MILANO - Si può essere teatrali nel fare musica e musicali nel fare teatro. Così per Giulio Casale non è cambiato molto quando nel 2003 ha abbandonato - e di fatto sciolto - gli Estra per darsi al teatro (e diventare rapidamente uno degli attori di punta della scena civile, portandoci Gaber, De Andrè, i poeti della Beat generation e molto altro). E non è cambiato molto adesso che ha rimesso assieme la band che negli anni Novanta era diventata di culto nell'indie rock italiano, accanto a Marlene Kuntz, Afterhours, CSI, Casino Royale e altre. Una reunion che gli Estra, oltre a Casale Eddy Bassan (basso), Nicola Ghedin (batteria) e Abe Salvadori (chitarra) più la new entry Stefano Andreatta (polistrumentista), celebrano con quattro concerti. Lo scorso week end sono partiti dalla loro città, Treviso, ieri erano al Tunnel di Milano, stasera al Viper Club di Firenze e il 23 all'Init di Roma. "Ma abbiamo già ricevuto varie richieste per l'estate, quindi tireremo avanti almeno fino a settembre".
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E poi? Chiudete già di nuovo?
"Chi lo sa? Sa, questa è una reunion un po' particolare".
Ecco, ce la racconti.
"L'amore ha le proprie leggi, spesso va a cicli, e una band è più complicata di un matrimonio. Allora fu assolutamente fisiologico lasciarci quando abbandonai Treviso per venire a Milano. Non avevamo litigato, fu solo un ammettere quel che da tempo accadeva già, che ognuno curava propri progetti artistici alternativi. L'anno scorso poi sostenemmo la vittoriosa campagna elettorale di Giovanni Manildo a sindaco della nostra città, e ci ritrovammo sul palco per festeggiare. Ci è bastato guardarci negli occhi per capire che avevamo di nuovo voglia. Ma senza programmi precisi, andiamo avanti fino a quando ci divertiremo e finché la gente ce lo chiederà. Ci piace imporvvisare".
Ci spieghi meglio questo suo pendolare tra musica e teatro.
"Pendolare è la parola giusta, dato che continuo ad alternare le due attività. Con Andrea Scanzi sto continuando lo spettacolo-recital Le cattive strade su Fabrizio De Andrè. In effetti sono un po' dissociato mentalmente, alla Pessoa. Ma mi diverto così, e non penso affatto di mollare il teatro, per la gioia delle due agenzie che mi seguono e che devono fare convivere le date".
Non ha rimpianti? Ai tempi eravate molto considerati, con il vostro noise rock alla Sonic Youth: scarno, duro, potente, scavato come la sua voce. Eppure avete mollato prima del successo.
"È vero. Avremmo potuto. Ma forse non abbiamo voluto, in fondo. Una delle cose che fecero finire la scena indie del cambio di millennio fu la rincorsa al successo. Ci furono due eventi tragici: i Subsonica a Sanremo e i CSI primi in hit parade con Tabula rasa elettrificata. Non per colpa di queste due band, sia chiaro: ma manager e discografici iniziarono a dire a tutti noi che dovevamo imitare i loro exploit, in sostanza venderci. E noi invece abbiamo voluto essere irriconoscibili al potere, per usare un'espressione di Pasolini".
Com'è stato il ritorno sul palco?
"Splendido, davvero. A Treviso è stato un tutto esaurito. Certo, giocavamo in casa, ma è stato bello rivedere i ventenni di allora e anche qualche ragazzo curioso di scoprirci. Accanto ai brani di allora come Vieni, Soffochi, Miele, Signor Jones e Risveglio, ne suoniamo alcuni nuovi di zecca, come Veleno che resta, che è un'invettiva potente e dolente sui tempi che corrono, e Kamikaze politico. Ma si potranno ascoltare solo nei concerti perché non abbiamo in programma dischi, né dal vivo né di studio. Anche in questo l'idea è che se una cosa deve venire viene, anche cammin facendo, e se non deve venire non viene".
