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Natale da Liga: "È un periodo duro ma le feste servono a non pensare, almeno per un po'"

La situazione difficile dell'Italia di oggi, la rabbia, l'indignazione ma anche gli amici, la musica e cosa significava essere comunisti in Emilia: "Non aveva nulla a che fare col perdere la libertà". Un ritratto intimo del cantautore da cui emergono le sfaccettature della sua personalità e un vivido racconto dei luoghi in cui tutto è nato: Correggio

16 minuti di lettura
Quelle foto di Ghirri fatte di nebbia e di mistero con quel cielo così grigio e case con giardino dalle porte che si aprono sul nulla. Ogni luogo un cantante, uno scrittore, un'eccellenza italiana, una canzone, un mondo, piccolo come quello di Guareschi ma anche capace di spingersi ovunque senza timori. È l'Emilia. A Correggio alle due del pomeriggio un sole malato filtra giallino tra le nuovole: è una bella sensazione in mezzo a Corso Giuseppe Mazzini deserto, con i portici ocra sotto cui ripararsi se d'improvviso dovesse piovere. Tutto sembra come sospeso. Quel senso di vuoto che ti afferra però oggi è ovunque. Anche qui.

- stacco -


Luciano Ligabue cammina in un panorama di devastazione. Tutto è distrutto intorno a lui: l'officina, la catena di montaggio, il reparto verniciatura. E poi, passando dalla fabbrica agli uffici: il laboratorio, la sala riunioni, le "risorse umane", persino la direzione generale con ancora le tende alle finestre. Ogni cosa è rimasta congelata al momento in cui tutto è finito: gli oggetti di uso quotidiano, sedie rotte, i fogli per terra, un calendario, un televisore sfasciato, una vita di lavoro persa nel nome della delocalizzazione, di nuove magnifiche sorti e progressive di finta innovazione che produce un risultato sempre più comune: la chiusura della piccola e media impresa d'eccellenza che dava lavoro al Paese, il vero miracolo italiano che tanti dall'estero erano venuti a studiare. Non è solo un videoclip.
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"È un Natale molto duro", dice una canzone del nuovo disco.
"Quella canzone parla di un fatto personale ma comunque sì, la lettura si può allargare, non c'è dubbio. Del resto io, per un po' di anni, mi sono censurato. Troppi. Per esempio in Arrivederci, mostro! l'ho fatto: avevo deciso di non dare sfogo alla mia indignazione, alla mia rabbia perché dicevo "la gente ne ha già troppa, non è il caso di andare a rinfocolarla anche con le canzoni", perché comunque si trasmettono gli stati d'animo attraverso le canzoni e io sentivo la responsabilità del mio ruolo. Ma poi ho deciso che era veramente troppo, che non ce la facevo più".

E così...
"E così ci sono almeno due brani saturi di questi stati d'animo in Mondovisione, il nuovo album. Sono Il muro del suono e Il sale della terra".

Una sensazione che viene amplificata dal videoclip de Il muro del suono che mostra una fabbrica abbandonata rimasta come congelata: si vede che pulsava di vita e adesso, invece, solo macerie...

"L'abbiamo girato qui nelle Reggiane, una fabbrica che dava da lavorare nei suoi tempi migliori a 25mila persone".

Da quanto tempo sono abbandonate?
"Dai primi anni Novanta. Ma le abbiamo usate perché simboleggiano qualche cosa. Sono enormi fabbricati, bellissimi tra l'altro, in cui venivano costruiti anche aerei, treni, con un'enorme indotto sulla città e che potrebbero venir riutilizzate in molti modi: per esempio potrebbero essere un buon posto dove fare musica. Invece sono lì a languire...".

Nel videoclip ci sono anche delle didascalie a indicare simbolicamente i luoghi abbandonati.
"Sì, però non è simbolico. Nel senso che le scritte indicano i luoghi veri: la fonderia. piuttosto che il reparto verniciatura. L'idea è dire: "Quei cumuli di macerie erano quello". E poi la canzone dice verso la fine una cosa molto chiara che in questo contesto sembra risuonare ancora di più: "Chi doveva pagare non ha mai pagato". Noi possiamo fare molte valutazioni su com'è il mondo oggi, possiamo cercare di capire perché abbia preso una piega diversa da quella che credevamo possibile, in cui la politica avrebbe cercato di fare in modo che la forbice non fosse così larga tra chi ha tutto e chi non ha niente. Però invece il mondo è andato esattamente nella direzione opposta e la forbice è diventata sempre più larga. E siccome oggi la gente deve pagare a causa di scelte fatte da altri, si sperava che almeno ci fosse una giustizia che operasse, che chi ha la colpa di questa crisi almeno pagasse. Non è stato e non è così e io ho avuto voglia di dirlo".

