Monti, il fotografo delle copertine di Battisti. La sua ultima scommessa sono i Kolors
Luigi Bolognini, <em class="author">LUIGI BOLOGNINI</em>Negli anni Settanta e Ottanta ha firmato decine di copertine di dischi famosi. Poi ha scelto di dedicarsi a spot e progetti multimediali. Oggi l'artista visivo è tornato con la copertina di "I want", l'album del trio napoletano
Quanti artisti possono dire di aver venduto oltre un miliardo di copie delle proprie opere? Uno di questi è Cesare Montalbetti, in arte Cesare Monti, 68 anni, fotografo, regista, artista visivo noto soprattutto per avere realizzato le copertine dei dischi di Lucio Battisti (ma anche di Pino Daniele, Pfm, Banco, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Mia Martini, Eugenio Finardi, Area, Angelo Branduardi, Fabrizio De Andrè, e i Dik Dik di suo fratello Petruccio) negli anni Settanta e Ottanta, l'epoca d'oro della musica pop, rock e cantautorale italiana. Sue immagini memorabili come il Battisti che sguazza felice nel fango di La batteria, il contrabbasso eccetera o il cerino di Non farti cadere le braccia di Edoardo Bennato.
Poi, una trentina d'anni fa, la decisione di dedicarsi ad altro, dalla regia di spot a progetti multimediali. Fino a un ritorno a sorpresa: Monti ha realizzato la copertina di I Want, l'album di debutto del trio napoletano Kolors, che mescola indie …
Poi, una trentina d'anni fa, la decisione di dedicarsi ad altro, dalla regia di spot a progetti multimediali. Fino a un ritorno a sorpresa: Monti ha realizzato la copertina di I Want, l'album di debutto del trio napoletano Kolors, che mescola indie …
Quanti artisti possono dire di aver venduto oltre un miliardo di copie delle proprie opere? Uno di questi è Cesare Montalbetti, in arte Cesare Monti, 68 anni, fotografo, regista, artista visivo noto soprattutto per avere realizzato le copertine dei dischi di Lucio Battisti (ma anche di Pino Daniele, Pfm, Banco, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Mia Martini, Eugenio Finardi, Area, Angelo Branduardi, Fabrizio De Andrè, e i Dik Dik di suo fratello Petruccio) negli anni Settanta e Ottanta, l'epoca d'oro della musica pop, rock e cantautorale italiana. Sue immagini memorabili come il Battisti che sguazza felice nel fango di La batteria, il contrabbasso eccetera o il cerino di Non farti cadere le braccia di Edoardo Bennato.
Poi, una trentina d'anni fa, la decisione di dedicarsi ad altro, dalla regia di spot a progetti multimediali. Fino a un ritorno a sorpresa: Monti ha realizzato la copertina di I Want, l'album di debutto del trio napoletano Kolors, che mescola indie rock e dance. Un cielo tempestoso e una silhouette nera che può ricordare un cavallo, una foto attraversata da una scritta in inglese che si può tradurre così: "Vorrei che scomparissero la povertà, la ricchezza, la violenza, l'intolleranza, la solitudine, l'ignoranza, la ragione, la follia. Per questo io dovrò scomparire".
E invece riappare lei, Monti. Come mai?
"Non c'è un motivo preciso. Mi è venuta voglia. Di questa band mi aveva parlato bene mio nipote. In più ha pesato la provenienza: ho lavorato benissimo con Pino Daniele e Bennato, tra gli altri, quindi ho un preconcetto positivo verso Napoli. Poi ho ascoltato il disco e mi è piaciuto. Tutto qui, semplice".
Non semplice, cioè elaborata, la copertina. Ce la spiega?
"Il cavallo è un riferimento a un libro magnifico come I viaggi di Gulliver, il cui protagonista finisce nel mondo degli Houyhnhnms, cavalli dotati di parola, intelligenza e animo buono, un popolo straordinario. E anche da questo nasce la frase della copertina".
Ma il suo è un ritorno a tutti gli effetti?
"E chi lo sa? Lei ha idea se esisteranno ancora i dischi come oggetti, di qui a qualche anno? A me non dispiacerebbe, ma tutto sta cambiando così velocemente... Magari, se qualcuno me lo chiederà. Ad esempio, lavorare ancora con Pino Daniele non mi spiacerebbe. Di sicuro nel periodo ho visto un sacco di cose brutte nella discografia, e parlo sia delle canzoni, che mi sembrano notevolmente abbassate di qualità, che le copertine, davvero peggiorate a livello estetico e artistico. Anche per questo ho accettato la richiesta dei Kolors".
Certo, ai suoi tempi era ben diverso.
"Guardi, non sono uno che ama ragionare così, la nostalgia non mi appartiene, e sono anche un po' stanco della gente che mi chiede sempre di Battisti e di quei tempi lì. Ciò detto sono vere due cose. Primo, allora c'era un'artigianalità che si è persa, si curavano i dettagli, tutto era più caldo, anche lo scatto, la scelta e la rielaborazione di una foto. Secondo, c'è una gran fame dello spirito di quell'epoca anche ora, anche da parte di chi non l'ha vissuta. Io ho un blog, ogni tanto pubblico vecchie foto, inedite perché così brutte che i giornali non le avevano volute. Ogni volta sono sommerso di messaggi di diciottenni che vogliono sapere tutto".
Però qualcosa su Battisti bisognerà pure chiedergliela.
