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MUSICA

Jonathan Wilson, rocker dal cuore antico: "I classici del passato non tramonteranno mai"

Ha pubblicato due album con i Muscadine e tre da solista, affermandosi anche come produttore. Le sue jam session casalinghe hanno rivitalizzato il quartiere di Laurel Canyon, a L.A., dove si ritrovavano i protagonisti della controcultura degli anni 60. È in Italia per tre concerti: l'11 a Bologna, il 12 a Roma e il 13 a Milano

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BERLINO - "Qualche giorno fa ero a cena con un gruppo variegato di amici. C'era anche Paul McCartney, mi sedeva davanti, ma a parte qualche frase di circostanza non ho avuto il coraggio di iniziare una vera discussione con lui. L'avessi fatto, avrei finito con l'invitarlo a suonare con me almeno una canzone. Sarei stato troppo male se mi avesse risposto di no e allo stesso tempo non volevo fare la parte del solito fan e così è finita che se anche dovevo chiedergli di passarmi l'acqua mi allungavo più che potevo per prenderla da solo". A vederlo così, con quel look da ribelle, capelli e barba lunga, giacchetta verde militare e lungo ciondolo, Jonathan Wilson sembra uno di quei rocker navigati che ne ha viste e vissute di tutti i tipi.
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Del resto anche la sua biografia lo confermerebbe: a trentanove anni non solo ha già pubblicato due album con i Muscadine e tre da solista (l'ultimo, Fanfare, è uscito lo scorso ottobre), ma ha anche prodotto un buon numero di debutti (tra cui quello dei Dawes, ora band affermatissima). Ed è grazie a lui e alle sue jam session organizzate ogni mercoledì a casa che, qualche anno fa, si era anche cominciato a parlare di una rinascita musicale di Laurel Canyon, quartiere di Los Angeles celebre negli anni 60 per essere il punto di ritrovo dei vari Frank Zappa, Jim Morrison, Love e tanti altri esponenti della controcultura.
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Insomma, ci si aspetta di avere davanti un musicista fatto e finito, ed invece Wilson è di una timidezza disarmante e dietro ogni sua parola (peraltro ogni tanto balbettata) si percepisce una gentilezza d'animo che poche volte si ha modo di trovare in contesti di questo tipo. Sul palco poi (lo ammireremo qualche ora dopo, siamo al Bi Nuu di Berlino) sarà tutta un'altra storia. Wilson ha il fascino, la sicurezza e la voce dei cantanti folk rock dell'america anni 70, come il pubblico italiano potrà presto confermare grazie ai concerti dell'11 aprile al Teatro Antoniano di Bologna, del 12 all'Auditorium Parco della Musica di Roma e del 13 al Teatro Dal Verme di Milano.

Ben tre tappe in Italia: ha un particolare legame con il nostro Paese?
"L'Italia mi piace moltissimo. La prima volta che suonai da voi fu a Lucca un paio di fa. Fu eccezionale. Stavolta ho deciso di chiudere a Milano il tour europeo proprio per avere il tempo di andare poi a visitare le Cinque Terre e girare per la Toscana. Sono luoghi meravigliosi".

La sua musica è stata paragonata spesso a quella di grandi musicisti del passato, certo è un complimento, ma non lo trova anche un limite quando si tratta di scrivere un nuovo repertorio?
"Qualche tempo fa chiacchieravo con Neil Young. Secondo lui il rock ha vissuto un grande momento, ma ormai è passato. Per certi versi lo capisco, ma ciò non toglie che io debba fare ciò che sento e lasciarmi guidare dall'ispirazione. Se poi capita che suonando si possano sentire echi di musicisti del passato, non ci posso fare nulla. Razionalmente non ci penso, mi lascio andare. Del resto anche Bob Dylan, Bruce Springsteen e lo stesso Young in passato hanno attraversato generi e sonorità che già esistevano senza farsi troppi problemi".

Il rock è morto, verrebbe da dire...
"Sicuramente manca la genuinità dei suoni ed è per questo che cerco di registrare tutto in analogico. È molto più caro, a partire dai microfoni, i Neumann U47, ma la differenza si sente ed è per me fondamentale. Il rock però non morirà mai, i grandi classici del passato avranno ancora la capacità di influenzare l'ascolto delle generazioni future".

Come è nata l'idea di organizzare delle jam session a casa sua quando viveva a Laurel Canyon?
"È nato tuttto per caso, a partire dal mio trasferimento nel 2005 in quella zona. Cercavo un luogo tranquillo dove concentrarmi e un mio amico mi trovò questo luogo. Una volta lì ho sentito le vibrazioni del passato e così, una volta, ho invitato qualche amico a suonare liberamente con me nel cortile. A poco a poco la voce si è sparsa e così il gruppo di performer si è allargato coinvolgendo davvero nomi di ogni tipo, da alcuni membri dei Pearl Jam a Jonathan Rice, dalla Steve Miller Band a Gary Louris. Un paio di anni fa però mi sono trasferito ad Echo Park per avere uno studio di registrazione mio, e così anche le jam session sono finite".

Qual è il più grande complimento sulla sua musica che ha ricevuto finora?
"È sul retro di un disco, Croz di David Crosby, uscito pochi mesi fa. Mi è arrivato a casa via posta. C'era scritto: Spero che ti possa piacere anche solo la metà di quanto a me è piaciuto il tuo ultimo album".

Se Paul McCartney accettasse un suo eventuale invito ad una jam session, cosa le chiederebbe di suonare?
"Io alla batteria e lui al basso. Almeno un giro di Eleanor Rigby e poi improvvisazione fino all'alba, come se non ci fosse un domani".