Le note del finale della canzone però sembrano positive.
"Beh, io non riesco a mollare da questo punto di vista, continuo a essere uno che vuole contare sulla speranza, il che, nel rock, è una cosa poco comune. Insomma io continuo a credere che "il cerino sfregato nel buio fa più luce di quanto crediamo". Perché credo moltissimo nel gesto individuale, nel fare, nel sapersi opporre a un sistema a cui apparentemente nessuno si può sottrarre".

Quel cerino nel video poi diventa un incendio: c'è "qualcuno che può rompere il muro del suono"? Chi è?
"Ognuno di noi ha la possibilità di farlo e ognuno a modo suo. Anche con un gesto molto piccolo che però ti faccia sentire dalla parte giusta. Lo voglio pensare. Raccontare di questo però oggi è davvero faticoso anche per la rassegnazione così diffusa. Ma la rassegnazione è una cosa a cui io non riesco a rassegnarmi".

Potevi andare avanti a fare solo canzoni d'amore, dirà qualcuno, e non immischiarti.

"Credo invece di aver sbagliato a darmi dei limiti in precedenza. Dei limiti "sentimentali", come se non avessi permesso a certi sentimenti di non entrare nelle canzoni per procurare ulteriore danno. Ma non è così. E non è così che bisogna fare quando si fanno canzoni. Il danno è arrivato da tanto tempo e ne siamo consapevoli. La rabbia ormai è tangibile, lo dicono le piazze. Ma era inevitabile che le tensioni sociali esplodessero. Mi sono anche stupito che non sia successo prima".

Una rabbia che però rischia di finire nel populismo...

"Perché, secondo me, in questo momento anche tutta la comunicazione ha bisogno di urlare e quando i toni sono così alti in qualche modo si sbaglia. Basta esprimere un'opinione o essere contro un premier e ancora oggi sei un comunista o un fascista o estremista o un radicale. Quindi diventa molto difficile esprimere opinioni a causa di questo clima di esasperazione in cui si continuano a vedere nemici contro nemici. Questo però è il punto di osservazione di uno che in piazza non ci può andare: io vivo queste cose da un osservatorio con molti filtri: Internet, i giornali".
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Io credo che non sia casuale che un posto come questo, l'Emilia Romagna, sia riuscita a creare più musicisti di qualsiasi altra regione italiana: Berselli nel suo libro Quel gran pezzo dell'Emilia diceva che c'è un elemento segreto e fondamentale del successo economico, ma non solo, di questa regione: la Cultura, quella proprio con la C maiuscola. Aveva ragione secondo te?

"Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo per raccontare una cosa che spesso finisce nelle mie canzoni, se non direttamente, attraverso una sorta di malinconia. Tra i miei quindici e vent'anni, in questo posto, a Reggio Emilia, nascevano le radio libere e tu potevi farne parte perché non c'era alcun filtro. Bastava una passione e qualche disco: era un gioco innocente in cui tu potevi esprimerti, parlare di musica e di quello che vedevi coi tuoi occhi di ragazzino. Nel frattempo i cantautori erano al loro meglio e i gruppi internazionali più importanti, da Bob Dylan a Neil Young fino a Siouxsie and the Banshees, passavano tutti di qui. Qui Benigni sollevò Berlinguer durante una Festa de L'Unità dove si diceva, sparandola grossa, che c'erano un milione di persone. Gli ospedali funzionavano, le scuole, gli asili funzionavano".

E la gente ci credeva...
"Ci credeva perché, tu che venivi da una famiglia comunista in cui vedi che l'essere comunista non ha niente a che fare col perdere la libertà, con l'essere legati a un modello sovietico ma ha a che fare invece con l'allegria della gente che si prendeva due settimane di ferie per andare a lavorare gratis per fare il gnocco fritto, tocchi con mano una cosa reale. Quella di una grande forza popolare che stava dietro una grande idea: quella che fosse possibile cambiare le cose in meglio".

Cosa significava quindi per te essere comunisti?

