FINALMENTE Avion Travel, vien da dire. Dieci anni dopo gli ultimi concerti. Cinque da quel gioiello de L’amico magico, tributo a Rota intitolato come l’omaggio in pellicola di Mario Monicelli, cui però misero mano i soli Servillo e Mesolella. E oltre venti dal trittico Bellosguardo-Opplà-Finalmente fiori, venuti al mondo fra ’90 e ’95, intorno ai quali è nato il “Retour” della piccola orchestra partito a giugno. Quattordici inattesi, e perciò ancor più graditi, concerti per il ritorno sul palco in formazione originale della “banda degli onesti”, come si facevan chiamare in quegli anni lontanissimi. Quattro ancora le opportunità per godere di quest’occasione, il cui futuro è appeso a un "non so, poi si vedrà, non siamo tipi da annunci" di Peppe Servillo: oggi 14 agosto a Cecina, il 18 a San Mango Cilento (Salerno), il 5 settembre a Castel del Monte (L’Aquila) e 27 a Brescia.
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Con Sanremo e con Arto Lindsay. Alfieri discretissimi di una canzone popolare pronta per l'eretico genio di Arto Lindsay e il Cyrano di Edmond De Rostand, fantasie ariostesche, versi di Pasolini e preziose operine (La guerra vista dalla luna complice Bentivoglio, Un uomo in frac), per misurarsi con Murolo e Di Giacomo o andare a Sanremo e sbancare l’Ariston fra i big (la prima volta, ‘87, quando ancora erano una rock band, la seconda col premio della critica nel ‘98, presidente della giuria Micahel Nyman, ribadito nel 2000 insieme alla vittoria assoluta con Sentimento), questa sorta di Penguin Cafe nostrana - ma di quella un poco meno immaginifica perché saldamente ancorata a Napoli e alla canzone - ha dato alla musica popolare d’autore un contributo inestimabile di strutture cameristiche, lirico sentire, inconfondibili, preziose trame timbriche e dinamiche. Una preziosa drammaturgia di note la loro. Alto e basso, complessità e semplicità (parola chiave dell’universo Avion Travel), sobrietà e ricchezza, raffinatezza e immediatezza, pathos e ironia, solida tradizione napoletana, epifanie latine e contemporaneità pulsante: oscillando con eleganza e coerenza nel rischio fra questi poli, la piccola orchestra ha tracciato in 25 anni di musica, testi e cinema, un percorso che ha la fragranza dell’invenzione e la forza del classico. Nato "un po’ per caso e un un po’ per istinto", racconta Servillo, "da una proposta di Ferruccio Spinetti", Retour voleva essere una visita alla propria memoria musicale. Senza, aggiunge, "nessun intento retorico o celebrativo, non è roba che fa per noi, per verificare col pubblico se aveva ancora senso quel tipo di canzoniere e scrittura, se aveva o meno resistito al tempo che passa".
Com’è andata fin qui col pubblico?
"È venuto con grande affetto, curiosità e disponibilità, un pubblico che già allora era con noi e che apprezza il nostro modo di fare canzoni che non ha mai abdicato alla voglia di far volare il pensiero, il sentimento, il senso. Gente che desiderava vedere come avremmo riproposto, o proposto per la prima volta, i primi tre album: dischi importanti che hanno preceduto le ribalte popolari arrivate in seguito. Un repertorio che abbiamo affrontato con una sobrietà che ne evidenziasse testi e musica, le melodie in specie. E il pubblico ha pienamente corrisposto, perché, anche se ho visto molti giovani magari istruiti dai genitori, si tratta di persone che conoscono la grande tradizione e sanno comparare, interessate a quel genere di canzone anni ‘70, quella nata coi cantautori ma pure guardando al gusto per l’orchestrazione anni ‘80 e ‘90. Penso a De Gregori, Dalla, Conte, alla loro schiettezza, all’autenticità con cui si sono sempre mostrati, alla loro profonda corrispondenza fra la persona e l’artista, alla chiarezza dei testi sempre condivisibili, veramente popolari. Vorremmo stare in quel segno, la nostra scrittura più complicata credo sia stata anche una conseguenza dei tempi. Abbiamo sempre seguito un’idea di canzone popolare che non ci facesse andare a Sanremo per riaffermarne il senso e il valore, senza però mai rinunciare alle nostre scelte stilistiche. Il tour è stato molto gratificante, anche nei luoghi, e penso in particolare al meraviglioso Teatro Romano di Lecce. Abbiamo avuto l’affluenza nostri tempi migliori, 5-700 persone in posti raccolti, a misura d’uomo, dove ci si predispone all’ascolto, dove regnano condivisione e complicità".
