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Rock in Roma, il festival che calamita gli stranieri. L'invito: "Ministro, venga a vedere"

"In Italia il pop non è considerato cultura. È ora di cambiare. Il ministro Franceschini è il benvenuto. Dobbiamo parlare", dicono Giuliani e Bucci, i due imprenditori che da sette anni, tra giugno e agosto, portano le grandi band  nella periferia della capitale, a Capannelle. Li vorrebbero all'estero, ma loro restano. Con un progetto molto ambizioso...

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ANCHE gli imprenditori sognano. Sergio Giuliani e Max Bucci immaginavano una Roma europea. Culturalmente viva, musicalmente competitiva, invitante, spaziosa, attuale. Rock. Oltre il cupolone e le opere d'arte che respirano da sole, sognavano una città moderna, dotata di casse potenti. Postepay Rock In Roma si conferma da sette anni il solo festival europeo che da giugno ad agosto è in grado di portare in una capitale così tante band famose.
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Da quando esiste, a Capannelle hanno suonato i più grandi. Da Springsteen ai Cure, e poi Radiohead, Slash, Atoms for Peace, Chemical Brothers, Sigur Ros, fino ai Franz Ferdinand, Iggy & The Stooges. Da Snoop Dogg, Mark Knopfler, Ben Harper a Robert Plant, Beach Boys, Motorhead, Nine Inch Nails,  Skunk Anansie, Toto, Korn, ZZ Top, Duran Duran. Ma anche Battiato, Caparezza, Subsonica, Capossela, Elio, fino a Neil Young che è tornato a Roma dopo trent'anni di assenza. E quest'anno sono in cartellone Queens of the Stone Age (foto), Billy Idol (9 giugno), Thirty Seconds to Mars (20 giugno), The Prodigy e Die Antwoord (21), Arcade Fire (23), David Guetta (28), Metallica più Alice in Chains (1 luglio), e poi The Lumineers, Passenger, Nutini e Caparezza, il 22 luglio. Nel corso delle cinque edizioni precedenti più di 800 mila persone hanno partecipato alla manifestazione, nel 2013 sono arrivati in 220 mila.
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Giuliani e Bucci hanno portato il rock a Roma. Volevano farlo a tutti i costi. Così il costo è stato il loro. Il festival non ha finanziamenti pubblici, nasce da un sogno privato e arricchisce una città. Dove sempre grazie a loro arriveranno - presentati da D'Alessandro e Galli - i Rolling Stones al Circo Massimo il 22 giugno, concerto che sarà aperto da John Mayer, musicista di gran livello che da noi però non aveva finora mai messo piede né chitarra. Ignazio Marino, il sindaco, "ha offerto la disponibilità più completa", racconta Giuliani. Che ha cominciato a sognare trent'anni fa, con un milione di lire in tasca e un locale di 40 metri quadri a Trastevere, in via della Scala.

Signor ministro, lei è il benvenuto. Il suo invito lo rivolge al ministro della Cultura, Dario Franceschini. "Dovrebbe venire, è il benvenuto. Perché quello che succede qui parte dalla periferia. Ed è una chiave importante". Vene che confluiscono ad arterie potenti. Città nel cuore di un'Europa che per troppo tempo non ci ha considerato all'altezza. Ma le cose stanno cambiando: "L'anno scorso abbiamo capito che il 60 per cento delle persone presenti erano straniere, arrivate per vedere le band, e Roma".

Dall'estero li chiamano, li vorrebbero tutti. La Spagna, la Germania, la Francia. Ogni amministrazione sarebbe felice di avere un festival di due mesi, completamete autonomo, con il nome della città sul cartellone. Rock in Paris, Rock in Madrid, Rock in Berlin. Ma non tutti ne hanno bisogno. L'Italia sì.

"Certo, così come ne aveva e ha bisogno Roma", spiega Giuliani. Che i sogni li fa prima di tutto da cittadino, non solo come imprenditore. "Questa città è uno dei centri spirituali e culturali dell'Europa. Purtroppo l'Europa ha smesso di guardarci da tempo come punto di riferimento della cultura pop. Le nostre istituzioni non sono all'altezza di comprenderlo. Tendono più ad avvicinarsi a una cultura rassicurante, che chiamano colta. Per dare un alone di spessore alla musica evocano l'Opera, per esempio".
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"Noi sognamo pop. Come Londra, come le grandi città europee", che del pop hanno fatto il loro punto di forza. "Ci chiedono di spiegare perché i nostri concerti o i festival siano progetti culturali. Fa sorridere", continua. Ma è un sorriso verde acido, psichedelico, pop.