"Oggi viene considerata una brutta parola. Ma per i motivi che ho raccontato essere comunisti allora era quasi obbligatorio ma al tempo stesso significava ancora essere 'contro' perseguendo però un modello positivo che funzionava in maniera pragmatica, non solo idealistica. Proprio per questo, come dice Gaber in Qualcuno era comunista, che è una canzone che dovrebbero insegnare nelle scuole, 'qualcuno era comunista perché sapeva che poteva essere felice solo se lo erano anche gli altri'. Ecco: io mi sono formato su questo e non riesco quindi a nascondere la mia disillusione perché ho visto come questa forza popolare sia ormai svanita. Non c'è più quella partecipazione. Le feste de L'Unità sono diventate grandi fiere commerciali, sempre meno concerti e librerie e sempre più concessionarie di macchine. Quello che vediamo nella frammentazione di oggi in cui siamo sempre più connessi e sempre più da soli, credo lasci a tutti l'amaro in bocca. Perché siamo andati nella direzione opposta rispetto a quella in cui si sperava. Molto di quello che ho scritto racconta di questo".

Lo racconti anche in un film.
"Da zero a dieci, che è un film non riuscito perché non sono riuscito a far recitare come volevo gli attori perché erano troppi; è un film dolente che sa tantissimo di morte e che racconta un periodo ben preciso, passa attraverso un evento che segna la fine del sogno, secondo me, e che è la strage di Bologna. Il 2 agosto 1980 con quello che ha voluto dire una bomba messa di sabato mattina in una sala d'attesa di seconda classe nel primo weekend di agosto. Io provo un senso di nostalgia e questa mia nostalgia è irrisolta. Anche se per me le cose sono andate bene, io porto dentro di me questa malinconia, perché non riesco a rassegnarmi a quello che vedo oggi e così la speranza che cerco di ingenerare negli altri attraverso le canzoni passa attraverso questa speranza di un futuro migliore".

Perché si è spenta quella voglia di cultura di cui parlava Berselli?
"In questo momento i fuochi accesi sono: tu hai una famiglia da sfamare, un tuo mondo da proteggere. Quando arrivi a questo escono anche le parti meno nobili perché ognuno cerca di difendere il suo orticello a denti stretti. I soggetti diventano tanti, diventa difficile accontentarli tutti, per cui governare il Paese diventa un inferno: però questa è la realtà. Che è poi l'eredità di tanti anni di malgoverno".

Tu l'hai conosciuto vero, Berselli?

"Sì. Lui mi ha fatto un'intervista per l'Espresso. Si occupava di cose anche molto diverse tra di loro. Mi raccontava che si trovava spesso con gli amici a suonare. Infatti mi fece un appunto su un accordo di Certe notti perché non gli tornava del tutto. Credo che lui abbia offerto a tutti un punto di vista importante su questa regione: la conosceva bene e possedeva una grande capacità di analisi".

E Tondelli? Lui era di Correggio come te...
"Non ci siamo conosciuti per una sorta di timidezza che avevamo in comune. Per parecchi anni io ho scritto canzoni mie ma erano troppo influenzate dai cantautori, non mi appartenevano realmente, erano più un atteggiamento che un vero sfogo espressivo. Quindi, insomma, scrivevo proprio brutte canzoni. Dopodiché esce il suo romanzo di debutto, Altri libertini, e io vengo a sapere che era stato sequestrato (per il reato di oscenità, ndr) e mi dico: "Com'è possibile?". In un paese di 20mila persone sai chi va all'oratorio e chi alla sede del PCI e lui era tra quelli di Don Camillo, insegnava anche catechismo. Lo compro, naturalmente, ed era scioccante: il primo racconto, Postoristoro, era pieno di bestemmie oltretutto. Era un libro straordinario, da cui emergeva una cosa: che bastava che un autore mettesse i suoi occhi su un angolo di Paese e quell'angolo diventava così importante da poter finire in un libro. E lì ho avuto un'illuminazione e mi sono detto: 'Ecco che cosa devo raccontare io: le cose che so, le cose che ho visto, le cose che ho sotto gli occhi'".

Quindi grazie a lui hai cominciato a scrivere in modo diverso?
"Sì e la prima canzone del nuovo corso è stata una canzone molto semplice ma a cui devo molto che si chiamava Sogni di rock'n'roll, in cui racconto un mio sabato sera: poche parole, una melodia concisa, pochi accordi. Ho sentito che quella cosa lì era diversa, era la mia voce e non a caso fu la prima mia canzone che venne incisa su disco".

