LONDRA - "Ho scritto le mie canzoni più belle dopo aver analizzato l'industria discografica e aver capito quanto superficiali possono essere le persone. Sembra che non vada di moda esprimere entusiasmo per una brava cantante. Ma io non posso non dire quello che sento, pur sapendo di mettermi nei pasticci...". Ha diciott'anni e nessun pelo sulla lingua Lorde, la cantante neozelandese che ha curato la colonna sonora dell'ultimo Hunger Games, il terzo, Il canto della rivolta parte I, in uscita in Italia oggi, partecipando anche con il brano Yellow Flicker Beat. Nata il 7 novembre del 1996 a Auckland, vero nome Ella Marija Lani Yelich-O'Connor (è quello con cui firma le sue canzoni), vincitrice di un Grammy a diciassette anni, Lorde non ha un'opinione altissima del mondo della discografia. Il nome Lorde l'ha scelto per via di una passione per l'araldica e tutto ciò che sa di nobiltà e aristocrazia. Talento precoce, ha un aspetto che le conferisce più anni di quanti ne abbia in realtà.
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Ha conosciuto il successo prestissimo. Non sembra spaventata.
"Il successo fa paura a qualsiasi età, non importa se sei un'adolescente o una persona matura. Avevo quattordici, quindici anni quando ho iniziato a sentire qualcosa e adesso che ne ho diciotto sento le cose in modo diverso, penso a quando ne avrò venti, non ho idea di come sarò e cosa farò e che tipo di sensibilità avrò. Voglio dire: le inclinazioni artistiche cambiano sempre, non importa l'età. E la paura passa in secondo piano".
Che cosa le ha permesso di realizzare i suoi sogni?
"Credo il fatto di essere nata in Nuova Zelanda, una terra in cui senti che tutto è possibile, in cui non esistono restrizioni, limitazioni di alcun tipo. Nel mio paese gli adulti ti dicono sempre: puoi essere e diventare quello che vuoi, se davvero ci credi. Così sono cresciuta, in una famiglia che mi ha sempre incoraggiata dal punto di vista creativo, mi ha sempre esortata a osare, provare cose nuove, a costo di non andare a scuola ogni tanto. Una famiglia molto comprensiva e permissiva. Sono stata fortunata".
Ha una voce e con quella può mostrare il suo potere: si sente un po' come Katniss, la protagonista di Hunger Games?
"In effetti sì, non avrei mai creduto di poter trarre ispirazione da un personaggio di finzione della letteratura per ragazzi, e invece è stato così, con Katniss e Hunger Games. Mi identifico con la sua sicurezza, con quel suo saper prendere delle decisioni, magari in maniera impulsiva, ribelle ma senza mai tirarsi indietro, spinta fra l'altro da un alto senso morale. Non lo nego: quando canto mi sento Katniss, sento che la mia è la sua voce, e viceversa".
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Che rapporto ha con il cinema?
"Lo adoro da sempre. Da bambina vedevo in media tre film al giorno. E stranamente ero sempre attratta dalla colonna sonora, al contrario dei miei amichetti che nemmeno facevano caso alla musica. È così che mi sono scoperta musicista e cantante. Vedendo film e seguendo la musica".
E come hai scritto la musica per Hunger Games?
"Sono partita dalle parole, intendo quelle del copione del film. Poi, una volta assimilati i contenuti, mi sono concentrata sulle parole e sullo spirito di Katniss. Il titolo (originale, ndr), Mockinjay, è stato il punto di partenza. Da lì ho iniziato a costruire una struttura piramidale all'incontrario, col vertice all'ingiù, da una piccola cosa a uno spazio musicale sempre più largo e vasto".
Come "immagina" la musica?
"Per me la musica vuol dire colore. Ogni nota o accordo rappresenta un colore. E forse questo si riflette su quello che indosso in questo o in quel momento. Indosso vestiti a seconda dei colori che ascolto e canto nella mia mente. La musica mi suggerisce tutto: mi dice chi sono, cosa mi devo indossare e soprattutto con chi non mi devo mettere".
Nel senso dei ragazzi?
"Ops, m'è scappata... Non mi attrae nessuno che non sia capace di condividere con me la passione per la musica. E per le buone maniere, il bon-ton. Chiamatemi pure aristofreak. Mi fate un complimento".
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Ha conosciuto il successo prestissimo. Non sembra spaventata.
"Il successo fa paura a qualsiasi età, non importa se sei un'adolescente o una persona matura. Avevo quattordici, quindici anni quando ho iniziato a sentire qualcosa e adesso che ne ho diciotto sento le cose in modo diverso, penso a quando ne avrò venti, non ho idea di come sarò e cosa farò e che tipo di sensibilità avrò. Voglio dire: le inclinazioni artistiche cambiano sempre, non importa l'età. E la paura passa in secondo piano".
Che cosa le ha permesso di realizzare i suoi sogni?
"Credo il fatto di essere nata in Nuova Zelanda, una terra in cui senti che tutto è possibile, in cui non esistono restrizioni, limitazioni di alcun tipo. Nel mio paese gli adulti ti dicono sempre: puoi essere e diventare quello che vuoi, se davvero ci credi. Così sono cresciuta, in una famiglia che mi ha sempre incoraggiata dal punto di vista creativo, mi ha sempre esortata a osare, provare cose nuove, a costo di non andare a scuola ogni tanto. Una famiglia molto comprensiva e permissiva. Sono stata fortunata".
Ha una voce e con quella può mostrare il suo potere: si sente un po' come Katniss, la protagonista di Hunger Games?
"In effetti sì, non avrei mai creduto di poter trarre ispirazione da un personaggio di finzione della letteratura per ragazzi, e invece è stato così, con Katniss e Hunger Games. Mi identifico con la sua sicurezza, con quel suo saper prendere delle decisioni, magari in maniera impulsiva, ribelle ma senza mai tirarsi indietro, spinta fra l'altro da un alto senso morale. Non lo nego: quando canto mi sento Katniss, sento che la mia è la sua voce, e viceversa".
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Che rapporto ha con il cinema?
"Lo adoro da sempre. Da bambina vedevo in media tre film al giorno. E stranamente ero sempre attratta dalla colonna sonora, al contrario dei miei amichetti che nemmeno facevano caso alla musica. È così che mi sono scoperta musicista e cantante. Vedendo film e seguendo la musica".
E come hai scritto la musica per Hunger Games?
"Sono partita dalle parole, intendo quelle del copione del film. Poi, una volta assimilati i contenuti, mi sono concentrata sulle parole e sullo spirito di Katniss. Il titolo (originale, ndr), Mockinjay, è stato il punto di partenza. Da lì ho iniziato a costruire una struttura piramidale all'incontrario, col vertice all'ingiù, da una piccola cosa a uno spazio musicale sempre più largo e vasto".
Come "immagina" la musica?
"Per me la musica vuol dire colore. Ogni nota o accordo rappresenta un colore. E forse questo si riflette su quello che indosso in questo o in quel momento. Indosso vestiti a seconda dei colori che ascolto e canto nella mia mente. La musica mi suggerisce tutto: mi dice chi sono, cosa mi devo indossare e soprattutto con chi non mi devo mettere".
Nel senso dei ragazzi?
"Ops, m'è scappata... Non mi attrae nessuno che non sia capace di condividere con me la passione per la musica. E per le buone maniere, il bon-ton. Chiamatemi pure aristofreak. Mi fate un complimento".