Città di Castello, quest'anno il Festival delle Nazioni offre il grande cuore dell'Armenia
Gregorio Moppi, <em class="author">GREGORIO MOPPI</em>Nella cittadina in provincia di Perugia 14 appuntamenti di livello internazionale, dal 27 agosto al 6 settembre. Di scena i virtuosi armeni ma non solo: dal catalano Jordi Savall all'israeliana Noa al nostro Mario Brunello
Cent'anni fa, in piena Grande Guerra, si compiva il genocidio armeno. Tra il 1915 e il 1916 vennero sterminati dai turchi tra i 200 mila e i 2 milioni di esseri umani: stime differenti, a seconda che a dare i numeri siano gli oppressori o gli oppressi. Una storia che ancora brucia sulla pelle della giovane Repubblica di Turchia venuta su dalle macerie dell'impero ottomano responsabile di quella carneficina, tanto che la legislazione turca punisce con il carcere, in quanto atto antipatriottico, chi si azzarda a parlarne pubblicamente. Scelta negazionista che contribuisce a opporre Ankara al resto della comunità internazionale, principalmente all'Unione europea e soprattutto alla Francia, nuova patria per molti esuli armeni d'allora - fra cui, per dire, i genitori di Charles Aznavour - . Sull'Armenia, sui suoni, sui suoi musicisti di riferimento del passato e del presente, in vista della ricorrenza tragica del genocidio, il Festival delle Nazioni di Città di Castello, in p…
Cent'anni fa, in piena Grande Guerra, si compiva il genocidio armeno. Tra il 1915 e il 1916 vennero sterminati dai turchi tra i 200 mila e i 2 milioni di esseri umani: stime differenti, a seconda che a dare i numeri siano gli oppressori o gli oppressi. Una storia che ancora brucia sulla pelle della giovane Repubblica di Turchia venuta su dalle macerie dell'impero ottomano responsabile di quella carneficina, tanto che la legislazione turca punisce con il carcere, in quanto atto antipatriottico, chi si azzarda a parlarne pubblicamente. Scelta negazionista che contribuisce a opporre Ankara al resto della comunità internazionale, principalmente all'Unione europea e soprattutto alla Francia, nuova patria per molti esuli armeni d'allora - fra cui, per dire, i genitori di Charles Aznavour - . Sull'Armenia, sui suoni, sui suoi musicisti di riferimento del passato e del presente, in vista della ricorrenza tragica del genocidio, il Festival delle Nazioni di Città di Castello, in provincia di Perugia, impianta l'edizione di quest'anno, la quarantasettesima: 14 appuntamenti nel cartellone principale disegnato con stringente coerenza, più una miriade di altri collaterali, dal 27 agosto al 6 settembre. D'altronde quella che il poeta russo Osip Mandel'štam ha definito la "terra delle pietre urlanti", la prima popolazione ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale nell'anno 301 grazie all'apostolato di san Gregorio l'Illuminatore (colui che la toponomastica partenopea chiama, appunto, Armeno), vanta una tradizione musicale tanto antica quanto poco nota al di là dei suoi confini.
"L'Armenia è stata per secoli strada di collegamento tra Oriente e Occidente", dice il direttore del festival Aldo Sisillo. "Lo prova la sua musica, che contiene stilemi che afferiscono alla cultura occidentale così come a quella del Medio Oriente. L'omaggio del festival è l'occasione per esplorare le tantissime sfaccettature artistiche di questa affascinante cultura, dal linguaggio musicale colto a quello popolare con i suoi bardi e i suonatori di duduk". Oggi, per esempio, uno dei musicisti classici da tener più d'occhio è proprio un armeno, il violoncellista Narek Hakhnazaryan, classe 1988, che dopo aver stracciato gli avversari al Concorso Ciaikovskij di Mosca sta scalando a poco a poco le vette dello star system. E come non ricordare che ha origine armena anche Sonig Tchakerian, tra le migliori violiniste italiane adesso su piazza, che forma nuova leve del concertismo nei suoi corsi all'Accademia di Santa Cecilia. Ma radici armene aveva pure la strepitosa Cathy Berberian, nata negli States, e anche Cher.
