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MUSICA

Fela Kuti, il guerriero dell'Afrobeat, diventa un (raro) documentario

In anteprima italiana al Festival dei Popoli il docu-film che Il regista premio Oscar Alex Gibney ha tratto da oltre 1500 ore di filmati, arrivati da tutto il mondo e quasi tutti inediti, per realizzare "Finding Fela". Che svela il vero volto del rivoluzionario musicista e attivista nigeriano: "Più ci addentravamo in lui più ci piovevano addosso filmati meravigliosi"

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FIRENZE - "Certo, ci speravamo ma era difficile pensare che saremmo arrivati ad avere 1500 ore di filmati su Fela Kuti per il nostro documentario. E invece sono arrivati, da tutto il mondo e quasi tutti inediti". Attacca così Alex Gibney, documentarista premiatissimo, Oscar nel 2006 con Taxi to the Dark Side, per raccontare la grande avventura di Finding Fela, arrivato in anteprima italiana al cinema Odeon e, in sala, nel 2015. Dove, dopo il debutto al Sundance, arriva al Festival de Popoli, una della più antiche rassegne di cinema documentario del mondo. "Fra i ritrovamenti più incredibili, da Roma, oltre ad altri materiali fantastici, ci sono giunte le immagini mai viste del funerale di Fela a Lagos, dove lo accompagnarono un milione e mezzo di persone, mentre da un garage di Parigi son saltati fuori degli scarti da Music Is the Weapon di Jean-Jacques Flori e Stephane Tchalgadieff, il solo precedente film su Fela che ci è stato preziosissimo. Penso che il successo mondiale di Fela! (11 Tony Award, oltre un milione di spettatori in tutto il mondo, ndr), il musical diretto da Bill T. Jones (uno fra i maggiori coreografi viventi, ndr) e prodotto da Stephen Hendel, abbia molto aiutato a riaccendere l'attenzione su un simile gigante e che la decisione di Hendel di produrre anche il film ora l'approfondirà". Col musical e il suo autore il film dialoga infatti intensamente, proponendone fra l'altro la coloratissima, emozionata energia della tappa del tour mondiale a Lagos.
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Il guerriero che suona. Una storia avvincente come la saga di un antico eroe guerriero quella di Fela. Colosso della musica contemporanea e implacabile militante africano. Con una vita enorme, dall'irresistibile malia: "Più ci addentravamo in lui - riprende Gibney - più ci piovevano addosso filmati meravigliosi e ancor più pareva dovessero arrivarne. Come se Fela si fosse messo di mezzo di persona per farci trovare tutti gli elementi della sua complessità. E mentre insistevamo a cercare per chi e perché lui è ancora così importante, il film ha trovato il suo titolo Finding Fela, cercando Fela. Prima lo ascoltavo, mi piaceva. Scoprendo chi è davvero stato ne sono diventato un fan. L'indagine sul vero valore di Fela, sul perché ha tanto tardato ad essergli riconosciuto, e ancora sia lontano dalla vera meta, son stati aspetti importanti del nostro lavoro". Un insolito biopic che coniuga con seducente piglio divulgativo etnomusicologia e politica, storia, musica e cultura. E fa pensare a Fela, scomparso il 2 agosto 1997, come a un Thomas Sankara, un Agostinho Neto o un Amilcar Cabral col sax, il microfono e la tromba. Che con il suo dionisiaco, incandescente Afrobeat ha riportato dove sono nate, in una sorta di diaspora all'incontrario, le musiche degli afroamericani per innestarle, con visionario sincretismo e in profetico anticipo sulle posticce mode oggi dilaganti, nella musica Yoruba. Così come applicò la lezione delle Black Panthers, di cui divenne amico a Los Angeles nel 1969, alla situazione nigeriana e ai suoi testi, da lì in poi fiammeggianti d'impegno.
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"McCartney, torna a casa tua". Uno capace di sbeffeggiare e lottare per tutta la vita contro militari sanguinari, non ebbe grossi problemi nel mandare a quel paese anche Paul McCartney. Che, dopo gli Stones, prima di Stewart Copeland e Damon Albarn e nello stesso periodo di Ginger Baker, era andato in Africa a cercar l'ispirazione dopo il divorzio dai Fab Four. Nell'agosto 1972 per il suo debutto da vedovo Beatles, Band on the Run, Sir Paul è in studio con i ragazzi di Fela. Ma non ha messo in conto il fuoco che brucia nelle vene di quel 33enne minuto, bello e indomabile. Saputo delle sedute, una sera dal palco del proprio club, Fela gli urla: "Vattene, sei venuto qui a rubare la musica degli africani, per giunta a casa loro". Malgrado il garbo inglesissimo di McCartney non ci fu nulla da fare, il disco fu terminato alla Emi di Londra. Ma ancora oggi lui lo ricorda commosso: "Il suo concerto era il migliore del mondo, un'esperienza che ti invadeva di una gioia toccante". In nome dei suoi principi Fela insisterà nel suo autolesionismo per tutta la vita. Nell'85 Berry Gordy, l'insaziabile padrone della Motown, lo voleva per avviare il branch africano della sua formidabile macchina da soldi. Gli offrì un milione di dollari. Ma prendere quei soldi avrebbe significato per Fela farsi corrompere da un nero, per di più ricco. Così sfinì il boss con interminabili rinvii, insistendo invece a proporgli un disco di 60 minuti con un solo brano, che nessuna radio del mondo avrebbe ovviamente mai trasmesso. La storia con Berry l'ingordo finì ovviamente lì.