Come avvenne?

"Grazie a un altro personaggio straordinario, Pierangelo Bertoli".

Andasti da lui a fargli ascoltare le tue cose?

"Sembra incredibile ma quello era un periodo in cui era ancora possibile pensare di poter fare così. Stimi un personaggio, guardi sull'elenco telefonico: Sassuolo, Bertoli Pierangelo. 'Pronto?'".

Facesti proprio così?
"Non fui io perché mi vergognavo ma lo fece per me Claudio Maioli, che sarebbe poi diventato il mio manager: 'Senti, c'è uno bravo che fa delle canzoni, possiamo venire a fartele sentire? Venite!'. Andò così".

Lui che disse?
"'Te brev - sei bravo. Però non so, non so se può funzionare, dobbiamo parlarne altre volte'. E così iniziammo a vederci e lui era uno che aveva tante storie da raccontare e passammo delle serarate bellissime così, a parlare di musica e di storie, di sogni di rock'n'roll appunto. Che poi lui incise, così come Figlio di un cane, in due suoi album, cosa che a me diede molta autostima perché mi dicevo 'se Bertoli incide due canzoni mie forse davvero questa cosa può avere un suo futuro'. E a quel punto cominciai a crederci. Fino ad allora ci aveva creduto solo Maioli che si mise a cercarmi un vero e proprio contratto discografico finché il produttore di Bertoli, Angelo Carrara, volle conoscermi e decise di produrre il mio primo disco di tasca sua".

E a quel punto...
"A quel punto il mio album viene presentato a tutte le case discografiche e viene rifiutato da tutte. Finché un gruppo di giovani a cui era stato dato l'incarico di aprire una sottoetichetta di cose un po' diverse all'interno della major, dice: 'Noi vogliamo aprire l'etichetta con questo'. Così, siccome il mondo della musica in Italia è sempre stato piccolo, se ne cominciò a parlare in giro e di colpo, dal disinteresse totale iniziale, quasi tutti cominciarono a essere interessati, per cui la Warner che aveva già rifiutato l'album cambiò direttore artistico e quello nuovo, Giannini, chiamò e leggenda vuole che ascoltò il nastro mentre ritinteggiava casa e il giorno dopo firmava un patto tra gentiluomini su un tovagliolo di un ristorante".

Ma Bertoli che tipo era?
"Lui si vantava moltissimo di aver letto solo due o tre libri in vita sua. In realtà era un uomo di una cultura impressionante. Avevano una capacità incredibile di ricordarsi tutto e questo gli faceva avere un punto di vista sempre interessante. Lui era granitico nelle sue convinzioni, era un comunista acerrimo e aveva una enorme forza intellettuale ma aveva anche un'energia pazzesca, tanto che dopo cinque minuti ti eri già dimenticato del suo handicap ed era molto fisico. Ovunque suonasse, fosse anche a Bari, prendeva la macchina e tornava a casa guidando lui".

Anche lui era innamorato dell'Emilia.
"Per lui l'Emilia doveva semplicemente essere un esempio per tutti. Chi non lo capiva non aveva capito niente".

Nel mondo della musica tu avrai conosciuto tutti...

"No, no, io sono uno che si muove poco, sono sempre qua. Magari ti incontri in tv o a qualche festival ma sono sempre cose molto superficiali in cui ti saluti ma non c'è una conoscenza realmente approfondita".

Uno pensa che gli artisti escano tutte le sere a cena e invece non è così. Però c'è qualcuno credo che tu puoi considerare un amico: Guccini per esempio.

"Guccini sì. Spero che anche lui mi consideri tale. Io l'ho sempre detto: verso i grandi cantautori si provano sentimenti come stima, ammirazione. A Guccini gli si vuole anche bene. Lui per me è stato importantissimo anche perché con una canzone come L'avvelenata, che considero rivoluzionaria, ha dimostrato per la prima volta che di un mondo che esternamente sembra luccicante, si può raccontare anche il disincanto, la disillusione. Uno a volte si sente anche profondamente diverso da come il mondo pensa che sia e dirlo con quella franchezza, quasi violenza verbale mi colpì molto, tanto che nel disco precedente a questo sentii anch'io il bisogno di fare una cosa simile e intitolai non a caso quel brano Caro il mio Francesco".

