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Tony Hadley: "Vent'anni lontani sono serviti per tornare amici"

Parla il frontman degli Spandau Ballet. La band sarà in Italia con un tour di cinque date per presentare "The Story", il nuovo album che raccoglie il meglio del loro repertorio e tre inediti

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Un nuovo singolo, Steal, e un nuovo video. Un album, The Story, che raccoglie il meglio del loro repertorio e tre brani nuovi. Un tour che li sta portando in tutto il mondo e che li farà approdare in Italia il 24 marzo a Milano per poi proseguire il 26 a Torino, il 27 a Padova, il 28 a Firenze e il 30 marzo a Roma. Un film, Soul boy of the western world che è disponibile in Dvd e che ripercorre tutta la loro carriera. Ce n'è abbastanza per riaccendere l'entusiasmo attorno agli Spandau Ballet, principi "new romantic" del pop anni Ottanta e oggi, dopo una "pausa" di vent'anni, pronti a riprendere il loro posto nei cuori del pubblico. Ne parliamo con Tony Hadley, frontman e cantante della band
inglese.
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Mr. Hadley, com'è, dopo tanto tempo, essere ancora parte degli Spandau Ballet?
"Abbiamo avuto venti anni di 'fall out', una separazione piuttosto lunga e a tratti anche piuttosto rabbiosa. Una rottura dolorosa che ci ha portato addirittura in tribunale, le cose erano diventate veramente brutte. Guardano la storia con il senno di poi ci saremmo dovuti fermare dopo Through the Barricades, prenderci una bella pausa e poi tornare al lavoro e questo forse ci avrebbe aiutato a sopravvivere. Ma non è stato così, abbiamo tirato la corda e a un certo punto la corda si è rotta. C'è stato bisogno di rivedere molti dei nostri errori, ognuno di noi si è guardato dentro per bene, 'soul searchin', per tornare insieme. Ma non è come all'inizio, nel 2009 e nel 2010, quando abbiamo iniziato di nuovo i nostri rapporti erano ancora freddi. Ci abbiamo messo qualche anno, ma posso dire che abbiamo davvero ricostruito la nostra amicizia".
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Non crede che in qualche modo il lavoro di scavo nel passato che avete dovuto fare per realizzare il film Soul boys of the western world vi abbia aiutato a rimettere le cose nella giusta prospettiva?
"Credo proprio di sì. Ognuno di noi ha rivisto ore e ore di film, interviste, documenti, ognuno ha provato a rivedere la storia dall'esterno o addirittura con gli occhi dell'altro. Ci siamo ritrovati a fare i conti con cose che avevamo dimenticato e questo ci ha certamente aiutato a rimettere insieme la band nel modo giusto".

Che tipo di show vedremo?
"Ci saranno gli hit, è impossibile non farli, ma ci saranno anche molte cose che a noi piace suonare e riproporre alla gente. Siamo in scena in maniera tradizionale, basso, chitarra, batteria, tastiere, sassofono, suoniamo quella che ci piace definire una buona miscela di pop e rock. E oggi tutti noi siamo più bravi di prima, la band suona meglio, io canto meglio e questo si sente. Ma, ed è questo il bello, ci sarà anche una sezione dedicata alle nostre origini. Noi siamo nati come come synth band, elettronica, pezzi come To Cut A Long Story Short, Mandolin, The Freeze, Reformation, li riproporremo come quando le abbiamo scritte, con le tastiere, e devo dire che suonano ancora magnificamente".

E poi ci sono i brani nuovi...
"Sì, ci saranno i nostri nuovi brani, tre pezzi che abbiamo realizzato con Trevor Horn, con il nuovo singolo Steal, di cui siamo davvero molto contenti. Quando la Warner ci ha chiesto di preparare un best, The Story, ci ha chiesto anche delle canzoni nuove. La sera stessa sono tornato a casa e ho scritto Soul Boy, con in mente le immagini del film. E Gary ha fatto lo stesso, è tornato a casa e ha scritto Steal e This is the love. Ne abbiamo anche scritte altre ma queste tre ci hanno convinto subito. Siamo stati fortunati a poter lavorare con Trevor Horn, anche se abbiamo dovuto fare tutto in fretta, ma è stato anche meglio, lavorare senza ripensamenti".

A proposito di Trevor Horn: vi accomuna la nostalgia degli anni Ottanta?
"No, non direi. Io credo che oggi ci sia molta buona musica e non amo chi pensa che le cose migliori siano passate. Certo, gli anni Ottanta sembrano non andare mai via, ci sono moltissimi gruppi che si rifanno a quel suono, a quel tipo di scrittura, ma non credo che a imporsi sia solo un fattore nostalgia, piuttosto è la conferma che quel suono, quelle idee, quella musica, erano davvero buone".

Le piace che mentre negli anni Ottanta eravate considerati solo una pop band, oggi vi vedano finalmente come degli artisti?
"Beh, certo che molti di quelli che negli anni Ottanta non ci ascoltavano oggi ci hanno riscoperto, e per noi è una bella soddisfazione. Ma non credo che sia accaduto per caso: gli anni Ottanta in Inghilterra hanno visto uno straordinario fiorire di creatività, che ha trovato nella musica il centro ma che coinvolgeva artisti, stilisti, fotografi, pittori, registi, locali come il Blitz, attivisti culturali come Steve Strange. Non era solo pop, non lo è mai stato".

La diverte l'idea che molti giovani che all'epoca non erano nati vengano ai vostri concerti?
"Devo dire che è strano. La maggior parte del nostro pubblico è legato agli anni Ottanta, è naturale che sia così, sono cresciuti assieme a noi, ma è davvero singolare vedere invece moltissimi ragazzi ai nostri concerti. È il segno che la nostra musica non è poi così invecchiata, e che le canzoni che abbiamo scritto hanno retto l'esame del tempo".