Wah wah e distorsori dei Dead Meadow impastano fuochi alla Peter Green col romanesco arrochito di Giampaolo Felici. Fluente e all’improvviso vorticoso, come un Trastevere pieno di parole e idee pronte a farsi mulinelli. Neanche il tempo di smettersi anima di Ardecore in radio per diffondere il verbo del freschissimo Vecchia Roma, ed eccolo a far l’agitatore d’altrui note nel suo Init, il noto club romano del quale è infaticabile padre (e madre) e nel quale il disco è stato registrato. “Ormai ce vivo qua dentro, mo’ sto buttato sul letto, semo solo ar sound check, la serata sarà lunga…”. Quarto disco della sigla Ardecore, forse la sola definizione possibile per un cantiere così mutevole nei suoi artefici eppure coerentissimo nello scavar fuori le radici del folk romano, anzi, romanesco, Vecchia Roma, diciamolo subito, è un disco forte, umanissimo e dolente. Una ritoccata cartolina d’epoca – come quelle che il pregevole artwork di Scarful & Blondibiky ha usato per vestirlo – e sentimento per la capitale. Che assai più d’altre città e territori nostri ha a lungo molto faticato per ritrovarsi “er core” folk, affogato dal dopoguerra nel poco o nulla di falsi e banalità. Di questa riscossa Felici-Ardecore, in vita dal 2005, è un pioniere riconosciuto, molto amato, spesso premiato. E con lui tutti gli ottimi musici di cui il suo talento obliquo ha avuto di volta in volta bisogno: dagli Zu di Pupillo, Mai e Battaglia a Luca Venitucci, Valerio Borgianelli e Manlio Maresca. E dalla chitarra di diamante dell’ex Karate Geoff Farina alla voce limpida e generosa di Sarah Dietrich. Che, come a suggerire un’ulteriore continuità, dagli esordi ancora ci sono, stavolta insieme a valorosi Giulio Caneponi (batteria) e Riccardo Del Monaco (piano). La Roma degli anni Trenta risorge ancora una volta dall’oblio congiungendo malinconie trasteverine ed echi Hammond del Dylan più southern – amministrati con sofferta sapienza da Felici, poi anche ruvida voce e intarsiatore di basso e chitarra acustici – delicatezze tex-mex, souvenir della Ferri, pathos e bella melodia de noantri con lampi del noise più materico e andamenti ciondolanti da musica di popolo. Così come in passato Felici le aveva somministrato, di volta in volta, elisir di lunga vita – sperabilmente eterna – a base di Balcani, Brecht-Weill o Nick Cave, Calexico, sgangheratezze bandistiche, Tom Waits e free jazz. Sole stelle polari: Roma, va da sé, e un rispetto profondissimo che senz’altro si potrebbe chiamare amore. Guida di questo nuovo viaggio di Ardecore fra i sentimenti e l’onestà d’una Roma prima perduta e poi finalmente ritrovata. Non solo nella sua musica ma anche al cinema, in tv e teatro, come nella letteratura. Con largo successo di pubblico.
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Del repertorio romanesco fra fine ‘800 e metà ‘900, che interpretate in Vecchia Roma, si sa poco: cosa ci racconta?
“Abbiamo scelto tutti brani fra le due guerre a parte Vecchia Roma, celeberrima canzone del 1947 che hanno cantato tutti, Centi, Villa, Fiorini, la Ferri. È quella nella quale paradossalmente abbiamo osato di più sui suoni e nella forma, con inserti noise e stravolgendo la consueta struttura della canzone strofa-ritornello-special con una concezione più progressiva. A parte quello, i pezzi sono degli anni Trenta e quindi, col folk romano, recuperano anche la cultura della nascente discografia italiana. Con questo disco torniamo a quel repertorio in maniera solo apparentemente diversa, meno noir, perché malinconia e drammi vengono fuori lo stesso dai testi: da una serenata, ad esempio, non t’aspetti un finale triste e invece… Erano ovviamente un altro mondo e un'altra società quelli, e come capita con la cultura popolare, di solito orale, ci sono molti aspetti oscuri: il nostro approccio a quel periodo storico-musicale privilegia quindi naturalmente una scelta interiore e spirituale, che in generale si manifesta di più nei brani tristi. Non parlerei però di una vera ricerca musicologica: questi brani li conosciamo fin da ragazzi, li abbiamo sempre sentiti, fanno parte dei nostri ascolti. Io ad esempio me li sono ritrovati in casa da quand’ero piccolo, non a caso i brani di Vecchia Roma a chi c’ha cultura e passione per il folk romano sono quasi tutti noti. Ma ogni volta che ci mettiamo al lavoro succede anche che esca fuori qualcosa di nuovo, ed ecco Girasole, della quale non c’è traccia nemmeno in rete, l’unica versione esistente è quella di Sergio Centi incisa negli anni ’60, che si trova solo su Romana, una raccolta Ricordi sulla storia della canzone romanesca dal ‘500 al dopoguerra, che fa il paio con Napoletana su quella partenopea. Anche se nel primo disco, Ardecore, abbiamo inciso un brano del ‘300, andare più indietro nel tempo presenta molte difficoltà”.
