ROMA - Canzoni di amore, fame e rabbia. Storie che si intrecciano nel buio di una Roma orgogliosa, proletaria e disperata. Le canzoni del Muro del canto, muovendosi fra rock e folk, puntano dritte alla pancia di chi ascolta, racconti che si srotolano fra le vite di chi non può e non vuole arrendersi. Quadri a tinte forti che saranno messi in scena in due serate-evento al teatro Vascello di Roma il 6 e 7 febbraio, con la voce calda e profonda di Daniele Coccia come sempre a tratteggiare racconti senza nessuna sfumatura di grigio e con una nota di tristezza che solo il dialetto romano odierno sa dare.
I brani contenuti nei primi due album della band, L'Ammazzasette del 2012 e Ancora ridi del 2013, non hanno un tempo preciso, non parlano dell'oggi, dell'attualità, ma dentro ognuno ci può ritrovare e riascoltare le storie nelle quali inciampa tutti i giorni, camminando per strada o leggendo le pagine della cronaca cittadina. Riprese anche dalla voce narrante di Alessandro Pieravanti, il percussionista-poeta del gruppo che ha al suo attivo anche il libro 500 ed altre storie, poemetti in prosa, distici o quarte, che porta anche in scena durante i concerti. E tra scetticismo, satira politica e sociale, scorrono gli eventi quotidiani, raccontati con disincanto, ironia e amarezza.
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Quella che Il Muro del canto racconta nei suoi brani e che porterà in scena il 6 e il 7 febbraio al teatro Vascello di Roma è una città maledetta di palazzinari, borgate, strade allagate e della San Lorenzo bombardata. Ma la città della Grande bellezza dov'è?
"In realtà la grande bellezza è un concetto ampio - spiega Pieravanti - che abbraccia anche l'aspetto maledetto: è il fascino dell'oscuro, l'estetica della negatività, i fatti di cronaca, il 'canaro' della Magliana, l'efferatezza degli antichi romani. Avvenimenti che Roma ha sempre vissuto in modo forte e molto sentito. Queste due serate a teatro vogliono mettere in scena questa estetica non esaltandola, cosa sempre pericolosa, ma raccontandola".
Forse un po' di bellezza c'è nel laghetto che sgorga spontaneo, quasi un incidente, al Prenestino, e che voi con Assalti Frontali avete cantato nel Lago che combatte?
"Nel lago del Prenestino c'è tantissima bellezza: anche lì rientra il fascino della maledizione con più storie: chi ha cercato di costruire, chi ha cercato di specularci, chi si è opposto e chi lo andrà a vivere come lago".
Cosa arriva nelle vostre canzoni dalle cronache dei giornali?
"Quella che noi rappresentiamo è la fruizione della cronaca, di come le persone la raccontano al bar. Mettiamo in scena con parole e racconti tutto quello che succede. La maledizione è lì: non si parla infatti di Roma oscura ma maledetta. E la maledizione rende fascinose le cose oscure. Roma riesce a rendere drammaturgiche anche le cose aberranti".
Ed episodi come quelli che riguardano Carminati e Mafia capitale che impressione le fanno?
"Il mio pensiero non è tanto nei confronti di chi ha goduto di un certo tipo di vantaggi. Ma il mio punto di vista che ho inserito anche in una nuova canzone fatta con Tommaso "Piotta" è rivolto verso chi continua la propria vita nella normalità, senza privilegi. Qual è il punto di vista e cosa pensa chi torna a casa la sera stanco dal lavoro, circondato da gente stanca come lui che aspetta un autobus che non passa? I privilegi sono sempre per pochi, il lavoratore onesto guarda dall'esterno, non le vive né in positivo né in negativo. Cerca di mantenere le energie per andare il giorno dopo al lavoro".
In tutto questo la città che ospita il Vaticano, nelle vostre canzoni, non ha nessun conforto dalla religione e ancor meno dai preti.
"No, assolutamente no. Anzi l'istituzione religiosa a Roma è l'ennesima 'maledizione'".
Un termine, in questo caso, forte.
"Non vorrei essere frainteso, il mio non è un giudizio. La storia di Roma è stata permeata di fede e speculazione economica e la Chiesa fa inevitabilmente parte della messa in scena della Roma maledetta".
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Il vostro stile è stato definito "combat-folk", e le chitarre di Giancarlo Barbati Bonanni e di Eric Caldironi, il basso di Ludovico Lamarra e la fisarmonica di Alessandro Marinelli puntano dritti in quella direzione, ma nonostante molti richiami stilistici alla canzone popolare e ai canti di lotta, nei vostri brani non avete mai preso una posizione politica definita. Perché questa scelta?
"Il nostro punto di vista è narrativo. Non ci piace la musica educativa che vuole indirizzare il pensiero. Attraverso la narrazione intelligente ti porta a prendere posizione. Il processo di chi ascolta deve essere un processo proprio. Raccontare la difficoltà di chi arriva a stento fine mese. Io dedico la mia capacità di amplificare le storie a tutto ciò che reputo importante, poi è l'ascoltatore a trarre le proprie conclusioni. Una presa di coscienza che passa per questi canali è più forte".
E come sarà la Roma maledetta che porterete in scena al teatro Vascello?
"Sarà composta dai nostri brani più maledetti, più permeati dall'estetica della negatività, ci saranno anteprime del primo disco, brani scritti ad hoc per la serata, brani della tradizione romana e ospiti a sorpresa che porteranno un grande valore aggiunto".
Ma nelle storie della Roma maledetta c'è anche speranza?