E adesso hai appena fatto un duetto di quelli veri con Francesco De Gregori, non una delle solite operazioni a tavolino che non sanno di niente ma una vera e propria rilettura di un classico come Alice.

"Io avevo dodici, tredici anni quando uscì e ricordo che quella canzone lì cambiò parecchie cose: era un mondo nuovissimo e affascinante. È un classico anche nel suono, negli arrangiamenti, non puoi non rifarla se non stravolgendola. Lui ha deciso di rifarla con due chitarre e con il tempo in tre, come se fosse un walzer, quindi stravolgendo anche l'idea ritmica. Ha avuto coraggio nel fare questa cosa e io sono contento che sia andata così bene".

Lui ha pensato subito a te?
"Credo di sì, mi chiamò e mi disse: 'Guarda che lo faccio solo con te il duetto, non ce ne saranno altri nel disco". E io dissi: 'Sono già onoratissimo, non c'è bisogno di altro'".

Il testo è cambiato?
"Ha tagliato un ritornello e ha ripristinato la frase che allora venne censurata che dice 'il mendicante arabo ha un cancro nel cappello'".

Riconosci i motivi per cui lo chiamano il Principe?
"Lui è una persona molto gentile, molto piacevole da frequentare. Abbiamo avuto modo di parlare soprattutto di musica: nelle canzoni brutte che scrivevo mi ispiravo malamente a loro, per cui è stato molto gratificante l'idea di fare una cosa insieme".

Cosa si dicono due musicisti quando parlano di musica? Parlano di accordi?
"Beh, diciamo che lui è molto attento al suono, molto più di quanto si pensi. De Gregori viene immediatamente associato ai suoi testi ma in realtà nel suo lavoro c'è moltissima ricerca armonica. La donna cannone è un pezzo armonicamente complesso e solo le grandi canzoni da complesse diventano semplici all'orecchio della gente e ce ne sono molte altre fatte così. Gli piacciono tanto le chitarre acustiche che hanno un suono caldo e questa è una cosa che abbiamo in comune".

E suonare con lui è stato facile? Vi siete capiti immediatamente?
"Sì, anche perché erano semplici le parti che dovevo fare".

Ci sono altri artisti con cui hai un rapporto particolare?
"Mi ha fatto piacere, quando abbiamo fatto Italia Loves Emilia, collaborare con i Litfiba a una versione di Tex molto aspra e vedere Piero ancora come ai bei tempi. Con Jovanotti ogni tanto ci messaggiamo. Però ecco, c'è stima, c'è rispetto ma non è che ci vediamo tutti i giorni, ognuno ha le sue cose da fare".
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E la Dinamo Rock? Quello era un modo di vedersi attraverso un'altra passione comune come il calcio.

"Non erano richieste doti calcistiche: era un modo per fare beneficenza ma è stato bello..."

Chi erano quelli bravi? Jovanotti?
"Beh, lui giocava a basket..."

Tu giocavi da mediano?
"Sì, certo".

Come mai hai scelto di tifare per l'Inter?
"Perché quando ero bambino a cinque, sei anni frequentavo bambini più grandi di me che tenevano all'Inter probabilmente perché in quel periodo stava vincendo tutto e io per emulazione diventai tifoso beccandomi quarant'anni in cui non avrebbe invece vinto più niente in Europa. Per fortuna nel 2010 vinse tutto di nuovo facendomi vivere quelle emozioni tramandate dai tempi d'oro, finalmente in prima persona...".

Ma tu sei uno che soffre?
"Sì. Il calcio è passione e le passioni non vanno di pari passo con la ragione per cui sì, ancora oggi riesco a farmi guastare l'umore alla domenica dall'Inter. Lo so, è pazzesco. È pazzesco anche il tempo che investo per informarmi sugli infortuni, sui possibili acquisti di gennaio, ma una volta che una passione è radicata non c'è niente da fare".

Come la vedi per il futuro?
"Ci sono molti problemi economici da sistemare e il nuovo presidente ha detto che ci sarà ancora da soffrire per due tre anni. È appena stato sostituito l'allenatore, vediamo se questo cambia le intenzioni ma è una squadra che, se va bene, è in costruzione".