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E tra voi?
"Ci siamo ritrovati subito con la grande complicità che deriva dal fatto che ci conosciamo fin da ragazzi, che dividiamo ancora maestri e passioni. Inoltre c’è il linguaggio musicale, un linguaggio privilegiato che va oltre le parole, fa essere migliori le persone e aiuta a lasciar perdere le ruggini. D’altronde mi pare che oggi stare insieme sia molto difficile in tanti ambiti: il nostro ritrovarci dopo 25 anni di carriera e 10 anni di assenza come gruppo merita rispetto. Ho visto anche il pubblico cercare, oltre la musica, anche l’occasione di vedere qualcosa, qualcuno che dura, che resiste nel tempo".
Un passo indietro: perché avevate deciso di chiudere?
"A un certo momento non ci riusciva più di comporre e ognuno ha cercato spazio vitale in altri ambiti: Mario Tronco e Peppe D’Argenzio con l’Orchestra di Piazza Vittorio, Mesolella ha lavorato con Chitarre Vagabonde e da tempo fa ditta con Raiz, Spinetti ha messo su Musica Nuda e ora anche Banda Larga con Petra Magoni, io ho avviato e proseguo i miei progetti col Solis Quartet e Aires Tango insieme a Mangalavite e Girotto, ma di dischi per ora non se ne parla. Il valore e il peso di quelle singole esperienze si è sentito nel tour, eccome".
La canzone, Napoli, i giochi della vostra vita...
"La nostra una canzone popolare nel senso nobile, un luogo d’incontro e condivisione, senza le quali si finisce vittime di messaggi pubblicitari. Ci sentiamo fra i testimoni d’una tradizione enorme, ognuno di noi per nascita e cultura è legato in particolare alla canzone napoletana, non si può prescindere da una lingua così vitale e potente. Anche i cantautori da Modugno in poi nascono dalla tradizione partenopea, madre della canzone napoletana e italiana tutta. I cantanti che gareggiavano al Festival Napoli andavano a Roma a fare le prove alla festa di San Giovanni il 24 giugno, conoscevano a fondo il senso di una festa popolare. Quella sì, un’età dell’oro nel senso del rituale sociale oltre che musicale e culturale. Una cosa preziosa che qui si è molto persa mentre avverto che ad esempio in Brasile, Portogallo o Spagna il legame fra canzone e matrice popolare è assai più forte".
Crede che la musica sia stata troppo a lungo ancella dei testi nel cantautorato?
"Andando a riascoltare Modugno, Dalla, De Gregori, Battiato, Battisti, Conte, ritrovo ogni volta un pregio musicale eccezionale, le parole non vengono mai lasciate da sole come spesso si dice. È d’altronde la musica che deve portarsele dietro, a tradurla in parole la rotondità della musica riesce meno chiara. E per avere un parola musicale dobbiamo ascoltare i poeti, dai simbolisti ai contemporanei, che han cercato nel verso libero l’assonanza con la libertà".
E il teatro? Darete seguito a Le voci di dentro di cui lei è stato protagonista insieme a suo fratello Toni?
«Da ottobre riprendiamo per quattro mesi Le voci di dentro: debuttiamo a Napoli, poi andremo a Milano, di nuovo a Napoli e poi Roma, mentre uno dei quattro mesi lo passeremo tra Francia, Ungheria, Germania, Belgio e Spagna".
