VIENNA. È PIÙ agile di un ballerino. Le mani scivolano leste dalla tastiera ai mille pulsanti dell'organo, gli stivaletti scintillanti percuotono con grazia i pedali, il corpo asseconda voluttuosamente le variazioni musicali, la testa reclinata all'indietro sembra staccarsi dal collo in una sorta di rapimento che la solennità del suono traduce in estasi. Cameron Carpenter sembra minuscolo di fronte alla maestà dello strumento, uno scoiattolo "glitterato" alle prese con un'infinità di bottoni, Ziggy Stardust scaraventato anni luce lontano dal rock. La Konzerthaus di Vienna è insolitamente affollata da giovani anche se in programma ci sono musiche di Mozart e Bach, Demessieux e Dupré, Ciaikovskij e Scrjabin. Non c'è dubbio che sia il carisma dell'esecutore a richiamare l'attenzione, oltre che il prodigioso virtuosismo; e quella foto assassina sull'edizione tedesca di Interview in cui l'artista compare in posa equivoca con un mandingo nudo. Carpenter, 33 anni, nato e cresciuto nella Pennsylvania rurale, orgoglio della Juilliard School di New York, una giovinezza al servizio dell'organo da chiesa, ha tutto quello che un teatro d'opera considera repellente.
Gay confesso, fashion victim , indole punk, è un indefinibile incrocio tra Billy Idol e Liberace - eppure nel confronto con lo strumento sempre professionale, talentuoso, geniale. Carpenter è un rivoluzionario, ha strappato l'organo alle cattedrali e si è fatto costruire un magnifico esemplare portatile (con tanto di sofisticatissimo sound system) che ora sfoggia in tournée (in questi giorni in giro per l'Europa; in Italia lo vedremo forse a Milano per l'Expo 2015) e con il quale ha inciso il nuovo album If you could read my mind.
"Ho finanziato personalmente il mio organo digitale, è costato 1,2 milioni di dollari", spiega dopo il concerto. Pallido, la cresta da mohicano nascosta da una cuffia nera, lontano dallo strumento non è poi così minuscolo, ricorda Nureyev. "Ho cominciato a vagheggiarlo nel 2004, quando la Marshall & Ogletree fu chiamata a sostituire lo storico organo della Trinity Church di Wall Street rimasto irrimediabilmente danneggiato dall'esplosione delle torri gemelle. È una bella storia americana quella che ha reso possibile questo miracolo tecnologico".
Un progetto da megalomane farsi costruire su misura un organo di queste dimensioni.
"Non lo chiamerei un organo su misura, piuttosto una macchina unica che assomiglia a un'enciclopedia. Quello che oggi vedete sul palcoscenico è frutto di dieci anni di studio, riflessioni e esperienze concertistiche. Ma ci sono dentro anche tutte le aspirazioni che coltivavo da bambino. Volevo il più grande organo del mondo, diverso da tutti gli altri, ma soprattutto portatile".
Una sorta di Fitzcarraldo...
"Non esattamente. Fitzcarraldo è una figura tragica, non riesce a costruire il suo teatro d'opera nella foresta amazzonica - io ci sarei riuscito. Ma sia il mito che il film mi sono molto cari e ho sempre pensato che il vero Fitzcarraldo è il regista Werner Herzog - l'artista che più mi ha influenzato, per le sue visioni, la sua estetica diversa, la tendenza a provocare e pagarne le conseguenze. È un visionario, proprio come me".
Quando è iniziata la sua love story con lo strumento?
"A quattro anni. Ho ricordi vividi dell'epoca: i miei non erano gente di chiesa e neanch'io frequentavo la parrocchia - tuttora mi definisco "God free". Le elementari le ho fatte in casa, e dunque non è stata la religione a creare la scintilla ma le pagine di un'enciclopedia con le immagine di un organista da film muto fotografato in un vecchio cinematografo, una situazione che Fellini avrebbe adorato. Di due cose ero consapevole già da bambino: lo strumento, maestoso, sarebbe stato il mio palcoscenico; io, elegantissimo, sarei stato l'unico attore musicale in scena. Il tight di quell'oscuro pianista della foto mi aveva folgorato. Sono nato nel posto più grigio e anonimo del mondo - il primo centro abitato distava chilometri dalla nostra fattoria - sono sempre stato assetato di glamour. Mia madre era rapita dal sogno di Via col vento e non capiva il mio mondo, anche se sicuramente intuiva la mia natura, io lasciavo che la fantasia vagasse tra lo sfarzo e il dramma; l'organo divenne mio complice, il proscenio delle mie performance".
Cosa l'attraeva così irresistibilmente?
"La sua violenza. Non mi interessano la pace e la serenità, il centro della mia espressione è l'estasi, e l'organo è il veicolo ideale per raggiungerla. L'idea che la musica classica sia calma e rilassante è ridicola quanto quella che vuole l'organo il re degli strumenti e l'organista suo invisibile servo".
Anche lei ne è in qualche modo schiavo.
"Mi creda, non ho rinunciato a nulla. Con l'organo ho una profonda, intensa, tormentata storia d'amore. Ci separiamo spesso ma non esistiamo uno senza l'altro. Vivo New York freneticamente, locali, nightclubbing, feste en travesti. Ho bisogno anche di questo".
Nel suo ultimo cd esegue Bach, Scrjabin e Dupré, ma anche Leonard Cohen e Burt Bacharach.
"Sono volubile, mi lascio influenzare da quel che ascolta la gente, ci tengo a essere culturalmente consapevole, soprattutto in musica, che si tratti di Miley Cyrus o del folk inglese trascritto da Percy Grainger. Mi piace la musica che ha delle forti connotazioni politiche, come il drill che è fiorito nella scena hip hop di Chicago - la musica più violenta che sia mai stata scritta, testi che hanno a che fare con morte, sessualità, crimine".