E che effetto fece dieci e più anni fa suonare, da rockettari, a Roma quel repertorio?
“Allora mi fece una certa impressione scoprire che nessuno dei miei coetanei sapeva nulla della musica romanesca, dagli anni ‘90 agli inizi dei 2000 per chi veniva dal rock e dall’area alternativa in genere parlarne era una comica. Il contatto con quella cultura avvenne attraverso un’idea di blues che veniva dal nostro background, prima la canzone romanesca sopravviveva ormai solo nei ristoranti, fra chi suonava tradizionale alle feste e più tardi nei piano bar. I generi sono quelli classici: serenate e stornelli, mentre il saltarello, la nostra traduzione di tarantelle napoletane e taranta salentina, è ormai una forma obsoleta. Il grande palco su cui è nato e cresciuto quel repertorio è la Festa di San Giovanni, nata nel 1891 all’osteria 'Facciafresca', poco fuori porta San Giovanni, per scegliere la più bella canzone della città. Solo che il palco, pressato dalla marea di pubblico, crollò, e l’oste dovette spostare i concerti in un teatro, dove così la canzone romanesca debuttò: vinse il leggendario Fregoli con una romanza intitolata Le streghe. Per chi invece non poté entrare in teatro, intorno era pieno di fraschette, i tavoli all’aperto dove a mo’ di pic nic la gente sedeva, mangiava, beveva e ascoltava la musica. Nasce così il profondo legame conviviale fra repertorio romanesco e cibo, mentre altre forme più rurali di folk italiano sono invece legate ai raccolti, alle stagioni e ricorrenze religiose. Fregoli a parte, fra ‘800 e 900 la star fu il Sor Capanna, cantastorie celeberrimo e primo grande crooner popolano che andava in giro cantando e suonando sui carretti. Un altro mito romanesco è Romolo Balzani, autore e interprete di grandi successi come Eco der core, Barcarolo romano o Lupo di fiume. Quando agli inizi di Ardecore volevo fare un doppio con classici da una parte e le nostre versioni dall’altra, andai a cercare suo figlio Remo – già padre pure lui di un figlio che si chiama Romolo, tanto per non sbagliare (ride, ndr) – per avere dei brani del genitore, scoprii così che erano molto più veloci di come ce li immaginiamo, di come hanno preso forma negli anni e di come li suoniamo noi oggi: venivano registrati così per via della ridotta durata dei 78 giri, che avevano spazio per 3-4 minuti al massimo. Uno dei tanti esempi di come la produzione possa condizionare, in bene e in male, la creazione”.
Lei ha parlato di gospel a proposito di Vecchia Roma, personalmente insisto a sentirci la privatezza laica del blues…
“Il gospel per me è la radice della musica contemporanea e fra gli anni ‘20 e ‘50, attraverso capisaldi come Blind Willie Johnson, un gigante cieco che c’arriva dal pozzo del tempo di cui ci restano solo pochi brani e una foto, il reverendo Gary Davis o Mahalia Jackson, di cui ancora mi impressionano le lacrime mentre canta, mi hanno trasmesso un approccio sentimentale al brano. Trovo che il blues sia più forma di reazione al dramma e alla depressione, e che il gospel, per sua natura sacralizzato e apocalittico, invece si soffermi sulla tristezza: è come la fotografia d’una lacrima, mentre il blues chiama a sé, rivendica l’andar male delle cose della vita. A questi ascolti ci sono arrivato a vent’anni attraverso il rock, a quell’età non ti chiedi perché senti quelle cose e non altre. Quindi il lavoro sul repertorio romanesco mi ha permesso anche di recuperare la musica che ascoltavo e che ho approfondito andando all’indietro, dal rock anni ’90 e ‘80 fino agli albori. Al contrario, in Italia, il folk non ha mai alimentato il rock, che nasce invece direttamente dal rock preesistente della cultura anglosassone, da un rock già tale insomma. E mi pare che il nostro rock non sappia davvero esser popolare perché continua ad apparire come una musica importata, poco o punto nostra”.