La gavetta pare passata di moda: consigli a un giovane musicista al tempo di talent e digitale?
"Trovare un piccolo palco nell’angolo nel più sperduto paese di provincia, sfidare il pubblico occasionale e catturarne l’attenzione. A mio avviso, in questo lavoro se ti poni obbiettivi aziendali ti diverti poco, è una strada che si percorre godendo del percorrerla non pensando alla meta".
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Con Sanremo e con Arto Lindsay. Alfieri discretissimi di una canzone popolare pronta per l'eretico genio di Arto Lindsay e il Cyrano di Edmond De Rostand, fantasie ariostesche, versi di Pasolini e preziose operine (La guerra vista dalla luna complice Bentivoglio, Un uomo in frac), per misurarsi con Murolo e Di Giacomo o andare a Sanremo e sbancare l’Ariston fra i big (la prima volta, ‘87, quando ancora erano una rock band, la seconda col premio della critica nel ‘98, presidente della giuria Micahel Nyman, ribadito nel 2000 insieme alla vittoria assoluta con Sentimento), questa sorta di Penguin Cafe nostrana - ma di quella un poco meno immaginifica perché saldamente ancorata a Napoli e alla canzone - ha dato alla musica popolare d’autore un contributo inestimabile di strutture cameristiche, lirico sentire, inconfondibili, preziose trame timbriche e dinamiche. Una preziosa drammaturgia di note la loro. Alto e basso, complessità e semplicità (parola chiave dell’universo Avion Travel), sobrietà e ricchezza, raffinatezza e immediatezza, pathos e ironia, solida tradizione napoletana, epifanie latine e contemporaneità pulsante: oscillando con eleganza e coerenza nel rischio fra questi poli, la piccola orchestra ha tracciato in 25 anni di musica, testi e cinema, un percorso che ha la fragranza dell’invenzione e la forza del classico. Nato "un po’ per caso e un un po’ per istinto", racconta Servillo, "da una proposta di Ferruccio Spinetti", Retour voleva essere una visita alla propria memoria musicale. Senza, aggiunge, "nessun intento retorico o celebrativo, non è roba che fa per noi, per verificare col pubblico se aveva ancora senso quel tipo di canzoniere e scrittura, se aveva o meno resistito al tempo che passa".
Com’è andata fin qui col pubblico?
"È venuto con grande affetto, curiosità e disponibilità, un pubblico che già allora era con noi e che apprezza il nostro modo di fare canzoni che non ha mai abdicato alla voglia di far volare il pensiero, il sentimento, il senso. Gente che desiderava vedere come avremmo riproposto, o proposto per la prima volta, i primi tre album: dischi importanti che hanno preceduto le ribalte popolari arrivate in seguito. Un repertorio che abbiamo affrontato con una sobrietà che ne evidenziasse testi e musica, le melodie in specie. E il pubblico ha pienamente corrisposto, perché, anche se ho visto molti giovani magari istruiti dai genitori, si tratta di persone che conoscono la grande tradizione e sanno comparare, interessate a quel genere di canzone anni ‘70, quella nata coi cantautori ma pure guardando al gusto per l’orchestrazione anni ‘80 e ‘90. Penso a De Gregori, Dalla, Conte, alla loro schiettezza, all’autenticità con cui si sono sempre mostrati, alla loro profonda corrispondenza fra la persona e l’artista, alla chiarezza dei testi sempre condivisibili, veramente popolari. Vorremmo stare in quel segno, la nostra scrittura più complicata credo sia stata anche una conseguenza dei tempi. Abbiamo sempre seguito un’idea di canzone popolare che non ci facesse andare a Sanremo per riaffermarne il senso e il valore, senza però mai rinunciare alle nostre scelte stilistiche. Il tour è stato molto gratificante, anche nei luoghi, e penso in particolare al meraviglioso Teatro Romano di Lecce. Abbiamo avuto l’affluenza nostri tempi migliori, 5-700 persone in posti raccolti, a misura d’uomo, dove ci si predispone all’ascolto, dove regnano condivisione e complicità".