Utopia e morte di Kalakuta. In questi episodi c'è già tutto il carattere di Fela così come il contesto in cui si mosse: colonialismo e postcolonialismo, consapevolezza black, paternalismo bianco, avvisaglie global, resistenze local. E quella stessa indemoniata intransigenza e determinazione che applicò nella sua strenua lotta contro i militari e la loro marcia dittatura. E alla sua forse più amata creatura: la Repubblica di Kalakuta. Fela la inaugura nel 1970 e la dichiara indipendente dalla Nigeria. L'ha voluta per la sua gente: un centinaio fra familiari, musicisti, ballerine, cantanti, tecnici, amici, con studi di registrazione, palco e perfino la clinica. Dopo otto anni di aggressioni, soprusi di ogni genere, violenze, le durissime carcerazioni del leader, all'alba del 18 febbraio 1978 mille soldati entrano al 14 di Agege Motor Road. Scatenati dall'uscita di Zombie, il capolavoro in cui Fela li assimila a morti viventi nelle mani dei potenti, la radono al suolo, violentando e uccidendo, saccheggiando e incendiando. Fela si salva a stento. Tragedia nella tragedia, a 77 anni Funmilayo Ransome-Kuti, madre di Fela, leggendaria attivista e prima nigeriana ad avere la patente, ospite di Mao a Pechino, nel 1971 premio Lenin per la pace (come prima Rafael Alberti, Picasso, la Ibarruri, Siqueiros, e dopo Allende, Guttuso o Angela Davis), durante quell'iradiddio viene scaraventata da una finestra. Morirà dopo otto settimane di coma.

