Angelique Kidjo è una forza della natura. Chiunque l'abbia vista sul palco una sola volta lo sa bene. Ma non son solo la potenza espressiva del suo canto, le movenze ferine e contagiose del suo arcaico danzare, a renderla il vulcano che è. Perché tutto ciò che fa vibra del suo più grande amore: quello per l'Africa. Sulla scia di esempi anche molto diversi come Fela Kuti e Youssou N'Dour, la musicista del Benin nutre il suo racconto in musica del continente con una continua riflessione e il vigore della speranza. Tradotte anche nella creazione di Batonga, associazione per la scolarizzazione primaria e secondaria delle giovani africane, nel lavoro, dal 2002, di ambasciatrice Unicef e, di recente, nell'impegno per la campagna di vaccinazione contro la poliomielite.
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L'Africa suona e canta anche nel suo tredicesimo disco, Eve, dove di nuovo Kidjo mette al servizio della propria missione le ricerche sul campo, stavolta fra le donne di Kenia e Benin, di melodie, ritmi e musicisti poi impiegati in studio. Intrecciati al magistero del Kronos Quartet, di un gigante del jazz come Christian McBride, al soul meticcio del veterano Dr. John. Mentre grazie alla stima incondizionata di cui gode nel business show più sensibile, figurano da sempre stelle di prima grandezza: dai numi neri Manu Dibango, Mory Kante e Salif Keita ai brasiliani Carlinhos Brown e Vinicius Cantuaria, fino a mostri sacri d'occidente come Peter Gabriel, Santana, Cassandra Wilson, Joss Stone, Alicia Keys, David Z (storico collaboratore di Prince), Brandford Marsalis, Dave Matthews. Un'Africa ibrida dunque ma profondissimamente radicata nelle culture d'origine: un progetto perciò ancora più contemporaneo perché governato da una globalizzazione dal volto umano, che al marketing preferisce fratellanza e condivisione.
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Dedicato alle donne africane. L'Africa di Kidjo è in particolare donna: pensando alle sue più giovani sorelle ha pubblicato l'autobiografia Spirit Rising e a novembre riporta in scena, in un tempio della musica come la Carnegie Hall di New York, il suo celebre omaggio a Miriam Makeba. "Sono nata in una famiglia povera che ha sostenuto la mia passione per la musica senza condizioni. Sono stata molto fortunata e spero che questa storia potrà ispirare tante ragazze in Africa perché insistano a sognare sul serio. Saranno i loro sogni e la loro forza d'animo a cambiare il continente, è il cuore che me lo dice. Miriam è stata fra quelli che mi hanno fatto sognare da piccola. Era tutto ciò che volevo essere: orgogliosa della sua cultura e sempre in viaggio per mostrarla a tutto il mondo". Questa fierissima africana cresciuta fra Otis Redding, James Brown e Jimi Hendrix, emigrata giovanissima a Parigi e che oggi vive fra New York e Benin, è in arrivo in Italia: il 7 settembre a Carrara, ospite del festival Con-Vivere, l'8 a Roma per Eutropia, il 10 a Cosenza per Invasioni.
Qual è secondo lei il padre e la madre di tutti i problemi d'Africa?
"La quantità a volte è scoraggiante. Credo che la radice di tutti sia la povertà perché condiziona alimentazione e salute, sia mentale che fisica che condizionano l'intera vita di una persona, come ad esempio con l'arresto della crescita. La povertà inoltre blocca l'accesso all'istruzione, altro elemento chiave nel gioco della politica: una migliore ti farà comprendere la posta in palio. E non tutti i politici vogliono questo, anche in Occidente".
Cosa può fare un artista africano per l'Africa?
