Spettacoli

MUSICA

Ecco 'The Basement Complete', il Graal della Woodstock '67 di Bob Dylan

Centotrentanove pezzi circondati per decenni di misteri, sparizioni, nuove versioni e dischi clandestini tornano a nuova vita

7 minuti di lettura
Alla fine, anno di grazia 1975, col titolo The Basement Tapes, la Columbia pubblicò solo 24 pezzi dei 139 che Dylan e la Band (titolare in proprio di 8) avevano registrato a Woodstock nell'estate del '67. Una specie di Graal del rock, circondato per decenni di misteri, sparizioni, apparizioni, nuove versioni, diritti, dischi clandestini e inseguimenti. Un'autentica isola del tesoro, allora osannata, moltissimo, dalla critica più che dal pubblico, cento volte trovata, altrettante persa e ritrovata.

Un lavoro capitale che ora torna su Columbia Legacy come The Bootleg Series vol. 11: The Basement Complete in due favolose edizioni rimasterizzate e catalogate con le migliori cure: una deluxe in 6 cd con tutte e 139 quelle antiche perle, l'altra che invece le spreme a 38 in 2 cd (pure in vinile), che Dylan e The Hawks misero insieme suonando per ore, giorni, settimane e mesi tutti i giorni da luglio a settembre '67.

Un incontenibile gioco, sereno e rasserenante, per ragazzi rock felici di esserlo ancora. C'è qualcosa nell'aria di speciale. In quello stesso momento magico  -  e non a caso  -  gli Hawks diverranno l'insuperata Band di Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson e Levon Helm, che per qualche tempo alimentò alla grande la svolta di Dylan verso suoni e storie d'antan, hammond tremolanti e magnetici, malinconiche chitarre, robusti bassi, batterie ben tornite, acustico ed elettrico che ballano insieme. E vai così che vai bene. Il maestro che non fu mai Nobel sognava allora, come ha scritto nell'autobiografia, "un lavoro ore 9-17, casa con alberi, staccionate e rose su retro".

L'America va in piazza, la polizia uccide. A differenza dei suoi adoratori, che ostinati non capivano, lasciava la via urbana e le narrazioni fiume dei precedenti Highway 61 e Blonde on Blonde per un ritorno alla tradizione, che oggi suona profezia dell'Americana a venire, con la quale voleva cantare il privato, i propri desideri e dimensioni interiori. Con la quale insomma parlar d'un altro mondo rispetto a quello che l'aveva - obtortissimo collo - eletto fra gli idoli dell'ultima metà del Novecento. Intorno intanto l’America che pensa e che sente brucia in quegli anni di rabbia. E se il Klan lincia ancora giù sud, a Watts, sobborgo di Chicago che ospita la convention democratica dell’agosto ‘65, i neri danno vita alla più grande rivolta razziale della storia americana, seconda con 34 morti, 1032 feriti e 3952 arresti solo a quella innescata a Los Angeles fra aprile e maggio 1992 dall’uccisione ad opera della polizia di Rodney King. E' di nuovo la polizia che nel '70 uccide 4 studenti alla Kent University nell'Ohio, mentre il tritacarne del Vietman sarà duro a chiudere il suo mattatoio, il Watergate coprirà di vergogna Nixon e la sua banda, ingiustizia, ignoranza ed esclusione sociale di neri, chicanos e le altre minoranze restano, allora come oggi, piaghe da combattere. Anche nella più grande democrazia del mondo. Che risponde come sa. Soprattutto con la cultura giovanile e la musica. E mentre Dylan si apparta in cerca di se stesso, ma senza mai sconnettersi, a New York i sabba rock del Fillmore East di Bill Graham e quelli della Factory di Warhol fanno a gara a trovare nuovi eroi contro, a partire dai Velvet. Dalla costa lisergica, la West, la risposta di CSN&Y, Jefferson, Grateful Dead e Quicksilver suona magari più soft e amorevole, ma scuote lo stesso i sonni e le coscienze dei benpensanti a stelle e strisce.
[[ge:rep-locali:repubblica:103380881]]
Sulle colline di Woodstock, stretto fra due fuochi. Un'annata indimenticabile. Era il Dylan annata '67. Da lì uscì quella specie di Manoscritto trovato a Saragoza che è The Basement Complete, e che, come la celebre raccolta omonima scritta dall'avventuroso, raffinatissimo conte polacco Jan Potocki nel 1805, riemerge tanti anni dopo dal passato, poetica rivelazione filtrata dal vetro imbrunito dal tempo, a illuminare di altra ricchezza e poesia la figura di Dylan. Che già da un po' aveva l'abitudine di rifugiarsi con la famiglia in una vecchia villa nei dintorni di Woodstock.

