Disco, quel ritmo irresistibile sotto i lustrini: da Donna Summer ai Daft Punk
Carmine Saviano, <em class="author">CARMINE SAVIANO</em>In un libro la nascita del fenomeno: dalla febbre degli anni Settanta al declino, complici le rockstar come David Gilmour (Pink Floyd) e Alice Cooper. Prima musica del popolo, poi moda, territorio ambiguo tra luci, sesso e droga. Un genere oggi ancora vivo, grazie a un grande vecchio, Giorgio Moroder, e a due giovani mascherati, i Daft Punk
Per anni ci si è fermati ai lustrini fin troppo abbaglianti, ai baffi fin troppo folti, ai capelli fin troppo cotonati. E per anni non si è voluto scavare oltre la superficie semplice – apparentemente semplice – di I Feel Love, Disco Inferno, Let the Music Play e di quelle centinaia di canzoni che dal 1974 in poi hanno fatto ballare milioni di persone. Della disco music e delle sue star si è detto di tutto: non-m,usica, male assoluto, burattini con un microfono. Ma alla febbre, sia essa del venerdì o del sabato sera, è inutile opporsi: dopo quarant’anni l’esilio della "danceable music" dai campi elisi della musica contemporanea è finito. Un viaggio testimoniato da Disco. Storia illustrata della discomusic, il libro di Andrea Bufalini e Giovanni Savastano appena pubblicato da Arcana.
E che l’esilio dovesse finire era nelle cose, non poteva essere altrimenti. Perché la disco …
E che l’esilio dovesse finire era nelle cose, non poteva essere altrimenti. Perché la disco …
Per anni ci si è fermati ai lustrini fin troppo abbaglianti, ai baffi fin troppo folti, ai capelli fin troppo cotonati. E per anni non si è voluto scavare oltre la superficie semplice – apparentemente semplice – di I Feel Love, Disco Inferno, Let the Music Play e di quelle centinaia di canzoni che dal 1974 in poi hanno fatto ballare milioni di persone. Della disco music e delle sue star si è detto di tutto: non-m,usica, male assoluto, burattini con un microfono. Ma alla febbre, sia essa del venerdì o del sabato sera, è inutile opporsi: dopo quarant’anni l’esilio della "danceable music" dai campi elisi della musica contemporanea è finito. Un viaggio testimoniato da Disco. Storia illustrata della discomusic, il libro di Andrea Bufalini e Giovanni Savastano appena pubblicato da Arcana.
E che l’esilio dovesse finire era nelle cose, non poteva essere altrimenti. Perché la disco ha un segreto che la rende invincibile. Lo hanno svelato i Daft Punk con il titolo del loro ultimo disco: Random Access Memories. La possibilità di utilizzare nello stesso tempo qualsiasi contenuto. Contenuto musicale in questo caso. Nessuna gerarchia tra generi, tutto a disposizione, la democrazia fatta canzone, prodotti pensati e realizzati per essere sempre e ovunque accessibili a tutti. Le discostar avevano vinto già 40 anni fa. Ma il mondo non lo sapeva. O non era pronto.
Perché, come raccontano Bufalini e Savastano, la prima fase della disco va messa sotto la categoria della "discofobia". Lasciando un attimo da parte le campagne d’opinione a mezzo stampa realizzate in mezzo mondo per mettere un freno alla sovversione rappresentata da quei corpi che ballavano scatenati in locali fumosi, basta mettere in fila le dichiarazioni di tanti cardinali del rock. David Gilmour: “Degli anni Settanta ricordo anche tanta musica di merda, come la disco”. Tom Petty: “Negli anni Settanta il nostro obiettivo era distruggere la disco music”. Alice Cooper: “Odio la disco con tutte le mie forze”.
Ma la disco resiste, forte della sua universalità. E alla fine degli anni Settanta è ormai l’unico genere musicale che vende, dominando il mercato. Donna Summer, Barry White, Gloria Gaynor, i Bee Gees, gli Chic e i Village People, Amanda Lear e Diana Ross, Cerrone e Labelle, i Jackson Five e Kool & The Gangs. La "discofobia" si trasforma in "discomania". E contenuti, temi e soluzioni musicali della disco iniziano a mischiarsi con altri generi. Cassa in quattro, giri di basso che sono groove puro e melodie micidiali iniziano a bussare (di nuovo) alle porte del rock. Basta ascoltare qualsiasi cosa dei Blondie o di Bowie negli anni Ottanta.