"A volte il dolore che proviamo per la nostra gente è davvero insopportabile, il nostro lavoro è intrattenere ma al tempo stesso dare voce ai senza voce. Fela ha dato la vita per cercare di costruire una Nigeria migliore. Siamo i soli nell'industria dei media in grado di dare una diversa immagine e prospettiva del continente. La scrittrice Chimamanda Adiche parla di come l'Africa sia sempre definita da una sola narrazione di povertà e guerra ripetuta all'infinito. E tutti sembrano bersela, come se l'Africa fosse una moneta ad una sola faccia ma quando qualcun'altro narra la tua storia ti spoglia della tua umanità. Per fare progredire l'immagine dell'Africa, così ricca di diversità e culture ancora incontaminate, dobbiamo saper raccontare la nostra storia con i nostri mezzi, modi e contenuti, ma ancora non ci siamo saputi organizzare abbastanza bene, siamo stati divisi ed abbiamo subito il lavaggio del cervello. Mi alzo ogni giorno chiedendomi: quando ci sveglieremo? D'altronde l'indipendenza di molti paesi non ha significato la fine del colonialismo. Ad esempio tanti stati dell'Africa occidentale e centrale usano i franchi CFA, in sostanza l'euro, e non sono dunque economicamente indipendenti. Più in generale il business pare ovunque disconnesso da valori come umanità e compassione, nel senso di partecipare attivamente alle sofferenze altrui. Dobbiamo perciò cambiare anche il modo in cui l'Occidente persegue i suoi affari in Africa che è, ricordiamolo, uno dei continenti più ricchi dove vive la popolazione più povera del pianeta. E infatti sta crescendo il movimento che chiede più trasparenza dal grande business che opera in Africa".
Lavora spesso sul campo, come una vera antropologa, hai un metodo preciso quando fai questa parte del lavoro?
"No, seguo solo la mia ispirazione e quando sono in Africa lascio che il linguaggio della musica ci guidi e faccia sentire liberi. L'unica regola che cerco di darmi è quella di raccontare una storia in ogni album. Come nella trilogia che ho fatto sull'influenza africana nella musica della diaspora (Oremi, Black Ivory Soul, Oyaya, ndr), o in Oyo, dedicato alle canzoni della mia infanzia. Per Eve, l'ultimo, ho voluto collaborare con le donne della tradizione keniana e beninese: la musica è una parte importante della loro vita quotidiana e dobbiamo celebrare la loro ricchezza. Dai nostri musicisti tradizionali ho imparato che la musica è inclusione e non esclusione perché è un dono della natura e quindi dobbiamo condividerlo. Resta vero che l'importanza della musica africana non è sempre riconosciuta in modo appropriato, ma non tutti gli occidentali fanno questo: alcuni di loro, come Peter Gabriel, rendono sempre omaggio alla bellezza e alla forza dell'Africa".
Lei è figlia di un'attrice, danzatrice e produttrice teatrale e, secondo la sua definizione, di un grande "mangiatore" di libri: cosa ha imparato da loro?
"Mi hanno sempre detto: 'Sii sincera con la tua arte, ricorda sempre chi sei e da dove vieni, devi continuare a dare e condividere il tuo dono col mondo, a raccontare la tua storia'. Ecco a cosa dedico la mia vita, in modo che un giorno si possa capire che ci siamo fatti la guerra per nulla. In tutti i miei viaggi ho sempre trovato conferme al fatto che c'è solo una umanità e che la musica è lo strumento migliore per farla stare insieme. Mio padre dice che la sola ricchezza che ci poteva dare era l'istruzione. E così dalla povertà ognuno di noi sorelle e fratelli ha trovato la sua strada: uno lavora coi computer, un altro fa lo chef, un altro l'ortodonista. Mio fratello Oscar è produttore musicale e dirige l'unica scuola di musica del Benin, a Ouidah. Alcuni di loro vivono a Parigi e in Belgio, altri ancora in Benin. Io lo lasciai nei primi anni '80 a causa del della dittatura (comunista, ndr). La situazione è diciamo stabilmente democratica dall 1989. Ora dobbiamo tradurla in crescita economica, il che non è facile perché non abbiamo petrolio né molte risorse naturali. Ma a volte anche la ricchezza è una maledizione per l'Africa, il motivo per cui tanti paesi con enormi possibilità sono passati attraverso molti conflitti e rivolte".
Che concerti ci dobbiamo aspettare in Italia?