Giochi ancora a calcio?
"No. Saranno dodici, tredici anni che non gioco più. Io ho chiuso in bruttezza, lo dico con grande rammarico: diventava sempre più un problema andare a giocare ogni due mesi senza allenamento. Ogni volta ti facevi male. Una volta sono andato a Torino a presentare un libro e mi chiama Baricco e mi dice: 'So che sei qui. Devi venire a giocare con la nazionale scrittori, non hai scuse'. E io con il brutto pregiudizio del caso penso: 'Non saranno dei grandi atleti'. E invece è stata la peggior partita della mia vita. Non ho toccato palla. E quelle che ho toccato le ho toccate male. Ecco, lì ho capito che dovevo smettere".

Suoni davanti a decine di migliaia di persone: è difficile salire sul palco?
"Quella per me è la parte più divertente, più gioiosa. Le emozioni raccontate perdono efficacia. Come posso spiegare? Lì emerge una parte di me che sorprende anche me. Quando salgo su un palco mi sento a mio agio, mi sembra di essere tornato a casa ed è una cosa che mi fa star bene per giorni e giorni. Fosse per me suonerei tutte le sere. E così ci inventiamo le cose più strampalate: sono appena stato negli Stati Uniti dove abbiamo suonato in posti come il Whisky a Go-Go che è un luogo mitico ma piccolissimo, ci stanno al massimo cinquecento persone. E lì abbiamo fatto quello che, a detta di alcuni, è stato uno dei concerti migliori di sempre. Il suono sul palco del resto era fantastico. Adesso poi andrò in Sud America e in Australia per poi tornare in Italia nei palasport".

Oggi un nuovo Ligabue non c'è. Perché secondo te tra i più giovani non c'è nessuno che riesce a catalizzare in modo forte l'attenzione?
"Le ragioni credo che possano essere tante, certo oggi secondo me è difficilissimo. Io sono stato fortunato: nel 1990 ho firmato un contratto con una multinazionale che ha detto 'io mi impegno con tre album con te, se non va bene il primo proviamo col secondo etc.', il che vuol dire che c'è un investimento a lungo termine, almeno quattro, cinque anni di tempo. Adesso è impensabile, si va avanti di singolo in singolo, senza contare che non ci possono essere neppure investimenti sulla produzione e quindi come fai a farti conoscere se sei uno tra le migliaia che escono ogni mese?".

Era meglio un tempo?
"Io ricordo cosa voleva dire raccattare quattromila lire per comprare i vinili al mercato che c'era qui sotto perché costavano meno. Però quella cosa lì aveva un valore e l'ascoltavi per mesi. Adesso che hai a portata di un clic tutta la musica del mondo e se vuoi anche gratis basta che ascolti la pubblicità, salti da una cosa all'altra e non ascolti bene niente. La gente non riesce più neanche a orientarsi ma neanche a provare affetto, è diverso. Temo che non basti essere bravo: oggi ci vuole un'idea forte che possa farti notare".

Anche suonare dal vivo è un problema. Anche perché fanno tutti le cover band di Ligabue o di Vasco o comunque dei nomi più noti...

"C'è una radio eroica qui a Reggio, si chiama KeyRock, è una costola di Mondo Radio che è una radio storica citata anche da Tondelli che continua a fare una programmazione selezionata. Vivono degli introiti di un locale storico che si chiama Corallo e che io ho citato in una canzone, fa una programmazione rock e insieme al Vox di Nonantola tengono duro. Al Vox, per dire, ho visto cose come i Radiohead ai tempi di Ok Computer, un concerto meraviglioso. Insomma. Dipende da chi gestisce i locali il fatto di produrre qualcosa di buono, di originale: è chiaro che se tutti fanno cover non esce più niente".

Mondo Radio creava scandalo, raccontava Tondelli in Un weekend postmoderno. Con un locale come il Dream. Mentre c'era un paese come Carpi ai tempi considerato molto figo. In un racconto intitolato A Karpi! A Karpi! Tondelli dice che 'quelli di Carpi portarono Linus in angloamericano, il primo Genesis, il primo Rocchi, il primo Per voi giovani, il primo Manifesto; non credo però portassero il primo fumo o i primi acidi, no, accidenti a loro, ci avrebbero risparmiato tempo e crescita di barbacapelli, ma va bé...". A Carpi, per tirare le somme, molti come me ci sono venuti per svernare dal grigiore del nostro borgo a colpi di teatro e cinema ma anche di beveraggi, chiacchiere per tutta la notte, in quella piazza magica coi tavoli all'aperto e le tiracazzi che scendevano dai cabriolet come fosse il sunset boulevard".

