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MUSICA

Penguin Cafe, Arthur Jeffes prende le redini dell'Orchestra del padre

Era l'inizio degli anni 70 quando Simon Jeffes fondò una delle più curiose formazioni britanniche, la Penguin Cafe Orchestra, che unendo suoni classici, folk e atmosfere new age affascinò Brian Eno. Dopo la morte del padre, Arthur ha ricostituito l'ensemble. Sarà questa sera in concerto a Rimini per l'unica data italiana

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Sul loro conto Roberto Saviano ha scritto una volta un tweet particolarmente toccante: "Ascoltare i Penguin Cafe in cuffia è protezione verso tutto il marcio che mi circonda". Da quel momento è come se si fosse accesa una piccola fiamma, almeno tra i lettori e follower dell'autore di Gomorra che hanno cominciato a curiosare nel mondo onirico di uno degli ensemble più raffinati ed eclettici, anche sotto il profilo scenico, della musica britannica. Sono figli di una lunga storia che affonda le sue radici nell'Inghilterra della metà degli anni Settanta, quando un talentuoso studente di chitarra alla Royal Academy, Simon Jeffes, fondò la Penguin Cafe Orchestra.
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Oggi, i dieci musicisti che portano avanti con un nome nuovo quella preziosa eredità musicale, a cavallo tra classica, folk ed etnica, faranno tappa stasera, per l'unico concerto italiano, nel suggestivo Sagrato della Chiesa Collegiata di Verucchio in provincia di Rimini. È il figlio di Jeffes, Arthur, che dopo la scomparsa del padre per un tumore al cervello nel 1997 ha ridato fiato a una produzione discografica costellata di perle preziose come l'album di debutto, Music from the Penguin Cafe, pubblicato nel '76 dalla Obscure Records di Brian Eno. Dal 2009 i Penguin Cafe riprendono il filo di una tradizione ventennale ricostituendo un ensemble che si distingue per la presenza di una ricca varietà di strumenti della tradizione fra cui banjo, mandolini, violini, harmonium. Musiche che emanano il profumo scolpito di legno scuro, antico, e di malinconiche notti sotto le stelle. In attesa della data di stasera e in vista del primo concerto dei Penguin Cafe alla Roundhouse di Londra il 10 agosto, a distanza di molti anni dall'ultima esibizione della Penguin Cafe Orchestra sullo stesso palco (nel 1977 come band di supporto dei Kraftwerk), è l'attuale leader dell'ensemble che ci racconta da dove arrivano e chi sono oggi i Penguin Cafe.
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Arthur Jeffes, l'eredità che le ha lasciato suo padre in termini artistici è stata determinante per l'evoluzione della storica Penguin Cafe Orchestra. Che cosa le ha permesso di realizzare?
"Le radici familiari sono totalmente al centro della storia dei Penguin Cafe. Volevo portare qualcosa del passato nel presente dando continuità ai paesaggi musicali che ha scoperto e creato mio padre. Ho fatto semplicemente questo, con un sentimento di gioia e di conforto, che spero possa arrivare anche al pubblico. Lo scorso febbraio abbiamo pubblicato il nostro secondo album, The Red Book, che è il seguito di A Matter of Life... del 2011. Credo di poter dire che con il nuovo lavoro ci siamo leggermente spostati su atmosfere molto più cinematografiche. Lo abbiamo registrato in una vecchia sala parrocchiale nella zona ovest di Londra, un luogo molto affascinante la cui atmosfera è entrata anche nelle canzoni".

La vostra musica sembra eternamente sospesa, fuori dal tempo. È d'accordo?
"Se ascolto i brani degli anni Settanta della Penguin Cafe Orchestra a me suonano molto attuali, hanno una loro freschezza che è rimasta inalterata nonostante siano passati quarant'anni. Dietro questo mistero c'è tutta la genialità di mio padre, che ha immaginato la possibilità di fare musica seguendo un proprio flusso autonomo del tempo e del progresso. Musica che diventa così un luogo che sta a parte, una dimensione parallela rispetto al mondo reale che non può essere intaccata dai problemi e dalle cose negative di tutti i giorni".

Uno degli album più importanti della vecchia Penguin Cafe Orchestra si intitola When in Rome.... Si sente anche lei legato all'Italia?
"Moltissimo. In questo momento, per dirle, mi trovo nella casa di campagna di mia madre, vicino a Grosseto. A breve mi sposerò qui e spero davvero di poter trascorre molto più tempo in Italia negli anni a venire. Tante estati della mia infanzia le ho trascorse nel Lazio, soprattutto sul Lago di Bolsena. Uno dei ricordi più belli che conservo di mio padre è un suo concerto a Roma. Suonava in un bellissimo giardino di un palazzo, con vialetti di ghiaia, alberi e fontane. Le mura che lo circondavano erano abbastanza alte per isolarlo quasi completamente dal rumore del traffico intorno. C'era un'aria di magia. Fin da piccolo ho perciò coltivato l'idea che Penguin Cafe fosse un luogo che sta in un mondo immaginario, un incrocio tra il Giappone e l'Italia".

Anche in The Red Book c'è una traccia che si intitola Catania. Qual è la sua storia?
"È una città che amo. Ci sono stato l'ultima volta tanti anni fa ma mi ha lasciato dentro una sensazione di piacere. La linea di chitarra che attraversa questa canzone è nata proprio per ricreare in musica il paesaggio di una spiaggia rocciosa dove soffia il vento".