Tolti Allen Ginsberg, il suo manager Albert Grossman, Robbie Robertson, il regista Howard Alk  -  con gli ultimi in quel periodo lavorò anche a Eat That Document, documentario tv rimasto inedito, Alk aveva messo mano a Don't Look Back di D. A. Pennebaker, lo farà anche a Renaldo & Clara  -  fu per lui un'epoca solitaria, in cui vendemmiò dalle sue luminose campagne un'annata irripetibile, forse l'apice della sua smisurata creatività per quantità e qualità.

Fu il lampo interminabile di un artista ancora giovanissimo e già imprendibile star della nuova musica. Per dire al mondo chi era e cosa davvero voleva, quel genio aveva però bisogno di uscire dalle gabbie di showbiz e impegno politico che, nel loro insolito quanto contraddittorio trovarsi "alleate", gli si erano appiccicati addosso come una seconda pelle tassativamente indesiderata. Il primo per spremerne milioni di dollari fin dove fosse possibile fra concerti, trasmissioni e dischi. Il secondo per incarnare quel Messia che i giovani impegnati di tutto il mondo ancora non avevano trovato fra i propri simili e pari.

Incidente in moto e droghe, eterni enigmi. Qui sarà utile un passo indietro. A metà '60 in molti sostenevano che Dylan usasse stupefacenti, ma nessuno l'ha mai potuto provare. Di cosa, ancor più difficile dirlo: forse marijuana, qualcuno, facendolo apposta, vociferava maligno e bugiardo anche d'eroina, più probabili acidi o anfetamine, certo le più adatte, le ultime, ai ritmi dell'infernale circo di tv, radio, avvocati, contratti, tournée, interviste ai quali era sottoposto (si veda al proposito No Direction Home, titolo quanto mai appropriato dello splendido film di Scorsese su Dylan).

Che sian state le droghe, la stanchezza accumulata, la paura di non esser più se stesso, il desiderio sotto false spoglie di una via di fuga dall'assalto permanente in cui viveva, o tutt'e quattro, un pomeriggio di fine luglio del '66 Robert Zimmerman inforcò la sua Triumph Bonneville 650 verde  -  la bellissima sportiva inglese era un fulmine ma frenava, come tutte le moto d'allora, malissimo  -  e andò a farsi un giro sulle lucenti colline intorno alla cittadina che tre anni dopo sarebbe stata la tomba del rock.

Come per le droghe, il mistero anche qui è fittissimo. A parte l'ipotesi scontatissima d'una macchia d'olio, basta pensare che nessuno dei molti e capaci biografi di Dylan ha mai saputo aggiungere nulla a quelle nebbie motorizzate. Né, per vero dire, lui li ha mai aiutati. Di certo c'è il fatto che a quel punto si dovette fermare per forza. Quella lunga sosta al riparo da tutto e tutti sarà la sua salvezza, l'inizio di una vita nuova fiammante, che Dylan seppe lasciarsi dietro senza guardare, o facendolo come doveva. Con gli Hawks ha già suonato dal vivo, se li ritrova vicini di casa. Dylan è pronto. Loro pure.

Tutti insieme con la Band all'Isola del tesoro. Nel maggio '67, come per gioco, prima in casa del capo, poi nel basement (il sotterraneo) destinato di lì a poco ad incrementare il mito della "casetta rosa" (Big Pink sarà il debutto su vinile lì realizzato dalla Band in quanto tale), in cui s'erano sistemati gli amatissimi pard. Partono senza impegno, come si diceva un tempo, senza progetto, come invece va di moda oggi. E siccome l'appetito vien mangiando e il gioco diventa duro quando i duri cominciano a giocare, ecco che quelle stanze imbottite di strumenti, microfoni, tappeti, consolle, divani e registratori diventano il playground ideale per lo scorrazzare spensierato dei sei maverick (i liberi cow boys che a fine '800 non marchiavano il proprio bestiame) del rock.

