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MUSICA

Metronomy in concerto in Italia. "Noi che ai Coldplay avevamo detto no"

La band inglese in un tour che fa tappa anche in Italia

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BERLINO - "I Coldplay? Un paio di anni di anni fa mi chiesero se avessi voluto portare i miei Metronomy come supporter band durante il loro tour negli Stati Uniti. Misi subito in chiaro che non erano la mia band preferita. Mi risposero che non era un problema. Fu una bella esperienza, ma non la ripeterei. Il nostro precedente album, English Riviera, ha venduto parecchio, non inseguiamo più nessuno". Joseph Mount è un tipo ambizioso. A sedici anni acquistò un computer da suo padre ("Non è il tipo che regala le cose, è difficile che ti inviti a cena da un momento all'altro") e cominciò a campionare pezzi di musica elettronica. Per lui era inizialmente un passatempo, nel frattempo suonava la batteria (e non solo, è anche bassista e pianista) per varie rockband, ma gli apprezzamenti che riceveva ogni volta che si esibiva come dj lo spinsero a pubblicare un album quasi esclusivamente strumentale.

Il successo fu lento, ma progressivo tanto da essere stato ripubblicato più volte, fino ad una edizione in vinile rilasciata la scorsa primavera. Nel frattempo Mount raccoglieva attorno a sé altri tre musicisti e cominciava anche a cantare ("non lo avrei mai immaginato prima, ma sembra che la mia voce non sia così male"). Si delineava la formazione attuale dei Metronomy e, già dal secondo album, la band virava, come genere, verso l'electro-pop, con echi di sonorità anni '80. Love Letters, il loro quarto album (ma secondo in studio), è stato pubblicato lo scorso 10 marzo, accompagnato dall'omonimo singolo. Per presentarlo, Mount e la sua band è da qualche settimana impegnato in un tour che lo porterà questa sera ai Magazzini Generali di Milano (noi invece lo abbiamo incontrato a Berlino).

Sembra che la sua relazione con l'Italia vada al di là del discorso concerti: è vero che le cicale che si sentono in "The Most Immaculate Haircut" le ha registrate lei in Toscana?
"Confermo! E' successo l'anno scorso. Io e la mia compagna avevamo da poco avuto il nostro primo bambino e abbiamo pensato che passare del tempo in Italia sarebbe stato il migliore modo per rilassarci. Il rumore delle cicale lì però è continuo, non esiste il silenzio, inizialmente l'ho percepito come rumore, poi è diventata una sorta di musica, un inno alla tranquillità. Ho posato un registratore nel mezzo di un campo per prendere ogni tipo di suono. Purtroppo quando si lavora con la creatività il tuo cervello è sempre in moto".

Per questo album ha deciso di non ricorrere al computer, ma di lavorare solo con l'analogico: come ha influito questa scelta sul lavoro effettivo di registrazione?
"E' stato tutto più lungo. La proporzione è di uno a tre, sei tre volte più lento. Sono soddisfatto del risultato, il suono è più genuino, alcuni lo hanno definito malinconico, e forse è davvero così. Sono un tipo nostalgico, lo so. Non siamo una band da grande pubblico, seguiamo la nostra strada senza farci condizionare da nessuno. Se ciò non dovesse piacere più non sarà un problema".

Anche il prossimo disco sarà realizzato senza l'aiuto del pc?
"No, una volta è abbastanza. Meglio non chiudere nessuna porta quando si parla di tecnologia".

Il videoclip di Love Letters, il primo singolo estratto dall'omonimo nuovo album, è un lungo piano sequenza stato girato da Michel Gondry: come è nata questa collaborazione?

"E' stata un'idea della nostra etichetta. Da quando sono diventato papà mi sono trasferito a Parigi e forse questo ha anche reso l'organizzazione del tutto più semplice, ma ammetto che non è stata un'idea né nostra né dello stesso Gondry che, anzi, durante le riprese si scusava continuamente con me perché non conosceva le nostre canzoni. Lui è uno che ascolta Michael Jackson, Prince ed il funky americano soprattutto degli anni '70. Bella musica, in parte sono anche i miei gusti (prima che cominciassimo l'intervista Mount stava ascoltando gli Outkast in camerino). Siamo comunque contenti del risultato, è un video davvero bello e originale".

In una recente intervista ha affermato che da ragazzo i suoi punti di riferimento erano i Beatles e i Nirvana. La scorsa settimana ricorreva il ventesimo anniversario dalla morte di Kurt Cobain: si sente ancora vicino alla sua musica?
"So che è triste ammetterlo, ma per molti di quelli della mia generazione Cobain ha rappresentato prima di tutto il primo ribelle famoso. Quando è morto avevo dodici anni, i Nirvana cominciai ad ascoltarli dopo, non prima. Sono quindi cresciuto con i Nirvana, ma non penso che abbiano avuto nessun ascendente sui miei gusti musicali, per me aveva più un valore iconografico che reale".

I'm Aquarius, non solo è il titolo del secondo singolo del vostro nuovo album, ma anche un gioco per smartphone: come è nata l'idea di una app connessa alla vostra musica?
"Stavamo discutendo sul concept del videoclip e quando abbiamo deciso che avrebbe avuto un'ambientazione nello spazio, ho pensato che sarebbe stato divertente anche farne un gioco. E' una cosa molto semplice, ma la grafica è divertente e poi è gratuita. Va bene l'analogico, ma quando buona parte della tua vita la passi su di un pullman per muoversi da un concerto ad un altro, un po' di passatempo digitale non fa poi così male".