Tra le sue varie vite passate ce n'è anche una da atleta. Era playmaker nelle giovanili della Benetton Treviso, arrivato fino alle soglie della prima squadra. E ieri a Milano proprio il basket vi ha fatto concorrenza: al Forum sono iniziate le Final Four di Eurolega.
"Ma che concorrenza, sono contentissimo: Milano si merita anche di vincere, con tutto quello che Armani ci ha investito. Un po' alla Moratti, spendi e spendi, alla fine ce la fai. Io poi da buon playmaker attaccante non posso che riconoscermi in Hackett".
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E poi? Chiudete già di nuovo?
"Chi lo sa? Sa, questa è una reunion un po' particolare".
Ecco, ce la racconti.
"L'amore ha le proprie leggi, spesso va a cicli, e una band è più complicata di un matrimonio. Allora fu assolutamente fisiologico lasciarci quando abbandonai Treviso per venire a Milano. Non avevamo litigato, fu solo un ammettere quel che da tempo accadeva già, che ognuno curava propri progetti artistici alternativi. L'anno scorso poi sostenemmo la vittoriosa campagna elettorale di Giovanni Manildo a sindaco della nostra città, e ci ritrovammo sul palco per festeggiare. Ci è bastato guardarci negli occhi per capire che avevamo di nuovo voglia. Ma senza programmi precisi, andiamo avanti fino a quando ci divertiremo e finché la gente ce lo chiederà. Ci piace imporvvisare".
Ci spieghi meglio questo suo pendolare tra musica e teatro.
"Pendolare è la parola giusta, dato che continuo ad alternare le due attività. Con Andrea Scanzi sto continuando lo spettacolo-recital Le cattive strade su Fabrizio De Andrè. In effetti sono un po' dissociato mentalmente, alla Pessoa. Ma mi diverto così, e non penso affatto di mollare il teatro, per la gioia delle due agenzie che mi seguono e che devono fare convivere le date".
Non ha rimpianti? Ai tempi eravate molto considerati, con il vostro noise rock alla Sonic Youth: scarno, duro, potente, scavato come la sua voce. Eppure avete mollato prima del successo.
"È vero. Avremmo potuto. Ma forse non abbiamo voluto, in fondo. Una delle cose che fecero finire la scena indie del cambio di millennio fu la rincorsa al successo. Ci furono due eventi tragici: i Subsonica a Sanremo e i CSI primi in hit parade con Tabula rasa elettrificata. Non per colpa di queste due band, sia chiaro: ma manager e discografici iniziarono a dire a tutti noi che dovevamo imitare i loro exploit, in sostanza venderci. E noi invece abbiamo voluto essere irriconoscibili al potere, per usare un'espressione di Pasolini".
Com'è stato il ritorno sul palco?
"Splendido, davvero. A Treviso è stato un tutto esaurito. Certo, giocavamo in casa, ma è stato bello rivedere i ventenni di allora e anche qualche ragazzo curioso di scoprirci. Accanto ai brani di allora come Vieni, Soffochi, Miele, Signor Jones e Risveglio, ne suoniamo alcuni nuovi di zecca, come Veleno che resta, che è un'invettiva potente e dolente sui tempi che corrono, e Kamikaze politico. Ma si potranno ascoltare solo nei concerti perché non abbiamo in programma dischi, né dal vivo né di studio. Anche in questo l'idea è che se una cosa deve venire viene, anche cammin facendo, e se non deve venire non viene".
Tra le sue varie vite passate ce n'è anche una da atleta. Era playmaker nelle giovanili della Benetton Treviso, arrivato fino alle soglie della prima squadra. E ieri a Milano proprio il basket vi ha fatto concorrenza: al Forum sono iniziate le Final Four di Eurolega.
"Ma che concorrenza, sono contentissimo: Milano si merita anche di vincere, con tutto quello che Armani ci ha investito. Un po' alla Moratti, spendi e spendi, alla fine ce la fai. Io poi da buon playmaker attaccante non posso che riconoscermi in Hackett".