Il prologo: Anush Nikoghosyan con l'Armenian Philharmonic Orchestra. Ad aprire il Festival della Nazioni, il 27 agosto nella chiesa di S. Domenico, è Anush Nikoghosyan, giovane promessa cresciuta alla scuola armena (ossia seguendo il duro training formativo di impronta russa lasciato in eredità dall'oltre mezzo secolo di dominazione sovietica), consolidatisi in Germania e ormai pronta per lanciarsi nell'agone concertistico internazionale. Insieme all'Armenian Philharmonic Orchestra diretta da Eduard Topchjan esegue il Concerto del conterraneo Aram Khachaturjan, il compositore che meglio ha espresso nell'età staliniana l'estetica del realismo socialista. Autore che si ritrova pure nel menù dell'ultima sera, il 6 settembre, quando Topchjan ne dirige la suite dal balletto Spartacus dal podio dell'Orchestra della Toscana, e poi con il pianista Benedetto Lupo si lascia trascinare dal Concerto n. 2 di Rachmaninov. Eppure non è certo Khachaturjan il papà della moderna musica armena, benché il suo nome sia quello più noto. Volendo davvero rintracciarne il genitore bisogna rivolgersi a Padre Komitas, monaco che morì pazzo a Parigi per lo shock del genocidio. Il suo stile si basa sulla conoscenza profonda delle antiche melopee sacre e del folklore contadino. Federico Mondelci, sax e direttore dei Virtuosi Italiani, il 1° settembre ne riporta in luce le Sei melodie per orchestra d'archi.
Se questi tre concerti sono ben inseriti nell'alveo della musica colta, la gran parte degli altri invece infrange il confine tra i generi, fra scrittura, oralità e improvvisazione. In ciò il gambista catalano Jordi Savall è un asso: il suo percorso di ricognizione fra le culture musicali che nei secoli si sono affacciate sul Mediterraneo l'ha portato a individuare insospettati affratellamenti, così come tra quelle circostanti che pure non si specchiano nel mare ma che comunque sono riconducibili a una comune consanguineità linguistica ed espressiva. Ecco allora che il 28 agosto Savall fonde il suo ensemble di strumenti antichi Hesperion XXI a un gruppo di armeni che cantano, suonano il kamancha, una specie di minuscolo violoncello, e il duduk, appartenente alla famiglia dei flauti, per intonare canti d'amore, d'esilio e di lotta. Incardinati sul medesimo repertorio tradizionale sono i programmi di Aram Kerovpyan alla testa della Chorale Akn impegnata nella diffusione della musica liturgica armena (nell'Oratorio di San Crescentino a Morra il 3 settembre), della cantante Virginia Pattie Kerovpyan che mette a confronto melodie di luoghi ed periodi differenti concepite a fini terapeutici (il 4 settembre a Umbertide) e del violoncellista Mario Brunello che, alla ricerca del cristianesimo dei primi secoli, vagabonda fra canti popolari da lui trascritti e si immerge nell'opera di due contemporanei, Tigran Mansurian e Vache Sharafyan (4 settembre).
Vache Sharafayan, quattro prime con quattro differenti organici. Di Vache Sharafayan, autore dell'opera di ispirazione armena Re Abgar e in passato collaboratore di Yo-Yo Ma per un progetto multiculturale dedicato alla Via della Seta, il festival offre ben quattro prime assolute per organici differenti. Due proposte da Brunello, Drawing in Air by Solo Flute dalla giovane flautista Giulia Baracani (in recital il 29 agosto a Monte Santa Maria Tiberina con il duo Danilo Rossi e Stefano Bezziccheri, viola-piano); inoltre in un concerto-spettacolo di cui sono protagonisti Pamela Villoresi e l'Ensemble strumentale dell'Orchestra da camera di Perugia, la sua ispirazione si intreccia ai versi dei connazionali Movses Khorenatsi e Yeghishe Charents e alla musica dell'italiano Filippo Fanò sulla poesia di Alda Merini (a Sansepolcro il 31 agosto).
Tra il molto altro che ancora c'è, va perlomeno ricordata la presenza di Noa, la cantante israeliana di origini yemenite nominata nel 2001 "artista per la pace", interessata dalle tematiche del genocidio e della diaspora armena: il 29 agosto propone il suo ultimo album Love Medicine. E, come sapida curiosità, il concerto dell'Ensemble barocco della Nuova Orchestra Scarlatti (il 30 agosto a Citerna) che inanella pagine da melodrammi italiani settecenteschi da tempo assopiti nel ricchissimo fondo musicale del convento di San Gregorio Armeno di Napoli.
"L'Armenia è stata per secoli strada di collegamento tra Oriente e Occidente", dice il direttore del festival Aldo Sisillo. "Lo prova la sua musica, che contiene stilemi che afferiscono alla cultura occidentale così come a quella del Medio Oriente. L'omaggio del festival è l'occasione per esplorare le tantissime sfaccettature artistiche di questa affascinante cultura, dal linguaggio musicale colto a quello popolare con i suoi bardi e i suonatori di duduk". Oggi, per esempio, uno dei musicisti classici da tener più d'occhio è proprio un armeno, il violoncellista Narek Hakhnazaryan, classe 1988, che dopo aver stracciato gli avversari al Concorso Ciaikovskij di Mosca sta scalando a poco a poco le vette dello star system. E come non ricordare che ha origine armena anche Sonig Tchakerian, tra le migliori violiniste italiane adesso su piazza, che forma nuova leve del concertismo nei suoi corsi all'Accademia di Santa Cecilia. Ma radici armene aveva pure la strepitosa Cathy Berberian, nata negli States, e anche Cher.