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Perché questo repertorio è stato così facilmente cancellato dalle cartoline di osti e ponentini? Vero che è successo a molto e bel folk italiano ma a Roma è stata una vera rimozione…
“La ragione è, come la chiamo io, Roma città aperta, non nel senso del film ma in quello di una estrema permeabilità a presenze e condizionamenti arrivati da fuori con la fine della guerra. Perché dopo alla città fu imposto il bisogno di un’altra immagine d’apertura che prima non c’era stata, il recupero del passato anche recente era già fuori tempo. C’è un libro di Sangiuliano, Quando Roma cantava (Camera verde, 2011, ndr), un’analisi storica della canzone romanesca del ‘900, che dice di come Balzani, fino alla guerra il grande crooner di Roma, figura amatissima, campione di vendite e trionfatore di tanti festival, dal ’45 viene rifiutato dalla Rai, malgrado sia romana nell’animo e nelle persone, perché non desidera riprendere a riscrivere Roma alla maniera folk dell’anteguerra. La città aveva aperto le porte agli Usa, al ritorno in grande stile del cinema con tanto di Via Veneto e Dolce Vita, per una narrazione dimentica delle tragedie appena trascorse e proiettata, aperta appunto, su un mercato internazionale. Le stesse motivazioni che stanno alla base della vendita del centro, nell’immediato dopoguerra, ai ricchi nuovi venuti americani e non, dopo averne cacciato in borgata le persone che ci vivevano, come la mia famiglia, da generazioni, perché, se non proprietari, ormai incapaci di pagare affitti altissimi. E così la Rai mette Balzani in salamoia e il folk romano finisce schiacciato perché, oltre all’esterofilia imperante in città, basterà ricordare Sordi nel film di Steno, peraltro amarissimo e molto critico più che comico, non ha nemmeno gli emigrati che possano attaccarglisi per motivi di lontananza e nostalgia. Mentre scocca l’ora di altre tradizioni ancora da scoprire, come quella napoletana, nobilitata inoltre dal profondo rapporto con la lirica, penso a Caruso e Lanza. Certo, dopo Roma ha avuto Villa, fenomeno unico e figura di grande personalità, con la sua voce classicheggiante da tenore leggero e la capacità di far diventare famose un’infinità di canzoni popolari italiane. Ma negli anni ’60, quelli della contestazione, è già fuori gioco. Malgrado le foto in posa da culturista, le moto e i giubbotti di pelle, è ormai un vecchietto inutile, non certo un modello d’ispirazione. Malgrado fosse un compagnissimo era già obsoleto: lo ricordo in tv ospite di un giovane Arbore che affrontava una platea di ragazzi e finì litigando con loro a parolacce, forse perché capiva di aver perso contatto coi tempi e un mondo che cambiava tanto velocemente. E a poco gli servivano i duetti fantastici con Gabriella Ferri quando conduceva Mazzabubù, da dove lanciò Zaza: facevano gli stornelli come da tradizione cantandosi addosso, prendendosi in giro in una sorta di chiamata e risposta al rilancio di offese bonarie. Poi, a parte il Canzoniere del Lazio, dagli anni ‘70 con la Ferri al neofolk romano di oggi è stato solo un lungo oscurantismo”.