"Pura musica di Angelique, una combinazione di vecchi classici e nuove canzoni da Eve con un sacco di energia, emozione e danze. La gente dovrà esser pronta a muoversi e cantare con me. Come al solito il mio gruppo sarà fondamentale, con me sul palco ci sono Dominic James (chitarra), Ben Zwerin (basso), Magatte Sow (percussioni), Gregory Louis (batteria). Ognuno di loro viene da una parte diversa della terra e ne sono particolarmente orgogliosa".
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L'Africa suona e canta anche nel suo tredicesimo disco, Eve, dove di nuovo Kidjo mette al servizio della propria missione le ricerche sul campo, stavolta fra le donne di Kenia e Benin, di melodie, ritmi e musicisti poi impiegati in studio. Intrecciati al magistero del Kronos Quartet, di un gigante del jazz come Christian McBride, al soul meticcio del veterano Dr. John. Mentre grazie alla stima incondizionata di cui gode nel business show più sensibile, figurano da sempre stelle di prima grandezza: dai numi neri Manu Dibango, Mory Kante e Salif Keita ai brasiliani Carlinhos Brown e Vinicius Cantuaria, fino a mostri sacri d'occidente come Peter Gabriel, Santana, Cassandra Wilson, Joss Stone, Alicia Keys, David Z (storico collaboratore di Prince), Brandford Marsalis, Dave Matthews. Un'Africa ibrida dunque ma profondissimamente radicata nelle culture d'origine: un progetto perciò ancora più contemporaneo perché governato da una globalizzazione dal volto umano, che al marketing preferisce fratellanza e condivisione.
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Dedicato alle donne africane. L'Africa di Kidjo è in particolare donna: pensando alle sue più giovani sorelle ha pubblicato l'autobiografia Spirit Rising e a novembre riporta in scena, in un tempio della musica come la Carnegie Hall di New York, il suo celebre omaggio a Miriam Makeba. "Sono nata in una famiglia povera che ha sostenuto la mia passione per la musica senza condizioni. Sono stata molto fortunata e spero che questa storia potrà ispirare tante ragazze in Africa perché insistano a sognare sul serio. Saranno i loro sogni e la loro forza d'animo a cambiare il continente, è il cuore che me lo dice. Miriam è stata fra quelli che mi hanno fatto sognare da piccola. Era tutto ciò che volevo essere: orgogliosa della sua cultura e sempre in viaggio per mostrarla a tutto il mondo". Questa fierissima africana cresciuta fra Otis Redding, James Brown e Jimi Hendrix, emigrata giovanissima a Parigi e che oggi vive fra New York e Benin, è in arrivo in Italia: il 7 settembre a Carrara, ospite del festival Con-Vivere, l'8 a Roma per Eutropia, il 10 a Cosenza per Invasioni.
Qual è secondo lei il padre e la madre di tutti i problemi d'Africa?
"La quantità a volte è scoraggiante. Credo che la radice di tutti sia la povertà perché condiziona alimentazione e salute, sia mentale che fisica che condizionano l'intera vita di una persona, come ad esempio con l'arresto della crescita. La povertà inoltre blocca l'accesso all'istruzione, altro elemento chiave nel gioco della politica: una migliore ti farà comprendere la posta in palio. E non tutti i politici vogliono questo, anche in Occidente".
Cosa può fare un artista africano per l'Africa?
