Non sta fermo un attimo Federico Zampaglione. Da poco uscita la sua clip di Mai saputo il tuo nome, fresco secondo singolo dal recente Indagine su un sentimento, eccolo che parte coi Tiromancino per il tour estivo nell’anno del venticinquennale: dopo la prima a San Gimignano, seguono i concerti di Cassino (3 agosto), Misterbianco (Catania, 7), Apani (Brescia, 9), Budoni (Olbia-Tempio, 30) e Milano (24 e 25 ottobre). Il 25 invece, a vola a Londra col produttore Luca Argentero per presentare Remember, il corto che Zampaglione ha girato dalla sceneggiatura di Giuseppe Isoni. Bambini e Chernobyl al centro della storia, protagonista la giovanissima Rosa Enginoli, figlia di Claudia Gerini, compagna del musicista-regista. Che non si sbottona troppo: «Una storia molto forte, ne ho tratto un corto orrorifico».
Per il video - di fatto un minifilm - di Mai saputo il tuo nome, l’artista romano, che si regala un cameo da tassista preda di un miraggio, ha convocato alcuni bei nomi del giovane cinema italiano: Carolina Crescentini, Adriano Giannini, Sabrina Impacciatore, Francesco Arcà, oltre alla Gerini. E intanto annuncia un disco che profuma della sua Roma e di una grande amicizia: «Ho lavorato dieci anni con Franco Califano, sulla sua lapide c’è un pezzo mio, ho un bellissimo ricordo di lui da artista e da uomo. Come musicista invece ritengo il maestro molto sottovalutato, colpa, credo, del fatto che emergeva molto più per la sua natura eccessiva e guascona, ma i suoi testi e le sue melodie restano per me eccezionali. E ne voglio fare un disco, non so ancora quando ma lo farò, con le sue canzoni meno note».
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C’è altro, Zampaglione, nel suo orizzonte?
«Live, live e ancora live. Da due anni, accanto a me e a mio fratello Francesco, nei Tiromancino abbiamo tirato dentro tre ragazzi di Matera che avevano una loro band: Francesco Stoia al basso, Antonio Marcucci alla batteria e Marco Pisanelli alle chitarre. Avevo in mente un’anima molto più rock e suoni più acidi per il gruppo e abbiamo lavorato molto per plasmare i nuovi sul nostro sound. Ne sono molto soddisfatto, è un gruppo che spero di tenere in piedi a lungo. Dal vivo tutto funziona a meraviglia, abbiamo recuperato uno spirito da esordienti, il piacere di suonare in semplicità: la carica rock è molto forte, con le chitarre distorte in primo piano, e fa uscire l’altra faccia, quella viscerale dei Tiromancino. Dimenticate il disco e le sue atmosfere pop intime. Il tour cambia le carte in tavola, i pezzi sono più mobili e ci consentono di aprire alla sperimentazione, all’improvvisazione e alla fusione di tutte le nostre anime: dub, reggae, rock, elettronica, cantautorato, pop. Fino al blues: non posso dimenticare che devo a Roberto Ciotti tutto ciò che so fare con la chitarra. D’altronde lavoriamo da sempre con un po’ tutti questi materiali sonori: ritengo la musica un’esperienza aperta, non è davvero più necessario dividerla per forza in generi. Se un artista ha un suo stile dice le cose a modo suo, quel che conta è trovare in mezzo a tanta musica le note che ti rappresentano, lo stile che ti racconta. E il nostro è da venticinque anni sempre riconoscibile, prova ne siano i 70 milioni di visualizzazioni avute fino ad oggi su Youtube».
Come si è formato questo vostro artigianato di pop d’autore sempre molto attento alla bella melodia italiana?
«È proprio quello che ho cercato di fare fin dall’inizio: un laboratorio artigiano di pop, influenzato da cantautorato anni Settanta ma pure sperimentazione, rock, elettronica. Con una grande attenzione alle fonti sonore: quando ad esempio faccio un disco con mio fratello Francesco, suoniamo tutti gli strumenti e la nostra preoccupazione costante è di averne di filologicamente corretti. Ma non per mania di collezionismo o per fare i vintage, quanto perché quel periodo coi suoi Moog, VCS3, sintetizzatori, chitarre e batterie elettroniche vive di quei suoni e se li rifai col digitale ti accorgi subito che suonano falsi, di plastica. Quanto alla melodia è la punta di diamante della musica italiana nel mondo, basta pensare alla canzone napoletana, un brano come Era di maggio tocca un livello di tensione melodica incredibile. Noi ci rifacciamo a quella cultura e quelle melodie aperte diventano il cuore delle nostre canzoni. Non credo sia un caso che ci abbiano spesso accostato a Battisti, anche se non è stato mai per calcolo: non ne sono mai stato un fan anche se l’ho ascoltato molto. Quella vicinanza (che un pezzo come Fuggevoli presenze ribadisce con bella evidenza, ndr) nasce forse dal mio amore per l’ultimo Battisti, quello di Hegel, magari criptico nei testi di Panella ma comunque un lavoro strepitoso».