"Posso dirle che mi sono molto divertito, il clima creativo era fantastico, non solo con Lucio, ma anche alla Cramps di Gianni Sassi, la casa discografica di Area e Finardi, e nel giro di Re Nudo, la rivista di cultura alternativa di cui sono stato direttore artistico. Certo, con Lucio non era facile: bisognava giustificare tutto, nulla poteva essere fatto a caso. Dovevi essere convinto di una cosa e spiegargliela bene. Però anche quando ci riuscivi, la volta successiva saresti dovuto ripartire da zero. Per tacere della caparbietà di Mogol, che spesso mi bocciava idee splendide".
E la sua copertina più bella? Di solito si citano quella di "La batteria, il contrabbasso eccetera" e le braccia tese verso il cielo di "Il mio canto libero".
"Belle, sì. Ma se devo dire la mia preferita dico Il mio canto libero, ma il 45 giri, che sul lato B aveva Confusione. È tutta bianca e, decentrato sulla destra, c'è un occhio. E così ho colto la limpidezza e la profondità dell'animo di Lucio. Un giorno i fratelli La Bionda mi dissero che io cercavo l'anima dentro i cantanti. Ed è vero, ho sempre cercato di rappresentare l'aspetto interiore delle persone, non quello esteriore".
Poi, una trentina d'anni fa, la decisione di dedicarsi ad altro, dalla regia di spot a progetti multimediali. Fino a un ritorno a sorpresa: Monti ha realizzato la copertina di I Want, l'album di debutto del trio napoletano Kolors, che mescola indie rock e dance. Un cielo tempestoso e una silhouette nera che può ricordare un cavallo, una foto attraversata da una scritta in inglese che si può tradurre così: "Vorrei che scomparissero la povertà, la ricchezza, la violenza, l'intolleranza, la solitudine, l'ignoranza, la ragione, la follia. Per questo io dovrò scomparire".
E invece riappare lei, Monti. Come mai?
"Non c'è un motivo preciso. Mi è venuta voglia. Di questa band mi aveva parlato bene mio nipote. In più ha pesato la provenienza: ho lavorato benissimo con Pino Daniele e Bennato, tra gli altri, quindi ho un preconcetto positivo verso Napoli. Poi ho ascoltato il disco e mi è piaciuto. Tutto qui, semplice".
Non semplice, cioè elaborata, la copertina. Ce la spiega?
"Il cavallo è un riferimento a un libro magnifico come I viaggi di Gulliver, il cui protagonista finisce nel mondo degli Houyhnhnms, cavalli dotati di parola, intelligenza e animo buono, un popolo straordinario. E anche da questo nasce la frase della copertina".
Ma il suo è un ritorno a tutti gli effetti?
"E chi lo sa? Lei ha idea se esisteranno ancora i dischi come oggetti, di qui a qualche anno? A me non dispiacerebbe, ma tutto sta cambiando così velocemente... Magari, se qualcuno me lo chiederà. Ad esempio, lavorare ancora con Pino Daniele non mi spiacerebbe. Di sicuro nel periodo ho visto un sacco di cose brutte nella discografia, e parlo sia delle canzoni, che mi sembrano notevolmente abbassate di qualità, che le copertine, davvero peggiorate a livello estetico e artistico. Anche per questo ho accettato la richiesta dei Kolors".
Certo, ai suoi tempi era ben diverso.
"Guardi, non sono uno che ama ragionare così, la nostalgia non mi appartiene, e sono anche un po' stanco della gente che mi chiede sempre di Battisti e di quei tempi lì. Ciò detto sono vere due cose. Primo, allora c'era un'artigianalità che si è persa, si curavano i dettagli, tutto era più caldo, anche lo scatto, la scelta e la rielaborazione di una foto. Secondo, c'è una gran fame dello spirito di quell'epoca anche ora, anche da parte di chi non l'ha vissuta. Io ho un blog, ogni tanto pubblico vecchie foto, inedite perché così brutte che i giornali non le avevano volute. Ogni volta sono sommerso di messaggi di diciottenni che vogliono sapere tutto".
Però qualcosa su Battisti bisognerà pure chiedergliela.
"Posso dirle che mi sono molto divertito, il clima creativo era fantastico, non solo con Lucio, ma anche alla Cramps di Gianni Sassi, la casa discografica di Area e Finardi, e nel giro di Re Nudo, la rivista di cultura alternativa di cui sono stato direttore artistico. Certo, con Lucio non era facile: bisognava giustificare tutto, nulla poteva essere fatto a caso. Dovevi essere convinto di una cosa e spiegargliela bene. Però anche quando ci riuscivi, la volta successiva saresti dovuto ripartire da zero. Per tacere della caparbietà di Mogol, che spesso mi bocciava idee splendide".
E la sua copertina più bella? Di solito si citano quella di "La batteria, il contrabbasso eccetera" e le braccia tese verso il cielo di "Il mio canto libero".
"Belle, sì. Ma se devo dire la mia preferita dico Il mio canto libero, ma il 45 giri, che sul lato B aveva Confusione. È tutta bianca e, decentrato sulla destra, c'è un occhio. E così ho colto la limpidezza e la profondità dell'animo di Lucio. Un giorno i fratelli La Bionda mi dissero che io cercavo l'anima dentro i cantanti. Ed è vero, ho sempre cercato di rappresentare l'aspetto interiore delle persone, non quello esteriore".