"A volte il dolore che proviamo per la nostra gente è davvero insopportabile, il nostro lavoro è intrattenere ma al tempo stesso dare voce ai senza voce. Fela ha dato la vita per cercare di costruire una Nigeria migliore. Siamo i soli nell'industria dei media in grado di dare una diversa immagine e prospettiva del continente. La scrittrice Chimamanda Adiche parla di come l'Africa sia sempre definita da una sola narrazione di povertà e guerra ripetuta all'infinito. E tutti sembrano bersela, come se l'Africa fosse una moneta ad una sola faccia ma quando qualcun'altro narra la tua storia ti spoglia della tua umanità. Per fare progredire l'immagine dell'Africa, così ricca di diversità e culture ancora incontaminate, dobbiamo saper raccontare la nostra storia con i nostri mezzi, modi e contenuti, ma ancora non ci siamo saputi organizzare abbastanza bene, siamo stati divisi ed abbiamo subito il lavaggio del cervello. Mi alzo ogni giorno chiedendomi: quando ci sveglieremo? D'altronde l'indipendenza di molti paesi non ha significato la fine del colonialismo. Ad esempio tanti stati dell'Africa occidentale e centrale usano i franchi CFA, in sostanza l'euro, e non sono dunque economicamente indipendenti. Più in generale il business pare ovunque disconnesso da valori come umanità e compassione, nel senso di partecipare attivamente alle sofferenze altrui. Dobbiamo perciò cambiare anche il modo in cui l'Occidente persegue i suoi affari in Africa che è, ricordiamolo, uno dei continenti più ricchi dove vive la popolazione più povera del pianeta. E infatti sta crescendo il movimento che chiede più trasparenza dal grande business che opera in Africa".
Lavora spesso sul campo, come una vera antropologa, hai un metodo preciso quando fai questa parte del lavoro?
"No, seguo solo la mia ispirazione e quando sono in Africa lascio che il linguaggio della musica ci guidi e faccia sentire liberi. L'unica regola che cerco di darmi è quella di raccontare una storia in ogni album. Come nella trilogia che ho fatto sull'influenza africana nella musica della diaspora (Oremi, Black Ivory Soul, Oyaya, ndr), o in Oyo, dedicato alle canzoni della mia infanzia. Per Eve, l'ultimo, ho voluto collaborare con le donne della tradizione keniana e beninese: la musica è una parte importante della loro vita quotidiana e dobbiamo celebrare la loro ricchezza. Dai nostri musicisti tradizionali ho imparato che la musica è inclusione e non esclusione perché è un dono della natura e quindi dobbiamo condividerlo. Resta vero che l'importanza della musica africana non è sempre riconosciuta in modo appropriato, ma non tutti gli occidentali fanno questo: alcuni di loro, come Peter Gabriel, rendono sempre omaggio alla bellezza e alla forza dell'Africa".
Lei è figlia di un'attrice, danzatrice e produttrice teatrale e, secondo la sua definizione, di un grande "mangiatore" di libri: cosa ha imparato da loro?
"Mi hanno sempre detto: 'Sii sincera con la tua arte, ricorda sempre chi sei e da dove vieni, devi continuare a dare e condividere il tuo dono col mondo, a raccontare la tua storia'. Ecco a cosa dedico la mia vita, in modo che un giorno si possa capire che ci siamo fatti la guerra per nulla. In tutti i miei viaggi ho sempre trovato conferme al fatto che c'è solo una umanità e che la musica è lo strumento migliore per farla stare insieme. Mio padre dice che la sola ricchezza che ci poteva dare era l'istruzione. E così dalla povertà ognuno di noi sorelle e fratelli ha trovato la sua strada: uno lavora coi computer, un altro fa lo chef, un altro l'ortodonista. Mio fratello Oscar è produttore musicale e dirige l'unica scuola di musica del Benin, a Ouidah. Alcuni di loro vivono a Parigi e in Belgio, altri ancora in Benin. Io lo lasciai nei primi anni '80 a causa del della dittatura (comunista, ndr). La situazione è diciamo stabilmente democratica dall 1989. Ora dobbiamo tradurla in crescita economica, il che non è facile perché non abbiamo petrolio né molte risorse naturali. Ma a volte anche la ricchezza è una maledizione per l'Africa, il motivo per cui tanti paesi con enormi possibilità sono passati attraverso molti conflitti e rivolte".
Che concerti ci dobbiamo aspettare in Italia?
"Pura musica di Angelique, una combinazione di vecchi classici e nuove canzoni da Eve con un sacco di energia, emozione e danze. La gente dovrà esser pronta a muoversi e cantare con me. Come al solito il mio gruppo sarà fondamentale, con me sul palco ci sono Dominic James (chitarra), Ben Zwerin (basso), Magatte Sow (percussioni), Gregory Louis (batteria). Ognuno di loro viene da una parte diversa della terra e ne sono particolarmente orgogliosa".