Qualche critico storce il naso di fronte alle sue trasgressioni e agli Swarovski che abbondano sugli abiti di scena; nei blog c'è chi la biasima per aver dissacrato l'organo.
"La musica classica ha bisogno di figure carismatiche, ha bisogno di essere salvata come Papa Francesco sta riscattando la chiesa cattolica da tanti orrori con le sue capacità di grande comunicatore, il suo aspetto rassicurante, l'intelligenza e il talento".
Gay confesso, fashion victim , indole punk, è un indefinibile incrocio tra Billy Idol e Liberace - eppure nel confronto con lo strumento sempre professionale, talentuoso, geniale. Carpenter è un rivoluzionario, ha strappato l'organo alle cattedrali e si è fatto costruire un magnifico esemplare portatile (con tanto di sofisticatissimo sound system) che ora sfoggia in tournée (in questi giorni in giro per l'Europa; in Italia lo vedremo forse a Milano per l'Expo 2015) e con il quale ha inciso il nuovo album If you could read my mind.
"Ho finanziato personalmente il mio organo digitale, è costato 1,2 milioni di dollari", spiega dopo il concerto. Pallido, la cresta da mohicano nascosta da una cuffia nera, lontano dallo strumento non è poi così minuscolo, ricorda Nureyev. "Ho cominciato a vagheggiarlo nel 2004, quando la Marshall & Ogletree fu chiamata a sostituire lo storico organo della Trinity Church di Wall Street rimasto irrimediabilmente danneggiato dall'esplosione delle torri gemelle. È una bella storia americana quella che ha reso possibile questo miracolo tecnologico".
Un progetto da megalomane farsi costruire su misura un organo di queste dimensioni.
"Non lo chiamerei un organo su misura, piuttosto una macchina unica che assomiglia a un'enciclopedia. Quello che oggi vedete sul palcoscenico è frutto di dieci anni di studio, riflessioni e esperienze concertistiche. Ma ci sono dentro anche tutte le aspirazioni che coltivavo da bambino. Volevo il più grande organo del mondo, diverso da tutti gli altri, ma soprattutto portatile".
Una sorta di Fitzcarraldo...
"Non esattamente. Fitzcarraldo è una figura tragica, non riesce a costruire il suo teatro d'opera nella foresta amazzonica - io ci sarei riuscito. Ma sia il mito che il film mi sono molto cari e ho sempre pensato che il vero Fitzcarraldo è il regista Werner Herzog - l'artista che più mi ha influenzato, per le sue visioni, la sua estetica diversa, la tendenza a provocare e pagarne le conseguenze. È un visionario, proprio come me".
Quando è iniziata la sua love story con lo strumento?
"A quattro anni. Ho ricordi vividi dell'epoca: i miei non erano gente di chiesa e neanch'io frequentavo la parrocchia - tuttora mi definisco "God free". Le elementari le ho fatte in casa, e dunque non è stata la religione a creare la scintilla ma le pagine di un'enciclopedia con le immagine di un organista da film muto fotografato in un vecchio cinematografo, una situazione che Fellini avrebbe adorato. Di due cose ero consapevole già da bambino: lo strumento, maestoso, sarebbe stato il mio palcoscenico; io, elegantissimo, sarei stato l'unico attore musicale in scena. Il tight di quell'oscuro pianista della foto mi aveva folgorato. Sono nato nel posto più grigio e anonimo del mondo - il primo centro abitato distava chilometri dalla nostra fattoria - sono sempre stato assetato di glamour. Mia madre era rapita dal sogno di Via col vento e non capiva il mio mondo, anche se sicuramente intuiva la mia natura, io lasciavo che la fantasia vagasse tra lo sfarzo e il dramma; l'organo divenne mio complice, il proscenio delle mie performance".
Cosa l'attraeva così irresistibilmente?
"La sua violenza. Non mi interessano la pace e la serenità, il centro della mia espressione è l'estasi, e l'organo è il veicolo ideale per raggiungerla. L'idea che la musica classica sia calma e rilassante è ridicola quanto quella che vuole l'organo il re degli strumenti e l'organista suo invisibile servo".
Anche lei ne è in qualche modo schiavo.
"Mi creda, non ho rinunciato a nulla. Con l'organo ho una profonda, intensa, tormentata storia d'amore. Ci separiamo spesso ma non esistiamo uno senza l'altro. Vivo New York freneticamente, locali, nightclubbing, feste en travesti. Ho bisogno anche di questo".
Nel suo ultimo cd esegue Bach, Scrjabin e Dupré, ma anche Leonard Cohen e Burt Bacharach.
"Sono volubile, mi lascio influenzare da quel che ascolta la gente, ci tengo a essere culturalmente consapevole, soprattutto in musica, che si tratti di Miley Cyrus o del folk inglese trascritto da Percy Grainger. Mi piace la musica che ha delle forti connotazioni politiche, come il drill che è fiorito nella scena hip hop di Chicago - la musica più violenta che sia mai stata scritta, testi che hanno a che fare con morte, sessualità, crimine".
Qualche critico storce il naso di fronte alle sue trasgressioni e agli Swarovski che abbondano sugli abiti di scena; nei blog c'è chi la biasima per aver dissacrato l'organo.
"La musica classica ha bisogno di figure carismatiche, ha bisogno di essere salvata come Papa Francesco sta riscattando la chiesa cattolica da tanti orrori con le sue capacità di grande comunicatore, il suo aspetto rassicurante, l'intelligenza e il talento".