PER un artista 113 milioni di album sono un bel traguardo. Ma per Lionel Richie il vero metro del successo è un altro: "L'altra sera sono uscito per andare a cena in un ristorante e mi è capitato in macchina di ascoltare una mia vecchia canzone. Sono arrivato al ristorante e il pianista del locale stava suonando una mia canzone. E prima della fine della cena è arrivata al mio tavolo una ragazzina, di quelle che si suppone vadano pazze per i One Direction, e mi ha detto che amava molto le mie canzoni. Beh, cos'altro potrei volere di più?", dice ridendo, "ci sono alcuni artisti miei coetanei che avevano molto successo anni fa e che oggi nessuno ricorda più". Certamente anche Richie ha iniziato ad avere successo molti anni fa, alla fine degli anni Sessanta per essere precisi, quando era il cuore e la voce dei Commodores, stelle della Motown (con hit del calibro di Easy, Brick House, Three times a lady). Poi dagli anni Ottanta è diventato divo per proprio conto, mettendo a segno innumerevoli successi come cantante (basti pensare a All night long, e Dancing on the ceiling) e come autore, avendo firmato We are the world con Michael Jackson. Un Oscar, tantissimi Grammy, molti album e poi, dalla metà degli anni Duemila, una "seconda giovinezza", nuovi album in classifica e addirittura un trionfo nel country. E ora un nuovo tour mondiale che approderà in Italia per un'unica data il 13 febbraio a Milano.
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Certo, signor Richie, lei è infaticabile.
"Conosco molti artisti che vorrebbero avere lo stesso problema, e stare in giro cinquant'anni come me. E non è questione di pubbliche relazioni o di marketing, la gente ti deve amare davvero. Io sono da tanti anni sulla strada, se mi vogliono ancora resterò. Per questo sono l'uomo più fortunato del mondo e amo ancora il lavoro che faccio".
Tutto è assai cambiato attorno a lei...
"È cambiato il business non il mio sentimento per la musica. Il mercato ha trasformato le canzoni in materiale riciclabile e questo non mi piace. Non si fa alcuna differenza tra gli amatori e i professionisti: siamo tutti sullo stesso piano e anche questo non va bene. Quando abbiamo iniziato, io, i Rolling Stones, i Cream, Michael Jackson, non eravamo "music business" ma individui che facevano la loro musica. Oggi c'è Spotify, lo streaming, loro sono le star e io non so dove sono gli artisti. Ma per fortuna la musica c'è sempre".
Come fa a scegliere i brani in un tour "greatest hits". I suoi successi vanno bene per fare almeno cinque ore di show.
"In realtà è un work in progress: in ogni paese dove andiamo il pubblico ama canzoni diverse. Il tour è iniziato in Asia. Quindi Australia, Nuova Zelanda e poi Giappone e Cina, ognuno con un set di brani diversi. E tutto è ricambiato in America. Ora tocca all'Europa, dove ho fatto addirittura tre album che negli Usa nemmeno conoscono. È uno show talmente vario che mi sembra di portare in concerto l'intera storia della musica americana: soul, pop, country, tutto in una sera".
La sua popolarità è molto cresciuta negli ultimi anni in zone del mondo dove il pop anni fa arrivava con difficoltà, in Iraq e in Cina.
"Spero un giorno di poter andare a cantare in Iraq, il popolo di quel paese soffre terribilmente. Io sono stato contrario alla guerra fin dal primo momento, e le sofferenze della gente sono ancora insopportabili. In Cina invece ci sono stato da poco. Ho chiuso il tour partecipando a China Idol, uno show tv visto da 450 milioni di persone. E la gente ha cantato insieme a me. Mi sono chiesto "come fanno i bambini cinesi a conoscere le mie canzoni?", e il ministro della Cultura cinese mi ha spiegato che nelle scuole i bambini imparano l'inglese con le mie canzoni".
Come si fa a non perdere la testa con così tanto successo?
"Mia madre e mio padre hanno fatto un buon lavoro... Sono cresciuto in un piccolo ambiente di ottime persone che mi hanno dato il metro giusto per valutare le cose della vita. E poi ho un grande stabilizzatore, che sono i miei figli. Se vuoi davvero essere importante nella vita devi essere padre di qualcuno, non importa quanto tu sia famoso, appena entri in casa sei papà e quello è il tuo lavoro principale, il resto non conta. Questo ti riporta alla realtà. Ho visto quello che è accaduto ai miei amici, a quelli con i quali sono cresciuto: Michael (Jackson, ndr), Withney (Houston, ndr), Luther (Vandros, ndr). È terribile non poter fare più i conti con la realtà. Questo business è rischioso, se lo lasci fare ti uccide".
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La consapevolezza che una propria canzone, All night long, contribuisca a far contento chi ascolta deve essere una soddisfazione pazzesca...
