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Interpol, ripartiamo da tre: "Abbiamo perso un componente ma non siamo più deboli"

Una delle colonne portanti della band di New York, il bassista Carlos Dengler, è uscito dal gruppo. Il nuovo album, "El Pintor", è il primo senza il suo apporto. "Questo disco segna la nostra rinascita. Cambiando formazione abbiamo dovuto trovare un nuovo equilibrio. Ma la nostra energia è la stessa degli inizi"

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BERLINO - "Abbiamo perso uno dei nostri fondatori, ma non per questo siamo più deboli. Come alcuni elementi privati di un isotopo, ora siamo più radioattivi". Gli Interpol sono tornati. Il loro quinto disco si intitola El Pintor. È il primo senza il bassista Carlos Dengler, una delle colonne portanti del gruppo fin dalla sua fondazione. "Ha deciso di dedicarsi ad altro. Non è stato semplice vederlo andare via, ma non potevamo trattenere qualcuno che non aveva più gli stimoli. I nostri rapporti? Direi amichevoli, anche se sono anni che non ci parliamo", ci racconta in esclusiva Daniel Kessler, chitarrista e fondatore della rock band newyorkese che dal 2002 a oggi ha venduto più di due milioni di dischi in tutto il mondo.
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Quattro anni dall'ultimo album: era una pausa necessaria?
"Senza dubbio. Quando Carlos ha deciso di andarsene abbiamo pensato che fosse fondamentale fermarci un attimo e capire dove volevamo andare. Lo ammetto, a volte mi è passato per la mente il pensiero che non saremmo mai tornati. È come quando, dopo un divorzio, ci metti un po' di tempo a innamorarti ancora. El Pintor segna la nostra rinascita. Cambiando formazione abbiamo dovuto trovare un nuovo equilibrio, già a partire dalla composizione delle canzoni, siamo tornati a essere una 'nuova band'. E l'energia è la stessa degli inizi".

Il vostro cantante, Paul Banks, ha recentemente dichiarato di non amare i tour: rischiamo di vedervi sempre di meno in giro?
"Lui preferisce il lavoro di registrazione, ma non gli dispiace esibirsi in pubblico, ve lo assicuro. Qualche settimana fa eravamo all'House of Blues di New Orleans. Vedere migliaia di persone di tutte le età, compresi ragazzini che non avranno avuto più di diciotto anni, cantare le nostre canzoni è la ragione per cui continuiamo a volere fare dischi. Paul era quasi commosso. Andremo in tour anche questa volta e saremo in Italia, a Milano, il 30 gennaio del prossimo anno".
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All'epoca della fondazione della band eravate tutti all'università. Rimpianti per non aver proseguito la carriera accademica?
"Nessuno. Almeno non io. Quando fondai la band cercavo gente ambiziosa. Paul Banks l'avevo conosciuto in Francia durante un periodo di studio all'estero, Carlos Dengler aveva in progetto di fare il professore universitario. Non è stato facile trovare un'intesa, non avevamo gusti musicali simili, se non i Led Zeppelin e anche a livello di personalità ci abbiamo messo un po' a trovare dei compromessi, ma forse è stata proprio questa la nostra forza; non siamo mai stati tipi che si accontentano, ogni canzone era vista e rivista centinaia di volte prima di entrare in studio e registrare".

Avete riscosso un enorme successo fin dal vostro primo album: avete mai sentito la pressione di dovervi ogni volta confermare tra le prime posizioni delle classifiche per non sentire parlare di fallimento?
"È bello avere successo, senza dubbio, ma rincorrerlo è controproducente. Bisogna cercare di guardare sempre nel lungo periodo, evitare di andare incontro a quelli che pensi siano i gusti del pubblico, non è che si construisce l'autorevolezza di una band. Forse vendi tanto subito, ma dopo non vendi più. Il mercato musicale è cambiato, si vende in maniera diversa. Noi ad esempio siamo più tipi da album che da canzone usa e getta. Lavoriamo in maniera che ogni pezzo sia in qualche modo legato a quello precedente. Ci vediamo un po' come una serie tv alla Breaking Bad: non ha senso guardarsi una puntata da sola se poi non arrivi al gran finale".