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E tra voi?
"Ci siamo ritrovati subito con la grande complicità che deriva dal fatto che ci conosciamo fin da ragazzi, che dividiamo ancora maestri e passioni. Inoltre c’è il linguaggio musicale, un linguaggio privilegiato che va oltre le parole, fa essere migliori le persone e aiuta a lasciar perdere le ruggini. D’altronde mi pare che oggi stare insieme sia molto difficile in tanti ambiti: il nostro ritrovarci dopo 25 anni di carriera e 10 anni di assenza come gruppo merita rispetto. Ho visto anche il pubblico cercare, oltre la musica, anche l’occasione di vedere qualcosa, qualcuno che dura, che resiste nel tempo".
Un passo indietro: perché avevate deciso di chiudere?
"A un certo momento non ci riusciva più di comporre e ognuno ha cercato spazio vitale in altri ambiti: Mario Tronco e Peppe D’Argenzio con l’Orchestra di Piazza Vittorio, Mesolella ha lavorato con Chitarre Vagabonde e da tempo fa ditta con Raiz, Spinetti ha messo su Musica Nuda e ora anche Banda Larga con Petra Magoni, io ho avviato e proseguo i miei progetti col Solis Quartet e Aires Tango insieme a Mangalavite e Girotto, ma di dischi per ora non se ne parla. Il valore e il peso di quelle singole esperienze si è sentito nel tour, eccome".
La canzone, Napoli, i giochi della vostra vita...
"La nostra una canzone popolare nel senso nobile, un luogo d’incontro e condivisione, senza le quali si finisce vittime di messaggi pubblicitari. Ci sentiamo fra i testimoni d’una tradizione enorme, ognuno di noi per nascita e cultura è legato in particolare alla canzone napoletana, non si può prescindere da una lingua così vitale e potente. Anche i cantautori da Modugno in poi nascono dalla tradizione partenopea, madre della canzone napoletana e italiana tutta. I cantanti che gareggiavano al Festival Napoli andavano a Roma a fare le prove alla festa di San Giovanni il 24 giugno, conoscevano a fondo il senso di una festa popolare. Quella sì, un’età dell’oro nel senso del rituale sociale oltre che musicale e culturale. Una cosa preziosa che qui si è molto persa mentre avverto che ad esempio in Brasile, Portogallo o Spagna il legame fra canzone e matrice popolare è assai più forte".
Crede che la musica sia stata troppo a lungo ancella dei testi nel cantautorato?
"Andando a riascoltare Modugno, Dalla, De Gregori, Battiato, Battisti, Conte, ritrovo ogni volta un pregio musicale eccezionale, le parole non vengono mai lasciate da sole come spesso si dice. È d’altronde la musica che deve portarsele dietro, a tradurla in parole la rotondità della musica riesce meno chiara. E per avere un parola musicale dobbiamo ascoltare i poeti, dai simbolisti ai contemporanei, che han cercato nel verso libero l’assonanza con la libertà".
E il teatro? Darete seguito a Le voci di dentro di cui lei è stato protagonista insieme a suo fratello Toni?
«Da ottobre riprendiamo per quattro mesi Le voci di dentro: debuttiamo a Napoli, poi andremo a Milano, di nuovo a Napoli e poi Roma, mentre uno dei quattro mesi lo passeremo tra Francia, Ungheria, Germania, Belgio e Spagna".
La gavetta pare passata di moda: consigli a un giovane musicista al tempo di talent e digitale?
"Trovare un piccolo palco nell’angolo nel più sperduto paese di provincia, sfidare il pubblico occasionale e catturarne l’attenzione. A mio avviso, in questo lavoro se ti poni obbiettivi aziendali ti diverti poco, è una strada che si percorre godendo del percorrerla non pensando alla meta".