Avverto tracce di Petrolini in questa rifondazione romanesca di popolo, lingua, spirito e cultura di cui Ardecore è pioniere. E che dalla musica con ad esempio Colle der Fomento e Mannarino, si allarga a teatro, tv e cinema con Celestini, Aprea e Mastandrea, mentre Graziano Graziani, coi Sonetti der corvaccio (Camera verde, 2011), sorta di Spoon River trasteverina, rinnova la secolare letteratura romanesca che da Cola di Rienzo a Berneri, da Meo Patacca a Belli, Rossetti, Pascarella, Trilussa e Dell’Arco arriva ad oggi, anche passando da Aldo Fabrizi, Maurizio Ferrara e Antonello Trombadori. Senza scordare quel geniale, fantomatico pasquino contemporaneo di Corrado Guzzanti o il recente spettacolo "Du etti de sonetti" alla Galleria d'arte moderna...
“In effetti il fenomeno è in forte crescita. Per la musica ci aggiungerei anche l’Orchestraccia, una specie di nostro clone guidato da Marco Conidi che però lavora sulla cultura romanesca in una chiave più festosa, più rock. Oggi a Roma, anche su queste strade, c’è parecchio traffico: ogni mese conto 4-5 concerti del genere, sono emerse così tante situazioni che manco me le ricordo tutte. Ed è un bene e un male allo stesso tempo: quando Ardecore ha iniziato non c’era nulla, e quindi vuol dire che s’è formata una corrente, che l’idea non è passata inosservata. Ma al tempo stesso lavorare diventa più difficile: tornando al cibo, quando scopri che il pane è buono e poi vai dal fornaio, trovi la fila, tutti lo vonno magnà… A maggior ragione ci preme di più suonare fuori, conquistare il pubblico di Milano, Torino, Genova. Eppoi a Roma sembriamo più vecchietti di altri gruppi. Roma ha una storia lunga e larga e il modo di esprimere la romanità è assai vario e con vari caratteri, che dipendono ovviamente anche dai tempi e dal contesto sociale, a un certo punto degradato dalla romanità trasferita a forza in borgata. Ha ragione su Petrolini, ne sono un grande estimatore perché l’ha espressa sempre con estrema intelligenza e delicatezza: trovo che il suo modo di esser romani sia il più nobile, sentito e colto. Ma anche estremamente popolare e fiero nella sua finissima comicità basata sulla vita quotidiana”.
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E Pasolini, che sembrerebbe vicino alla dolente narrazione delle canzoni di popolo che avete fatto vostre?
“In borgata ci sono cresciuto, è una realtà che ho vissuto e ricordo bene, quello che si vede nei film di Pasolini fa parte delle mia infanzia. Credo che abbia raccontato quella Roma estrema degli anni ‘50-’70 con alcune forzature, ad esempio nella scelta di una certa gergalità e nell’enfatizzare certe personalità già plateali ed esuberanti di loro. Come Ninetto Davoli: a uno come lui non c’è bisogno di chiedergli di fare l’attore perché lo è già abbondantemente per conto suo. Accattone racconta davvero la borgata, ma ne accentua aspetti che trovo già evidenti per natura. Trovo che in quel mondo fosse tutto un po’ più normale di come lo ha raccontato Pasolini, nei cui film tutto e tutti paiono dei fenomeni, così come la vita di ogni giorno diventa il dramma dei ragazzi di vita, che esistevano ma in maniera molto più ordinaria e quotidiana, come i piccoli boss, i ladruncoli, le puttane”.
Nel passato di Ardecore c’è pure Tenco, il vostro oggetto introvabile: che c’entra con Roma?
“Quell’incontro mi colpì molto per le coincidenze fra Ardecore e un progetto incompiuto di Tenco. Per me resta il migliore del suo tempo per altezza di composizioni e sentimento, anche se l’ho recuperato dopo perché è morto prima che nascessi e son cresciuto con tutt’altra musica. Nel 2008, dopo che nel 2007 avevamo vinto la Targa Tenco, Enrico De Angelis ci fece partecipi di un manoscritto di Luigi ritrovato in un cassetto e che oggi tengo attaccato al muro, sul quale c’era la scaletta autografa di un album che Tenco aveva immaginato e non uscì mai, probabilmente per l’opposizione di qualche discografico. 11 brani sui due lati con pezzi folk italiani legati anche alle due guerre, tipo La mia valle, Monte Canino, Ta Pum, Bella Ciao, e suoi originali, come Ciao amore, Ora sei rimasta sola, Com’è difficile, Se nascerò, che invece uscirono poi nei suoi album. De Angelis ci chiese di farli diventare un live per il 'Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana', quell’anno dedicato a Tenco, che avrebbe avuto ospiti Elena Ledda, Antonella Ruggiero, Peppe Voltarelli e le Faraualla. Ci occupammo degli arrangiamenti e dalla registrazione del concerto ci venne chiesto di tirar fuori un album, uscito nel 2009 con la nostra copertina, in pochissime copie con metà concerto, 6 pezzi invece di 11. Ed ecco la coincidenza: senza che sapessimo nulla di quell’idea di Tenco, nel 2007 era uscito il nostro Chimera, composto da nostri originali e brani folk fra le due guerre, la stessa precisa idea di Tenco. Che ci vedeva una sintonia non tanto col folk italiano ma con l’opera dei songwriter americani di allora, il lavoro che facevano sulla loro tradizione, e che all’improvviso ritrovammo in perfetta sintonia con la radice di Ardecore”.
