagles, suggerì loro - letteralmente - Hotel California con la sua We used to know, a risentirla ora praticamente un plagio. "Ma io non ho mai ascoltato musica dei miei contemporanei, e nemmeno adesso, ad essere onesto, non ascolto nulla, se non classica. Anzi, no: mia moglie (Shona Learoyd, con cui vive dal 1976, nda) mi ha fatto scoprire di recente un artista che non avevo mai sentito, si chiama Meat Loaf. Lo conosce? Ho ascoltato la sua Life Is A Lemon And I Want My Money Back e l'ho trovata davvero geniale nella sua totale semplicità".
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Semplicità: termine che Anderson usa spesso per altri, non certo per sé e per i suoi lavori, stratificati, complessi, pieni zeppi di significati, esattamente come il nuovo (ottimo) album solista, Homo Erraticus - in uscita il 14 aprile - diviso in tre parti, tra profezie e rivelazioni, rock, folk e metal. Praticamente un libro in musica, quel libro "che un giorno mi piacerebbe anche scrivere, ma non sono abbastanza paziente per la letteratura".

Intanto, in quella che si preannuncia come l'ennesima estate italiana degli inossidabili - dai Rolling Stones a Neil Young - anche i suoi Jethro Tull torneranno in Italia a luglio (il 19 a Brescia), senza rimpianti per i giorni di ieri anche perché oggi Anderson sotto il palco si ritrova padri con i figli, a volte nonni, generazioni che si sono tramandate il culto dei Tull a colpi di Thick as a brick e - non è certo un caso - oggi alcuni loro video su YouTube arrivano anche a punte di tre milioni di visualizzazioni.
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"Cos'è cambiato rispetto agli inizi?", chiede sornione Anderson. "Vediamo. Beh, adesso ci metto molto meno a scrivere una canzone. Dopo così tanti anni c'è molto mestiere, una metodologia precisa con cui riesci a scrivere anche venti o trenta canzoni per un album, senza problemi. La cosa più difficile però rimane sempre scrivere la canzone giusta...". Poi si alza, chiude la giacca da pescatore, ti porge l'indice, ("Scusi, ho un principio di tendinite") e svanisce dietro una porta, lasciando la sua leggenda intatta.