L'uomo che amava le donne. Le parti dedicate a quell'orrore sono fra le più commoventi di Finding Fela!. Che resta però un ritratto a tutto tondo che rivela Fela anche come infaticabile e sempre rispettoso amante-amico delle donne (memorabile il matrimonio contemporaneo con le sue 27 coriste, il 20 febbraio 1978), devoto family man e stakanovista delle canne. Dalle due ore che Lindy Jankura ha miracolosamente montato con le 1500 d'archivio e le interviste fatte oggi a familiari, amici, collaboratori (fra gli altri i figli Femi e Seun, entrambi ottimi musicisti, e Yeni, McCartney, il biografo Michael Veal, Questlove, il suo agente di sempre, Rikki Stein, Tony Allen, suo storico batterista), Fela esce con tutta la forza di chi seppe e volle darsi da solo il proprio destino. Figlio di una importante famiglia progressista della borghesia Yoruba, Fela fu mandato a Londra per diventare, come i suoi due fratelli, medico (uno sarà poi anche ministro della Salute). Tornò con un diploma in pianoforte e composizione al Trinity College. La scelta era fatta: da figlio di buona famiglia a musicista e guerrigliero. Per sempre. "Il suo - riprende Gibney - è stato il viaggio di uno che stava trovando la sua strada. Iniziò da jazzista, una specie di 'vorrei essere Miles Davis'. Poi una volta nei quartieri alti, si vide tipo pop star. In America scoprì due cose: la politica radicale dei neri e James Brown. Così alle poliritmie d'Africa unì il groove funky e la musica divenne più complicata e semplice allo stesso tempo. Tornato a Lagos mise su una nuova band funky con molta più energia di prima e le altre influenze che aveva scoperto: jazz, inni cristiani, i ritmi Yoruba della costa Ovest dell'Africa, da dove furono deportati gli schiavi afroamericani. Intanto i suoi testi avevano assorbito una rabbiosa spinta politica. Il suo ultimo approdo fu la fine degli storici Africa 70 e la nascita degli Egypt 80, coi quali il suono divenne sia più incazzato, attraverso i testi, che più spirituale per via del groove, del tiro ritmico".

Il Professor Hindu e il morto che ritorna. Utopista tanto carismatico, sciamano di suoni inauditi, Fela non ha mai scordato di nutrire la propria identità anche coi millenari misteri della cultura africana: "Fra gli inediti più incredibili - spiega Gibney - c'è pure il filmato di un fatto noto ma del quale nessuno sapeva esistesse un documento: quello in cui Professor Hindu (il saggio ghanese che Fela volle come maestro, ndr) taglia la gola ad un uomo con un coltello e poi lo seppellisce ancora vivo. L'uomo resta sottoterra due giorni, poi riemerge raccontando lo sconcerto di quell'esperienza e l'altrettanto sconcertante sensazione di eccitamento sessuale che gli aveva procurato. Altri momenti molto forti del set sono stati l'intervista a Bill T. Jones parlando in tutta franchezza di AIDS, la causa della morte di Fela, il 2 agosto del 1997; gli inediti di lui dopo la prigionia, in cui è evidente quanto percosse e torture lo avessero minato ". Di lui Eno ha detto: "Ho più dischi di Fela che di qualsiasi altro, li ascolto ossessivamente da sempre e ancora oggi rimpiango di non averne potuto produrre uno". Sarebbe stato di certo un capolavoro. In ogni caso, il suo genio ha arricchito la musica del secondo dopoguerra di un progetto est-etico senza barriere di spazio né di tempo o gusto. "Beasts of no Nation - conclude Gibney - per me è il punto più alto della sua musica. Una sinfonia afrobeat che abbraccia tutte le contraddizioni dell'uomo. Ancora oggi, guardandone la splendida versione che abbiamo montato, i tuoi occhi non possono che esser trascinati da Fela che salta per il palco a torso nudo fumando un grosso cannone, fasciato strettissimo nei suoi pantaloni blu con arabeschi bianchi. Si pavoneggia impettito sul palco, incoraggiando, pretendendo il massimo, letteralmente trascinando il gruppo con sé, e quando ti ha ridotto in trance, ipnotizzato con quel suo groove spirituale, afferra la tromba, come mandato dal cielo. E poi partono le parole. Furiose e resistenti. Nell'era dell'apartheid immagina Botha, Thatcher e Reagan come animali corrotti, chiamandoli 'bestie di nessuna nazione'. E aggiunge 'gli animali devono parlare agli esseri umani. Date loro diritti umani, non appartengono a nessuno'. È musica che ti porta in viaggio da qualche parte oltre la politica, un luogo fondamentale dove l'amore è forte e la rabbia virtuosa".