"Sì, nelle avversità prevale sempre uno spirito di rivalsa che porta verso la luce e l'entusiasmo. È qualcosa che non si deve perdere mai. Ci vuole sempre positività e ironia, sono elementi di fondo che contraddistinguono i romani e gli italiani. Nello spettacolo non mancheranno risate in uno spirito guerriero positivo".
I brani contenuti nei primi due album della band, L'Ammazzasette del 2012 e Ancora ridi del 2013, non hanno un tempo preciso, non parlano dell'oggi, dell'attualità, ma dentro ognuno ci può ritrovare e riascoltare le storie nelle quali inciampa tutti i giorni, camminando per strada o leggendo le pagine della cronaca cittadina. Riprese anche dalla voce narrante di Alessandro Pieravanti, il percussionista-poeta del gruppo che ha al suo attivo anche il libro 500 ed altre storie, poemetti in prosa, distici o quarte, che porta anche in scena durante i concerti. E tra scetticismo, satira politica e sociale, scorrono gli eventi quotidiani, raccontati con disincanto, ironia e amarezza.
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Quella che Il Muro del canto racconta nei suoi brani e che porterà in scena il 6 e il 7 febbraio al teatro Vascello di Roma è una città maledetta di palazzinari, borgate, strade allagate e della San Lorenzo bombardata. Ma la città della Grande bellezza dov'è?
"In realtà la grande bellezza è un concetto ampio - spiega Pieravanti - che abbraccia anche l'aspetto maledetto: è il fascino dell'oscuro, l'estetica della negatività, i fatti di cronaca, il 'canaro' della Magliana, l'efferatezza degli antichi romani. Avvenimenti che Roma ha sempre vissuto in modo forte e molto sentito. Queste due serate a teatro vogliono mettere in scena questa estetica non esaltandola, cosa sempre pericolosa, ma raccontandola".
Forse un po' di bellezza c'è nel laghetto che sgorga spontaneo, quasi un incidente, al Prenestino, e che voi con Assalti Frontali avete cantato nel Lago che combatte?
"Nel lago del Prenestino c'è tantissima bellezza: anche lì rientra il fascino della maledizione con più storie: chi ha cercato di costruire, chi ha cercato di specularci, chi si è opposto e chi lo andrà a vivere come lago".
Cosa arriva nelle vostre canzoni dalle cronache dei giornali?
"Quella che noi rappresentiamo è la fruizione della cronaca, di come le persone la raccontano al bar. Mettiamo in scena con parole e racconti tutto quello che succede. La maledizione è lì: non si parla infatti di Roma oscura ma maledetta. E la maledizione rende fascinose le cose oscure. Roma riesce a rendere drammaturgiche anche le cose aberranti".
Ed episodi come quelli che riguardano Carminati e Mafia capitale che impressione le fanno?
"Il mio pensiero non è tanto nei confronti di chi ha goduto di un certo tipo di vantaggi. Ma il mio punto di vista che ho inserito anche in una nuova canzone fatta con Tommaso "Piotta" è rivolto verso chi continua la propria vita nella normalità, senza privilegi. Qual è il punto di vista e cosa pensa chi torna a casa la sera stanco dal lavoro, circondato da gente stanca come lui che aspetta un autobus che non passa? I privilegi sono sempre per pochi, il lavoratore onesto guarda dall'esterno, non le vive né in positivo né in negativo. Cerca di mantenere le energie per andare il giorno dopo al lavoro".
In tutto questo la città che ospita il Vaticano, nelle vostre canzoni, non ha nessun conforto dalla religione e ancor meno dai preti.
"No, assolutamente no. Anzi l'istituzione religiosa a Roma è l'ennesima 'maledizione'".
Un termine, in questo caso, forte.
"Non vorrei essere frainteso, il mio non è un giudizio. La storia di Roma è stata permeata di fede e speculazione economica e la Chiesa fa inevitabilmente parte della messa in scena della Roma maledetta".
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Il vostro stile è stato definito "combat-folk", e le chitarre di Giancarlo Barbati Bonanni e di Eric Caldironi, il basso di Ludovico Lamarra e la fisarmonica di Alessandro Marinelli puntano dritti in quella direzione, ma nonostante molti richiami stilistici alla canzone popolare e ai canti di lotta, nei vostri brani non avete mai preso una posizione politica definita. Perché questa scelta?
"Il nostro punto di vista è narrativo. Non ci piace la musica educativa che vuole indirizzare il pensiero. Attraverso la narrazione intelligente ti porta a prendere posizione. Il processo di chi ascolta deve essere un processo proprio. Raccontare la difficoltà di chi arriva a stento fine mese. Io dedico la mia capacità di amplificare le storie a tutto ciò che reputo importante, poi è l'ascoltatore a trarre le proprie conclusioni. Una presa di coscienza che passa per questi canali è più forte".
E come sarà la Roma maledetta che porterete in scena al teatro Vascello?
"Sarà composta dai nostri brani più maledetti, più permeati dall'estetica della negatività, ci saranno anteprime del primo disco, brani scritti ad hoc per la serata, brani della tradizione romana e ospiti a sorpresa che porteranno un grande valore aggiunto".
Ma nelle storie della Roma maledetta c'è anche speranza?
"Sì, nelle avversità prevale sempre uno spirito di rivalsa che porta verso la luce e l'entusiasmo. È qualcosa che non si deve perdere mai. Ci vuole sempre positività e ironia, sono elementi di fondo che contraddistinguono i romani e gli italiani. Nello spettacolo non mancheranno risate in uno spirito guerriero positivo".