"Penso che se potessi scegliere di essere il "re" di questo o di quello, vorrei essere il re di cuori, portare arte e gioia. Credo che sia questa la mia missione in questo pazzo mondo animato dalla follia e cerco di farlo al meglio. Amo davvero la gente, le persone mi piacciono nel profondo del cuore, canto per loro".
Che sorprese ci saranno nello show?
"Sono sorprese e quindi non le svelerò. Ma posso dirle che ci sono due show, quello che faccio io sul palco con la mia musica e le mie canzoni, e quello della gente in platea, che ride, che piange, che canta, che balla abbracciata le canzoni più slow, o che urla quando parte All night long. C'è vita e emozione, ed è straordinario".
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Certo, signor Richie, lei è infaticabile.
"Conosco molti artisti che vorrebbero avere lo stesso problema, e stare in giro cinquant'anni come me. E non è questione di pubbliche relazioni o di marketing, la gente ti deve amare davvero. Io sono da tanti anni sulla strada, se mi vogliono ancora resterò. Per questo sono l'uomo più fortunato del mondo e amo ancora il lavoro che faccio".
Tutto è assai cambiato attorno a lei...
"È cambiato il business non il mio sentimento per la musica. Il mercato ha trasformato le canzoni in materiale riciclabile e questo non mi piace. Non si fa alcuna differenza tra gli amatori e i professionisti: siamo tutti sullo stesso piano e anche questo non va bene. Quando abbiamo iniziato, io, i Rolling Stones, i Cream, Michael Jackson, non eravamo "music business" ma individui che facevano la loro musica. Oggi c'è Spotify, lo streaming, loro sono le star e io non so dove sono gli artisti. Ma per fortuna la musica c'è sempre".
Come fa a scegliere i brani in un tour "greatest hits". I suoi successi vanno bene per fare almeno cinque ore di show.
"In realtà è un work in progress: in ogni paese dove andiamo il pubblico ama canzoni diverse. Il tour è iniziato in Asia. Quindi Australia, Nuova Zelanda e poi Giappone e Cina, ognuno con un set di brani diversi. E tutto è ricambiato in America. Ora tocca all'Europa, dove ho fatto addirittura tre album che negli Usa nemmeno conoscono. È uno show talmente vario che mi sembra di portare in concerto l'intera storia della musica americana: soul, pop, country, tutto in una sera".
La sua popolarità è molto cresciuta negli ultimi anni in zone del mondo dove il pop anni fa arrivava con difficoltà, in Iraq e in Cina.
"Spero un giorno di poter andare a cantare in Iraq, il popolo di quel paese soffre terribilmente. Io sono stato contrario alla guerra fin dal primo momento, e le sofferenze della gente sono ancora insopportabili. In Cina invece ci sono stato da poco. Ho chiuso il tour partecipando a China Idol, uno show tv visto da 450 milioni di persone. E la gente ha cantato insieme a me. Mi sono chiesto "come fanno i bambini cinesi a conoscere le mie canzoni?", e il ministro della Cultura cinese mi ha spiegato che nelle scuole i bambini imparano l'inglese con le mie canzoni".
Come si fa a non perdere la testa con così tanto successo?
"Mia madre e mio padre hanno fatto un buon lavoro... Sono cresciuto in un piccolo ambiente di ottime persone che mi hanno dato il metro giusto per valutare le cose della vita. E poi ho un grande stabilizzatore, che sono i miei figli. Se vuoi davvero essere importante nella vita devi essere padre di qualcuno, non importa quanto tu sia famoso, appena entri in casa sei papà e quello è il tuo lavoro principale, il resto non conta. Questo ti riporta alla realtà. Ho visto quello che è accaduto ai miei amici, a quelli con i quali sono cresciuto: Michael (Jackson, ndr), Withney (Houston, ndr), Luther (Vandros, ndr). È terribile non poter fare più i conti con la realtà. Questo business è rischioso, se lo lasci fare ti uccide".
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La consapevolezza che una propria canzone, All night long, contribuisca a far contento chi ascolta deve essere una soddisfazione pazzesca...
"Penso che se potessi scegliere di essere il "re" di questo o di quello, vorrei essere il re di cuori, portare arte e gioia. Credo che sia questa la mia missione in questo pazzo mondo animato dalla follia e cerco di farlo al meglio. Amo davvero la gente, le persone mi piacciono nel profondo del cuore, canto per loro".
Che sorprese ci saranno nello show?
"Sono sorprese e quindi non le svelerò. Ma posso dirle che ci sono due show, quello che faccio io sul palco con la mia musica e le mie canzoni, e quello della gente in platea, che ride, che piange, che canta, che balla abbracciata le canzoni più slow, o che urla quando parte All night long. C'è vita e emozione, ed è straordinario".