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El Cigala, passione flamenco: "Musica allo stato puro, un linguaggio per l'umanità"

Il più autorevole interprete del genere, vero nome Diego Ramòn Jiménez Salazar, vincitore di sei Latin Grammy, inaugura a Napoli la rassegna "Dock of Sounds", il 18 luglio. "Ci sono tanti giovani che tengono viva la fiamma di quest'arte"

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PER Diego Ramón Jiménez Salazar un concerto rappresenta "un atto di comunione, quasi una liturgia". Conosciuto in tutto il mondo come El Cigala, Salazar è il più autorevole interprete di flamenco. Con sei Latin Grammy vinti in carriera e un album di grande successo internazionale come Lagrimas negras inciso con Bebo Valdés, rappresenta l'ala dura e pura di una musica europea che guarda con diffidenza alle contaminazioni con il mondo del pop. Nei giorni in cui i Plaza Francia - gruppo nato da una costola dei Gotan Project - rilanciano la comunione tra tango ed elettronica, El Cigala va nella direzione opposta. Il suo nuovo album si intitola Vuelve el Flamenco ed è una sorta di riappropriazione. Voce, chitarra, palmo delle mani e percussioni: con questi strumenti El Cigala sfida i tempi post-moderni.
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L'adesione alle radici spagnole è tra i motivi che hanno spinto il Forum Universale delle Culture a invitarlo per inaugurare sul lungomare di Napoli, venerdì 18 luglio, la rassegna "Dock of Sounds", preceduto dal cantautore Enzo Gragnaniello. Il nuovo album è sentito come un ritorno a casa, a solide radici mostrate fin dalla copertina, su cui il cantante ha voluto scrivere: "Omaggio a Paco De Lucia". "Paco ha rappresentato l'evoluzione e l'eccellenza di questo movimento - dice - con Camarón de la Isla ha scritto il prima e il dopo del flamenco, ha lasciato un segno nella storia". Vuelve al Flamenco si distacca dal precedente Romance de la Luna Tucumana, un album in studio con il repertorio di grandi autori come Gardel e Atahualpa. Alla libera versione dei classici, El Cigala contrappone canzoni registrate dal vivo con testi inediti. "È un lavoro molto ortodosso", dice solennemente.

Che cosa significa per lei, oggi, registrare un disco di solo flamenco?
"È prima di tutto la necessità di tornare alla mia origine e alla mia vera identità. Questo genere è musica allo stato puro e come tutte le musiche è un incubatore di emozioni, un linguaggio per l'umanità. Parla a tutti in tutto il mondo, non importa che lingua si parli".

Qual è il suo significato nell'era della globalizzazione?
 "In questi giorni possiamo trovare tutto ovunque, ma il flamenco è uno dei segni culturali di una etnia che mantiene la propria purezza".

Quanto è difficile per il folk e la musica tradizionale trovare uno spazio nell'industria discografica?
 "Abbastanza difficile, è per questo che ho creato la Cigala Music, un'etichetta con cui produco i miei progetti. Non dipendo dalle major e ho totale libertà artistica".

Lei ha cominciato a cantare accompagnando interpreti come Cristobal Reyes, Mario Maya, Manolete e Tomatito. Che cosa le hanno insegnato?
"Erano tutti  maestri di ballo. Da loro ho imparato a dominare il ritmo. Poi ho incontrato il tango e la musica afro-cubana a cui devo l'internazionalizzazione della mia musica e la crescita come artista".

Tra le sue interpretazioni c'è Caruso di Lucio Dalla. Il flamenco può rileggere la canzone popolare a qualsiasi latitudine?
"Sì, penso che tutte le musiche popolari abbiano molto in comune, e generalmente sono compatibili con il flamenco, che ha radici nella cultura araba, cristiana ed ebrea. Se si aggiunge questo alla condizione nomade della comunità gitana che è venuta in Europa dall'India, è davvero adattabile per la sua ricchezza culturale".

Chi raccoglierà l'eredità di De Lucia?
"Non lo so ancora, io non sono così vecchio. Ma sono sicuro che la tradizione avrà continuità. Mio figlio più piccolo ha 9 anni ed è un grande fan, come molti altri ragazzi e giovani che mantengono viva la fiamma e la passione per quest'arte".