E nel libro, a ripercorrere la storia del genere, c'è anche Giorgio Moroder, il padrino della disco. Che racconta la fine dell’età dell’oro: “Agli inizi degli anni Ottanta abbiamo commesso l’errore di non accorgerci che il fenomeno disco stava sparendo. Su Hot Stuff di Donna Summer abbiamo aggiunto delle chitarre rock e avremmo dovuto continuare di più su questa scia”. La contaminazione che finisce, la musica che si richiude nel recinto dell’abitudine: la disco che da approccio e attitudine si trasforma in codice.
Nella Storia Illustrata della discomusic, tanto altro ancora: dai ritagli dei giornali – anche italiani – in cui il fenomeno veniva demonizzato fino ai profili e alle discografie degli artisti più rappresentativi. E centinaia di foto. Perché la disco è stato anche il primo genere musicale da “guardare”. La produzione di singoli di successo che si affianca alla realizzazione di icone in grado di orientare stili e mode. E, infine, il viaggio nei luoghi storici, nei locali dove la disco ha messo radici e fondamenta. Soprattutto a New York. A partire dal Paradise Garage, vero laboratorio, per finire allo Studio 74: in quei fiumi di luci, di droga e di sesso che per 33 mesi – tanto è durato il locale - hanno ipnotizzato il mondo intero.
E che l’esilio dovesse finire era nelle cose, non poteva essere altrimenti. Perché la disco ha un segreto che la rende invincibile. Lo hanno svelato i Daft Punk con il titolo del loro ultimo disco: Random Access Memories. La possibilità di utilizzare nello stesso tempo qualsiasi contenuto. Contenuto musicale in questo caso. Nessuna gerarchia tra generi, tutto a disposizione, la democrazia fatta canzone, prodotti pensati e realizzati per essere sempre e ovunque accessibili a tutti. Le discostar avevano vinto già 40 anni fa. Ma il mondo non lo sapeva. O non era pronto.
Perché, come raccontano Bufalini e Savastano, la prima fase della disco va messa sotto la categoria della "discofobia". Lasciando un attimo da parte le campagne d’opinione a mezzo stampa realizzate in mezzo mondo per mettere un freno alla sovversione rappresentata da quei corpi che ballavano scatenati in locali fumosi, basta mettere in fila le dichiarazioni di tanti cardinali del rock. David Gilmour: “Degli anni Settanta ricordo anche tanta musica di merda, come la disco”. Tom Petty: “Negli anni Settanta il nostro obiettivo era distruggere la disco music”. Alice Cooper: “Odio la disco con tutte le mie forze”.
Ma la disco resiste, forte della sua universalità. E alla fine degli anni Settanta è ormai l’unico genere musicale che vende, dominando il mercato. Donna Summer, Barry White, Gloria Gaynor, i Bee Gees, gli Chic e i Village People, Amanda Lear e Diana Ross, Cerrone e Labelle, i Jackson Five e Kool & The Gangs. La "discofobia" si trasforma in "discomania". E contenuti, temi e soluzioni musicali della disco iniziano a mischiarsi con altri generi. Cassa in quattro, giri di basso che sono groove puro e melodie micidiali iniziano a bussare (di nuovo) alle porte del rock. Basta ascoltare qualsiasi cosa dei Blondie o di Bowie negli anni Ottanta.
E nel libro, a ripercorrere la storia del genere, c'è anche Giorgio Moroder, il padrino della disco. Che racconta la fine dell’età dell’oro: “Agli inizi degli anni Ottanta abbiamo commesso l’errore di non accorgerci che il fenomeno disco stava sparendo. Su Hot Stuff di Donna Summer abbiamo aggiunto delle chitarre rock e avremmo dovuto continuare di più su questa scia”. La contaminazione che finisce, la musica che si richiude nel recinto dell’abitudine: la disco che da approccio e attitudine si trasforma in codice.
Nella Storia Illustrata della discomusic, tanto altro ancora: dai ritagli dei giornali – anche italiani – in cui il fenomeno veniva demonizzato fino ai profili e alle discografie degli artisti più rappresentativi. E centinaia di foto. Perché la disco è stato anche il primo genere musicale da “guardare”. La produzione di singoli di successo che si affianca alla realizzazione di icone in grado di orientare stili e mode. E, infine, il viaggio nei luoghi storici, nei locali dove la disco ha messo radici e fondamenta. Soprattutto a New York. A partire dal Paradise Garage, vero laboratorio, per finire allo Studio 74: in quei fiumi di luci, di droga e di sesso che per 33 mesi – tanto è durato il locale - hanno ipnotizzato il mondo intero.