Non c'è tregua né stanchezza, come sempre quando le cose filano per il verso giusto. La fine dell'autunno fa presto ad arrivare: sugli ampex ci sono 139 pezzi fra inediti, traditional, alternate, remake di altri. Dylan ha condotto i suoi prodi sull'isola del tesoro per scavare fra originali nuovi di zecca, blues e country abbracciati stretti, rock in salsa campestre, reverenze a John Lee Hooker, Eric Von Schmidt. E a papà Johnny Cash, prologo del Nashville Skyline nel quale Robert Allen Zimmerman lo vorrà nel '69, pagando caro con ennesime frustate di qualunquismo e stavolta pure fascismo, solo perché Cash era bianco e cantava country. Come se la sua vita maledetta non avesse già abbastanza detto chi fosse. Brillano fra gli inediti alcuni fra i massimi capolavori del rock di sempre: I Shall Be Released, ancora oggi ogni volta stupefacente nella sua liberatoria dolcezza, The Wheel's On Fire, Quinn The Eskimo, You Ain'T Go Nowhere.

Un rompicapo infernale. Finita quella bella favola, il dopo, se possibile, è ancora più misterioso e frammentato. Dazio dovuto ad ogni leggenda che si rispetti, e fatto d'altronde inevitabile con tanta abbondanza in ballo. Un infernale rompicapo di passaggi legali, esecuzioni, smarrimenti, rollini sindacali mancanti, in cui è impossibile o quasi mettere un ordine definitivo. Con una piroetta delle sue Dylan imbocca una stramberia che sa di paradosso e tormento: le canzoni posson circolare, i nastri no.

Lp, dunque, ora non se ne fanno. Molla alle edizioni musicali la rottura di chi possa accedere a quelle gemme (toccherà a una variopinta e del tutto incongruente pattuglia di cui son parte Peter, Paul & Mary, Brian Auger, Byrds, Manfred Mann), si disinteressa sovranamente del destino delle incisioni. Finché, nel gennaio '75, spinto secondo il suo biografo Clinton Heylin dal successo di Blood On The Tracks ("con l'uscita di questo lavoro Basement Tapes non ha più il ruolo di reminder del genio perduto di Dylan"), The Thin Man decide che sì, anche un Lp può raccontare dal vero quella favola color pastello che fa innamorare al primo ascolto. E che dice di lui a chi lo ama davvero molto di quel tutto che in tanti avremmo voluto sapere.

E così nacquero anche i bootleg. A rafforzare quel mito (ce n'era bisogno? Ma si sa "le cose succedono, e basta" come ripeteva Lou Reed), anche la paternità dei bootleg. Il primo della storia, The Great White Wonder che nell'immacolato biancore della veste racchiude anche un piccolo florilegio dei Basement Tapes, esce, pure quello, a spese di Dylan, i cui personali archivi già allora strabordavano di materia per la più miracolosa delle pesche. E se non bastasse, in quella stessa età dell'oro, Dylan si prese la briga di scrivere, così, nei momenti liberi, anche un capolavoro della taglia di John Wesley Harding, che paradossalmente sarà in circolazione giusto nel '67 e quindi otto anni prima di The Basement Tapes.

Al miracolo tutto intero manca però un pezzo. Anzi più d'uno. Che servano ad apprezzare fino in fondo l'eredità imperiale dei '60, oggi per lo più ridotta a copie in bella scrittura, e un lavoro serio, partecipe sul repertorio di quell'epoca in cui i tesori si trovavano nel giardino di casa.

Infiniti sarebbero ancora da scoprire: due nomi per tutti, entrambi non lontani da Dylan, Tim Hardin e Phil Ochs. Oltre alla creazione di un vero repertorio tout court da affidare, come avviene in folk, classica o jazz, alla sensibilità di chi voglia misurarcisi. In fondo non esiste "un solo Mozart", allo stesso modo neanche "un solo Dylan". L'uscita concomitante a The Basement Complete del toccante, sincero Lost On The River, con i venti brani che il mago T-Bone Burnett ha gestito collettivamente affidandoli a Costello, Jim James, Marc Mumford, Taylor Goldsmith e Rhiannon Giddens, oltre a rinforzare la centralità di quell'Arca di Dylan (del quale al proposito è opportuno rammentare giusto la Bootleg Series, che sta riunendo nel tempo tutto il suo materiale mai pubblicato o uscito incompleto), ci sussurra all'orecchio, oggi 47 anni dopo The Basement Complete,  che è ora che il rock cominci a pensare sul serio alla sua memoria di anziano signore. Anche fuori dal ricatto-spettacolo dell'infinito raschiamento del barile cui da almeno quindici anni l'industria ci sottopone. Spesso con poco costrutto filologico e ancor meno commerciale.