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Indagine su un sentimento arriva quattro anni dopo L’essenziale: colpa del cinema?
«Sì, in questo periodo mi son perso dietro all’altro mio lavoro di regista, anche di tutte le nostre clip, che ho sempre voluto fossero dei corti più che dei promo. Con belle soddisfazioni: il mio secondo lungometraggio, l’horror Shadow, è stato venduto in 58 paesi, uno dei film italiani che hanno circolato di più, e seguirlo fra festival e rassegne mi ha portato in giro per due anni e mezzo. Il cinema è nella mia vita da quando ero ragazzino: mi sono nutrito con tutto quello italiano di genere degli anni Settanta-Ottanta, horror, gialli, western, erotici. C’è un legame profondo fra la mia musica e il mio cinema: le atmosfere forti di fondo. Al punto che le due forme sono diventate un tutt’uno e nella musica dei Tiromancino punto alla visione, alle immagini che posso immettere nelle canzoni. I miei preferiti? Argento, Leone, Mario Bava, forse il più grande di tutti, Lucio Fulci. E poi ci sono Monicelli, col quale ho avuto un bel rapporto, e Matteo Garrone, uno dei miei migliori amici. Fra gli stranieri dico per primo Tarantino, Alex de la Iglesia e Pascal Laugier».
Consigli a un giovane musicista al tempo della crisi?
«Gavetta, tenacia e fiducia in se stesso anche quando tutto va male. Come abbiamo fatto noi, venendone ripagati come meglio non si poteva. Perché se per caso esci bene da un talent può essere il jolly che ti fa decollare immediatamente, ma se prendi la strada più normale, quella della gavetta, l’attesa può durare anni. Qui entrano in gioco resistenza, famiglia, fondamentale per le risorse ma anche psicologicamente, ed esigenze, perché se hai moglie e figli sei già in difficoltà. E ad ogni buon conto, in venticinque anni sapessi quante ne abbiamo viste di meteore...».
Musicisti preferiti?
«Un esercito, ma ci provo: Clapton, Hendrix, Lennon, Marley, adoro il reggae. E Dalla, con Califano e Ciotti uno dei maestri che porto nel cuore».
Poi c’è pure la boxe: che ci fa Emiliano Marsili, campione europeo dei leggeri, nella clip di Mai saputo il tuo nome?
«La pratico fin da ragazzino, ho combattuto e oggi, quando posso mi alleno ancora tre volte a settimana. Da dieci anni faccio anche l’organizzatore di incontri: al momento, insieme a Salvatore Chierghi e Davide Bucchioni sto preparando la difesa del titolo proprio per Emiliano».
Per il video - di fatto un minifilm - di Mai saputo il tuo nome, l’artista romano, che si regala un cameo da tassista preda di un miraggio, ha convocato alcuni bei nomi del giovane cinema italiano: Carolina Crescentini, Adriano Giannini, Sabrina Impacciatore, Francesco Arcà, oltre alla Gerini. E intanto annuncia un disco che profuma della sua Roma e di una grande amicizia: «Ho lavorato dieci anni con Franco Califano, sulla sua lapide c’è un pezzo mio, ho un bellissimo ricordo di lui da artista e da uomo. Come musicista invece ritengo il maestro molto sottovalutato, colpa, credo, del fatto che emergeva molto più per la sua natura eccessiva e guascona, ma i suoi testi e le sue melodie restano per me eccezionali. E ne voglio fare un disco, non so ancora quando ma lo farò, con le sue canzoni meno note».
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C’è altro, Zampaglione, nel suo orizzonte?
«Live, live e ancora live. Da due anni, accanto a me e a mio fratello Francesco, nei Tiromancino abbiamo tirato dentro tre ragazzi di Matera che avevano una loro band: Francesco Stoia al basso, Antonio Marcucci alla batteria e Marco Pisanelli alle chitarre. Avevo in mente un’anima molto più rock e suoni più acidi per il gruppo e abbiamo lavorato molto per plasmare i nuovi sul nostro sound. Ne sono molto soddisfatto, è un gruppo che spero di tenere in piedi a lungo. Dal vivo tutto funziona a meraviglia, abbiamo recuperato uno spirito da esordienti, il piacere di suonare in semplicità: la carica rock è molto forte, con le chitarre distorte in primo piano, e fa uscire l’altra faccia, quella viscerale dei Tiromancino. Dimenticate il disco e le sue atmosfere pop intime. Il tour cambia le carte in tavola, i pezzi sono più mobili e ci consentono di aprire alla sperimentazione, all’improvvisazione e alla fusione di tutte le nostre anime: dub, reggae, rock, elettronica, cantautorato, pop. Fino al blues: non posso dimenticare che devo a Roberto Ciotti tutto ciò che so fare con la chitarra. D’altronde lavoriamo da sempre con un po’ tutti questi materiali sonori: ritengo la musica un’esperienza aperta, non è davvero più necessario dividerla per forza in generi. Se un artista ha un suo stile dice le cose a modo suo, quel che conta è trovare in mezzo a tanta musica le note che ti rappresentano, lo stile che ti racconta. E il nostro è da venticinque anni sempre riconoscibile, prova ne siano i 70 milioni di visualizzazioni avute fino ad oggi su Youtube».