"Quello che facciamo partendo dalla periferia è introdurre elementi culturali. Roma è un borgo antico assediato da una periferia immensa. Noi facciamo narrazioni, sperimentiamo, riportiamo le persone in zone decentrate. Capannelle per esempio, così come a suo tempo facemmo col Palladium alla Garbatella, con il Caffè Latino al Testaccio, o con il Gay Village all'Eur. Rivitalizziamo spazi. Ma dovrebbe essere una stategia di governo, su ogni città. Creare strutture e fare in modo che i progetti che partono dal basso producano aggregazioni. Le persone si spostano, se gli spazi funzionano sono disponibili a farli propri. E se si riesce a creare una forza centripeda allora si può cambiare questa città. Corriamo il rischio di restare il 'Sud' dell'Europa se non ci muoviamo in anticipo. Non dovrebbe esistere l'esigenza di certificare cosa sia cultura perché la musica ha una sua legittimazione intrinseca, la musica pop rock apre sempre un dibattito eppure sono chiacchiere contro le quali per noi è complesso perdere tempo. Non ci possiamo permettere di pagare un ritardo progettuale. E' questo il vero problema qui".

Gli imprenditori sognano in anticipo. Ci vogliono almeno cinque anni per realizzare un progetto, definirlo, trovare gli sponsor, prendere accordi con i manager degli artisti. Cinque anni per immaginare il futuro. E se ci sono ostacoli, per superarli. Quest'intervista è stata fatta nel passato, perché Giuliani, con il suo socio, sta già lavorando all'edizione del festival 2016. "È una grande battaglia, come quando si crea una squadra di calcio, bisogna vedere lontano. Ma la visione può non essere utopia". E se non lo è il beneficio, il rischio per il momento è solo il loro. "In questo settore si confonde l'incasso con il profitto che invece è del 2 per cento se va bene. Certo, la crisi ha colpito tutti ma credo che per un po' di tempo abbiamo vissuto un'emotività generale con timore. Ogni crisi però quando diventa di dominio pubblico è già esaurita, ora è tempo di ripartire".

FOTO, UN PAIO DI OCCHIALI SUL ROCK IN CONCERTO di S. Cecchetti

Gli Stones al Circo Massimo. Roma chiuderà il centro per l'arrivo di Jagger, Wood, Richards e Watts. Per gli Stones, nell'unica data italiana del tour con cui la band festeggia i 50 anni di carriera, l'arena è il Circo Massimo, quella degli antichi giochi romani. "Quando, insieme a D'Alessandro e Galli, abbiamo propostoi Rolling Stones al Circo Massimo per il 22 giugno, il sindaco Marino e gli assessori sono stati attenti e disponibili. Ora un ulteriore passaggio dovrebbe venire dal ministro della Cultura. È con Franceschini che vorremmo ragionare se fare di Roma una Roma Pop. Per festival come Rock in Rio, il più grande del Brasile organizzato dall'imprenditore Roberto Medina, o il Coachella, in California, noi avremmo i numeri e la vocazione. La Puglia è un esempio italiano. Vendola è stato bravo a cambiare l'immagine, ad aprire culturalmente la sua Regione rispetto al cinema, per esempio".
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"Rock in Roma" è una realtà ormai forte, "il villaggio viene riprogettato ogni anno, non siamo in pericolo, è un festival storicizzato, prima era 'Fiesta'. Abbiamo un'arena nuova, costruita dopo l'esperienza dei Radiohead, il rock va visto in piedi, tutti in piedi, si deve sentire da ogni punto". E lo stesso "sarebbe importante avere la certezza di esserci tra due anni", continua Giuliani. Lui e Bucci - che definisce "una forza della natura, grande passione, stesso ruolo, competenza e sogni condivisi" - hanno pensato a come muovere il sangue e farlo confluire in arterie esterne. Cominciando dai trasporti che, in collaborazione con Eventi in Bus, mette a disposizione una navetta al termine dei concerti fino al centro città, passando dalla App ufficiale del Postepay Rock in Roma, per finire con l'autonomia di un villaggio rock dove si può mangiare, bere, sperimentare, ascoltare. "Abbiamo registrato e stiamo promuovendo un marchio, United Culture Zone. Perché il rock, come il pop, non è solo musica ma il messaggio che gli ruota intorno. Noi siamo un luogo di resistenza culturale, siamo contro l'odio, l'omofobia, il razzismo e la violenza alle donne, con noi collabora anche l'Admo, l'associazione per la donazione del midollo osseo". Arterie, vene.

"Le piccole imprese hanno bisogno di un lungo raggio d'azione per sopravvivere e hanno bisogno dell'appoggio dei media. Non bastano gli impianti, ma l'interesse. E vorrei che il nostro invito al ministro della Cultura, Franceschini, si diffondesse forte. Venga, ci piacerebbe, venga a vedere".