Il prologo: Anush Nikoghosyan con l'Armenian Philharmonic Orchestra. Ad aprire il Festival della Nazioni, il 27 agosto nella chiesa di S. Domenico, è Anush Nikoghosyan, giovane promessa cresciuta alla scuola armena (ossia seguendo il duro training formativo di impronta russa lasciato in eredità dall'oltre mezzo secolo di dominazione sovietica), consolidatisi in Germania e ormai pronta per lanciarsi nell'agone concertistico internazionale. Insieme all'Armenian Philharmonic Orchestra diretta da Eduard Topchjan esegue il Concerto del conterraneo Aram Khachaturjan, il compositore che meglio ha espresso nell'età staliniana l'estetica del realismo socialista. Autore che si ritrova pure nel menù dell'ultima sera, il 6 settembre, quando Topchjan ne dirige la suite dal balletto Spartacus dal podio dell'Orchestra della Toscana, e poi con il pianista Benedetto Lupo si lascia trascinare dal Concerto n. 2 di Rachmaninov. Eppure non è certo Khachaturjan il papà della moderna musica armena, benché il suo nome sia quello più noto. Volendo davvero rintracciarne il genitore bisogna rivolgersi a Padre Komitas, monaco che morì pazzo a Parigi per lo shock del genocidio. Il suo stile si basa sulla conoscenza profonda delle antiche melopee sacre e del folklore contadino. Federico Mondelci, sax e direttore dei Virtuosi Italiani, il 1° settembre ne riporta in luce le Sei melodie per orchestra d'archi.
Se questi tre concerti sono ben inseriti nell'alveo della musica colta, la gran parte degli altri invece infrange il confine tra i generi, fra scrittura, oralità e improvvisazione. In ciò il gambista catalano Jordi Savall è un asso: il suo percorso di ricognizione fra le culture musicali che nei secoli si sono affacciate sul Mediterraneo l'ha portato a individuare insospettati affratellamenti, così come tra quelle circostanti che pure non si specchiano nel mare ma che comunque sono riconducibili a una comune consanguineità linguistica ed espressiva. Ecco allora che il 28 agosto Savall fonde il suo ensemble di strumenti antichi Hesperion XXI a un gruppo di armeni che cantano, suonano il kamancha, una specie di minuscolo violoncello, e il duduk, appartenente alla famiglia dei flauti, per intonare canti d'amore, d'esilio e di lotta. Incardinati sul medesimo repertorio tradizionale sono i programmi di Aram Kerovpyan alla testa della Chorale Akn impegnata nella diffusione della musica liturgica armena (nell'Oratorio di San Crescentino a Morra il 3 settembre), della cantante Virginia Pattie Kerovpyan che mette a confronto melodie di luoghi ed periodi differenti concepite a fini terapeutici (il 4 settembre a Umbertide) e del violoncellista Mario Brunello che, alla ricerca del cristianesimo dei primi secoli, vagabonda fra canti popolari da lui trascritti e si immerge nell'opera di due contemporanei, Tigran Mansurian e Vache Sharafyan (4 settembre).
Vache Sharafayan, quattro prime con quattro differenti organici. Di Vache Sharafayan, autore dell'opera di ispirazione armena Re Abgar e in passato collaboratore di Yo-Yo Ma per un progetto multiculturale dedicato alla Via della Seta, il festival offre ben quattro prime assolute per organici differenti. Due proposte da Brunello, Drawing in Air by Solo Flute dalla giovane flautista Giulia Baracani (in recital il 29 agosto a Monte Santa Maria Tiberina con il duo Danilo Rossi e Stefano Bezziccheri, viola-piano); inoltre in un concerto-spettacolo di cui sono protagonisti Pamela Villoresi e l'Ensemble strumentale dell'Orchestra da camera di Perugia, la sua ispirazione si intreccia ai versi dei connazionali Movses Khorenatsi e Yeghishe Charents e alla musica dell'italiano Filippo Fanò sulla poesia di Alda Merini (a Sansepolcro il 31 agosto).
Tra il molto altro che ancora c'è, va perlomeno ricordata la presenza di Noa, la cantante israeliana di origini yemenite nominata nel 2001 "artista per la pace", interessata dalle tematiche del genocidio e della diaspora armena: il 29 agosto propone il suo ultimo album Love Medicine. E, come sapida curiosità, il concerto dell'Ensemble barocco della Nuova Orchestra Scarlatti (il 30 agosto a Citerna) che inanella pagine da melodrammi italiani settecenteschi da tempo assopiti nel ricchissimo fondo musicale del convento di San Gregorio Armeno di Napoli.