Come si è formato questo vostro artigianato di pop d’autore sempre molto attento alla bella melodia italiana?
«È proprio quello che ho cercato di fare fin dall’inizio: un laboratorio artigiano di pop, influenzato da cantautorato anni Settanta ma pure sperimentazione, rock, elettronica. Con una grande attenzione alle fonti sonore: quando ad esempio faccio un disco con mio fratello Francesco, suoniamo tutti gli strumenti e la nostra preoccupazione costante è di averne di filologicamente corretti. Ma non per mania di collezionismo o per fare i vintage, quanto perché quel periodo coi suoi Moog, VCS3, sintetizzatori, chitarre e batterie elettroniche vive di quei suoni e se li rifai col digitale ti accorgi subito che suonano falsi, di plastica. Quanto alla melodia è la punta di diamante della musica italiana nel mondo, basta pensare alla canzone napoletana, un brano come Era di maggio tocca un livello di tensione melodica incredibile. Noi ci rifacciamo a quella cultura e quelle melodie aperte diventano il cuore delle nostre canzoni. Non credo sia un caso che ci abbiano spesso accostato a Battisti, anche se non è stato mai per calcolo: non ne sono mai stato un fan anche se l’ho ascoltato molto. Quella vicinanza (che un pezzo come Fuggevoli presenze ribadisce con bella evidenza, ndr) nasce forse dal mio amore per l’ultimo Battisti, quello di Hegel, magari criptico nei testi di Panella ma comunque un lavoro strepitoso».
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Indagine su un sentimento arriva quattro anni dopo L’essenziale: colpa del cinema?
«Sì, in questo periodo mi son perso dietro all’altro mio lavoro di regista, anche di tutte le nostre clip, che ho sempre voluto fossero dei corti più che dei promo. Con belle soddisfazioni: il mio secondo lungometraggio, l’horror Shadow, è stato venduto in 58 paesi, uno dei film italiani che hanno circolato di più, e seguirlo fra festival e rassegne mi ha portato in giro per due anni e mezzo. Il cinema è nella mia vita da quando ero ragazzino: mi sono nutrito con tutto quello italiano di genere degli anni Settanta-Ottanta, horror, gialli, western, erotici. C’è un legame profondo fra la mia musica e il mio cinema: le atmosfere forti di fondo. Al punto che le due forme sono diventate un tutt’uno e nella musica dei Tiromancino punto alla visione, alle immagini che posso immettere nelle canzoni. I miei preferiti? Argento, Leone, Mario Bava, forse il più grande di tutti, Lucio Fulci. E poi ci sono Monicelli, col quale ho avuto un bel rapporto, e Matteo Garrone, uno dei miei migliori amici. Fra gli stranieri dico per primo Tarantino, Alex de la Iglesia e Pascal Laugier».
Consigli a un giovane musicista al tempo della crisi?
«Gavetta, tenacia e fiducia in se stesso anche quando tutto va male. Come abbiamo fatto noi, venendone ripagati come meglio non si poteva. Perché se per caso esci bene da un talent può essere il jolly che ti fa decollare immediatamente, ma se prendi la strada più normale, quella della gavetta, l’attesa può durare anni. Qui entrano in gioco resistenza, famiglia, fondamentale per le risorse ma anche psicologicamente, ed esigenze, perché se hai moglie e figli sei già in difficoltà. E ad ogni buon conto, in venticinque anni sapessi quante ne abbiamo viste di meteore...».
Musicisti preferiti?
«Un esercito, ma ci provo: Clapton, Hendrix, Lennon, Marley, adoro il reggae. E Dalla, con Califano e Ciotti uno dei maestri che porto nel cuore».
Poi c’è pure la boxe: che ci fa Emiliano Marsili, campione europeo dei leggeri, nella clip di Mai saputo il tuo nome?
«La pratico fin da ragazzino, ho combattuto e oggi, quando posso mi alleno ancora tre volte a settimana. Da dieci anni faccio anche l’organizzatore di incontri: al momento, insieme a Salvatore Chierghi e Davide Bucchioni sto preparando la difesa del titolo proprio per Emiliano».