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MUSICA

Il Cile: "Sono un cantautore ma non mi piace girare intorno alle cose. Perciò amo i rapper"

Pubblica il nuovo album "In Cile veritas". "Ho collaborato con i Club Dogo, Fabri Fibra, Clementino. Da adolescente ascoltavo i Nirvana, mi immaginavo una vita rock, tutta trasgressioni ed eccessi. Gli adolescenti di ora ascoltano i rapper... Mi piace scavare nel vero e nel crudo, come chi scrive hip hop"

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MILANO - Ad ascoltare il suo nuovo disco, In Cile veritas, il Cile si dimostra un simbolo dei venti-trentenni di adesso anche nella quantità di due di picche presi dalle ragazze. Una buona parte delle 10 canzoni del secondo album del cantautore aretino è dedicata a rapporti d'amore finiti male o mai iniziati (e tutta roba sua dato che - confessa - "non riesco a non essere autobiografico"), ma il tutto stemperato da ironie, funambolismi verbali e riflessioni sul mondo che gli gira intorno. Basta ascoltare, e lo si può fare già da un po' dato che è stato uno dei successi dell'estate, Sapevi di me: "Il racconto di una convivenza finita e del senso di fallimento che lascia. In situazioni così capisci molte cose laceranti sulla vita, ma sempre a posteriori. Da lì mi sono allargato al vuoto intorno a me, al dolore".
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Il risultato è la conferma delle cose buone dell'album che lo lanciò due anni fa, Siamo morti a vent'anni. Con qualche inevitabile differenza, che si coglie già dal titolo: nell'esordio non mancavano toni scuri, quasi cupi, qui "c'è una visione meno nichilista, con più chiari, usando l'ironia. Più un riferimento al vino, che mi viene dall'essere un toscano di campagna, oltre che dalla passione per le buone bottiglie. Cobain usava come parola ricorrente nelle canzoni dei Nirvana 'gun', pistola, io 'vino'. A ciascuno il suo".

Si sorride insomma, alla faccia della crisi, "che per noi nati negli anni Ottanta è qualcosa di costante, non solo economica, ma anche sociale, umana, politica, attitudinale. Ci siamo sempre vissuti. E i compromessi sono inevitabili, anche per sopravvivere: in Sapevi di me racconto di una mia ex che amava Che Guevara ma poi ha dovuto lavorare da Prada. Però la crisi non deve bloccare il sogno e la speranza. Io ci ho creduto e sono qui: quel che mi piace è scrivere, raccontare come un'autoanalisi le mie cose e farle arrivare alla gente trasformandole in qualcosa di universale. E per questo sono felicissimo quando qualcuno mi scrive che si ritrova nelle mie storie: questo mestiere si fa per il pubblico, pur partendo da se stessi".
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Anche per questa schiettezza il Cile si trova benissimo con i rapper e meno con i suoi colleghi cantautori della nouvelle vague: "Ho collaborato con i Club Dogo, Fabri Fibra, Clementino. Ma è normale: io da adolescente ascoltavo i Nirvana anche perché mi immaginavo una vita rock, tutta trasgressioni ed eccessi, e gli adolescenti di ora ascoltano i rapper per i loro racconti di macchinoni e vasche idromassaggio con belle donne. E poi mi piace scavare nel vero e nel crudo, come chi scrive hip hop, i cantautori spesso girano troppo attorno alle cose". Senza dimenticare però il feeling con gente come i concittadini Negrita, "i primi che hanno creduto in me", Jovanotti, "che mi ha fatto aprire i suoi concerti negli stadi", Ligabue, "gente che li conosci e capisci dall'impegno e dalla passione perché sono arrivati lì. Adesso mi piacerebbe conoscere Vasco, ma credo che sia impossibile".

Pur amando il rap, difficile però non definire il Cile un cantautore: basta leggerne i testi e lasciarsi affascinare anche dalla struttura, oltre che dalla scrittura. "Mi piace leggere classici latini, anche per sciogliere dubbi sulla consecutio e la costruzione delle frasi. E il bello è che ho fatto lo Scientifico. Ma per un motivo semplice: al Classico di Arezzo si iscrivevano pochissime ragazze".