Spettacoli

MUSICA

Kasabian, gli strani orfani degli Oasis:
"Li amiamo, ma oggi sono loro i nostri fan"

Il gruppo pubblicherà un nuovo album, "48.13", il prossimo 10 giugno e arriverà in tour in Italia il 31 ottobre (Roma) e il primo novembre (Milano). In una location alquanto strana, un bagno, abbiamo incontrato il chitarrista Sergio Pizzorno, anglo-ligure tifoso del Genoa e del nostro cinema

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PARIGI - Il "soundcheck" è ancora in corso al Bataclan. La sala che tra poco accoglierà il concerto dei Kasabian è avvolta in fumi che amplificano potenti luci rosa acceso: il colore della copertina del nuovo disco della band inglese (uscita mondiale il 10 giugno, concerti in Italia il 31 ottobre a Roma, al Palalottomatica, e il primo novembre a Milano, al Mediolanum Forum di Assago). Si intitola 48:13, la durata totale delle tredici canzoni. Il soundcheck è ancora in corso e per poter parlare con Sergio Pizzorno, paroliere e chitarrista dei Kasabian, bisogna trovare un posto tranquillo. Non resta che il bagno. La location ci riconduce ai tempi in cui, durante i concerti, proprio nei cessi degli stadi, dove avveniva di tutto, i cronisti dettavano i loro articoli ai dimafonisti dei giornali. Il musicista ruba due sedie al bar della sala, siede nell'antibagno e inizia a parlare.
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Sergio Pizzorno è un ragazzo lungo lungo, molto magro, vestito di nero, senza cura. Pur nascosto da capelli lisci e da una barba piuttosto folta, il suo viso è gentile, lo sguardo premuroso, il sorriso quasi timido. I suoi nonni venivano dalla Liguria. Lui ricorda intere estati trascorse tra Alassio e Albissola, ma il suo italiano è minimo. "Adolescente, rifiutavo di imparare un'altra lingua. Ero pigro", dice. "Oggi lo rimpiango. Farò di tutto perché i miei figli parlino italiano". Pizzorno ha già due bambini: Ennio Silver, in omaggio a Morricone, e Lucio Leone, in omaggio a Sergio Leone. Il cinema è sempre presente nelle sue canzoni. Per spiegarle dà spesso un riferimento cinematografico. Shiva, la breve intro di 48.13, è ispirata a Stanley Kubrick; Doomsday ha l'atmosfera di This is England di Shane Meadows. "Il cinema mi ispira sempre", spiega.

La band nasce a Leicester alla fine degli anni 90, il debutto discografico è del 2004. Come sono andati i primi dieci anni?
"Già, dieci anni, accidenti! Mi sembra ne siano passati cento. Sono stati dieci anni appassionanti. Cinque dischi uno diverso dall'altro, molta fatica, ma anche divertimento e soddisfazioni".  

In cosa 48:13 è diverso da Velociraptor!, il precedente?
"Innanzitutto è il primo prodotto interamente dalla band. Quando ho iniziato a scrivere avevo in testa una cosa molto chiara: il disco doveva essere diretto. Immediato. La via ideale era il rock. Rock fine anni 60, più musica elettronica e hip hop: è venuto fuori così".

Suona anche ska (Doomsday) e piuttosto punk.
"Esiste una musica più diretta del punk? Stessa regola per i testi: diretti, onesti. Volevo essere più onesto possibile. Le canzoni parlano di rapporti umani, di quello che vedo attorno a me; c'è un brano scritto per un amico in un momento difficile (Bow), mentre SPS, che chiude il disco, è per Tom Meighan, cantante dei Kasabian e mio amico da quindici anni".

Dopo un inizio impetuoso 48:13 si chiude su Sissor Paper Stone, ballata che non ignora i Beatles. Una volta lei ha detto che avrebbe voluto scrivere Strawberry Fields Forever. Lo pensa ancora?
"Mi vengono in mente tante altre canzoni che avrei voluto scrivere, ma di Strawberry Fields Forever mi ha sempre colpito soprattutto la produzione. Futuristica".
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Il primo singolo, eez-eh (si legge "easy", ndr), è forse il solo brano con un testo leggero. Diverso da Cloud, in cui un ragazzo in trip da acido vaga per un centro commerciale o da Glass, quasi un'ode contro la tecnologia. È pessimista?
"Sono canzoni oneste. Il ragazzo di Cloud è molto fatto, forse ha capelli lunghi, forse è vestito in modo eccentrico. Sembra un tipo strano rispetto alla folla che ha attorno. Ma secondo me gli strani sono quelli che affollano i centri commerciali in cerca di qualcosa che un acquisto non potrà mai compensare. Quanto a Glass, nasce da un viaggio in treno. Ho percorso nove vagoni e in ogni scompartimento ho visto ragazzi incollati a schermi. Mi sono spaventato. Quella roba uccide l'immaginazione. Ho con la tecnologia un rapporto difficile, è vero. Penso che, ogni tanto, guardare fuori dalla finestra senza pensare a niente sia la cosa migliore". 

Il raggio d'azione musicale dei Kasabian è vasto. Considerando che il compositore è lei, non ha mai pensato che un disco che passa dal punk alle ballate potrebbe essere spiazzante?
"Siamo fatti di tante cose. Essere onesti vuole dire anche essere sentimentali alle volte. So che il sentimento non è cool, ma so anche che l'onestà è la cosa più cool del mondo. Nella scrittura mi sento libero. La creazione è la mia dimensione, la mia priorità".

Tom Meighan, Chris Edwards e Ian Matthews sono sempre d'accordo con quello che scrive?
"Suoniamo insieme dal 1997. Siamo amici. E finché i dischi andranno bene saranno d'accordo!".

Gli Oasis si sono sciolti nel 2009. È giusto dire che da quel momento i Kasabian hanno riempito un vuoto nel Brit pop?
"La fine degli Oasis fu, per noi fan, una cosa molto triste. Però, sì, in parte è giusto, sebbene la nostra musica sia molto diversa dalla loro; avremmo comunque preferito che non si sciogliessero mai. Oggi sono gli Oasis a essere nostri fan".

È vero che tifa Genoa?
"Tifo prima di tutto Leicester City, poi Genoa. L'Italia è sempre nel mio cuore, dell'Italia mi piace tutto. Il concerto in Piazza Duomo a Milano, proprio un anno fa, è stato uno dei più belli della nostra carriera. In casa dei miei genitori c'è una grande bandiera italiana e anche la foto di Paolo Rossi".