"Carpi all'epoca aveva una sorta di grandeur perché era una città che si era resa ricca grazie al tessile, per cui la piazza di Carpi, che credo sia tipo la seconda d'Italia per grandezza, era il luogo dove mettersi in mostra e chi era adolescente in quell'epoca sa bene com'erano riviste come Per voi giovani o Ciao 2001: io ho imparato lì a fare il 'finger picking' perché c'erano le tablature. Le cose belle te le dovevi cercare, non erano lì alla portata. Quindi siccome c'erano soldi, c'era gente che viaggiava e portava le novità dall'Inghilterra e anche dall'America. E poi c'erano posti come Aroldo dove si filosofeggiava fino a tarda notte davanti al Lambrusco. Poi arrivarono le droghe e anche l'eroina che però come racconto in Radiofreccia le persone che si facevano in paese si sapeva subito chi erano...".

I tuoi amici di oggi sono rimasti gli stessi di allora.
"Sì, con uno in particolare ci conosciamo da quasi cinquant'anni. Con gli altri due ci siamo conosciuti alle medie. Con loro e con altri del giro abbiamo affittato una casa in campagna con un biliardo e un calciobalilla dove ci troviamo a giocare a carte e facciamo quasi ogni venerdì una cena. In tutto siamo in venticinque e quindi c'è sempre gente con cui far due chiacchiere".

Tu fai il tuo concerto davanti centinaia di migliaia di persone e poi vai a giocare a carte con i vecchi amici, per cui non sei la rockstar ma quello di sempre.
"Anzi, a maggior ragione mi massacrano e non vedono l'ora che ci sia un problema perché poi su quello si concentrano".

Ma quando scendi dal palco non è difficile fare la vita di tutti i giorni? Non si prova un senso come di vuoto?
"Per me la cosa difficile è il periodo quando hai finito il tour e non hai un progetto davanti e gli amici sono tutti al lavoro, ecco lì le giornate possono essere un po' lunghe. Anche per questo non so star fermo. E poi per quanto tu abbia esperienza non sai mai se le tue canzoni verranno apprezzate perché la ricetta non c'è, le cose vanno veloci e quindi l'insicurezza c'è sempre, ogni volta che fai un nuovo disco e soprattutto quando non lo stai facendo e magari non riesci a scrivere. Non è facile convivere con questa sensazione ma non mi lamento, sono stato molto fortunato".

A proposito di "vita di tutti i giorni", recentemente hai cambiato decisamente look all'insegna del "mostriamoci come siamo": capelli grigi, senza preoccuparti dell'iconografia della rockstar che si vorrebbe eternamente giovane...

"Mi ero rotto i coglioni di tingerli e di sentire gente che mi diceva 'ma sai che in quella trasmissione si vedeva, erano un po' rossi'. Per fare questa cosa poi dovevi andare due ore da un parrucchiere, rispondere alle sue domande inquisitorie, ascoltare racconti di cui non mi fregava nulla fino a che un giorno il culmine è stato quando mi sono presentato a casa con i capelli giallastri e mia moglie è quasi svenuta. Da lì ho detto 'basta' e adesso andiamo bene. C'è stato un periodo in cui guardavo i cantanti rock e, nonostante l'età, non ce n'era nessuno con i capelli grigi, da Dylan a Bono, poi ho detto, 'vabbé che mi importa?'. Io non lo facevo per vanità ma per una sorta di senso del dovere del rock".

Dicevamo all'inizio, c'è una canzone dell'ultimo disco, Ciò che rimane di noi, il cui testo recita: "È un Natale molto duro, sembra vuoto dentro" e pare fatto apposta per questo periodo anche se quando l'hai scritto pensavi ad altro. Nonostante questo, o forse proprio per questo, vogliamo fare gli auguri ai lettori de La Repubblica...

"Lo faccio molto volentieri. Lo so, come dicevamo prima, che da un punto di vista sociale questo si presenta come un Natale durissimo. Le Feste però sono tali proprio perché possono aiutare, anche se per un breve periodo, a cambiare un po' l'atmosfera. Ben sapendo che la soluzione ai problemi non passa di lì. Auguri a tutti quindi".