Cos’è esattamente Ardecore: un gruppo ad organico variabile, un nome d’arte di Giampaolo Felici, un cantautore-musicista?
“Mi hanno chiesto spesso: perché non la prendi come la tua storia? Il mio è un approccio da musicista che lavora sulla forma-canzone, non da cantautore, e se Ardecore non va più farò un’altra cosa. I suoi strumentisti non sono mai stati dei turnisti ma parte integrante di tutto il lavoro, se lo sono sempre sentito cucito addosso. Certo, se hai seguito Ardecore nel tempo, pur variando l’organico, capisci che dietro c’è sempre la stessa persona. Sono passati cinque anni dal precedente, San Cadoco, perché avevo già un altro disco pronto solo di brani miei, ma siamo tornati indietro perché mi sono voluto togliere dal gruppo di quelli che inseguono la nuova Roma capoccia, l’ultimo originale che credo si possa dire sia riuscito ad entrare nella tradizione. Per me quel che davvero conta è l’interpretazione: quando vado per i banchetti in cerca di dischi di un folk singer, preferisco sempre quando canta repertorio tradizionale. Gli originali li abbiamo fatti e li rifaremo in forma dialettale, in romanesco, magari nel prossimo disco. Ma in una situazione così poliforme come Ardecore può sempre succedere qualsiasi cosa.”
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Del repertorio romanesco fra fine ‘800 e metà ‘900, che interpretate in Vecchia Roma, si sa poco: cosa ci racconta?
“Abbiamo scelto tutti brani fra le due guerre a parte Vecchia Roma, celeberrima canzone del 1947 che hanno cantato tutti, Centi, Villa, Fiorini, la Ferri. È quella nella quale paradossalmente abbiamo osato di più sui suoni e nella forma, con inserti noise e stravolgendo la consueta struttura della canzone strofa-ritornello-special con una concezione più progressiva. A parte quello, i pezzi sono degli anni Trenta e quindi, col folk romano, recuperano anche la cultura della nascente discografia italiana. Con questo disco torniamo a quel repertorio in maniera solo apparentemente diversa, meno noir, perché malinconia e drammi vengono fuori lo stesso dai testi: da una serenata, ad esempio, non t’aspetti un finale triste e invece… Erano ovviamente un altro mondo e un'altra società quelli, e come capita con la cultura popolare, di solito orale, ci sono molti aspetti oscuri: il nostro approccio a quel periodo storico-musicale privilegia quindi naturalmente una scelta interiore e spirituale, che in generale si manifesta di più nei brani tristi. Non parlerei però di una vera ricerca musicologica: questi brani li conosciamo fin da ragazzi, li abbiamo sempre sentiti, fanno parte dei nostri ascolti. Io ad esempio me li sono ritrovati in casa da quand’ero piccolo, non a caso i brani di Vecchia Roma a chi c’ha cultura e passione per il folk romano sono quasi tutti noti. Ma ogni volta che ci mettiamo al lavoro succede anche che esca fuori qualcosa di nuovo, ed ecco Girasole, della quale non c’è traccia nemmeno in rete, l’unica versione esistente è quella di Sergio Centi incisa negli anni ’60, che si trova solo su Romana, una raccolta Ricordi sulla storia della canzone romanesca dal ‘500 al dopoguerra, che fa il paio con Napoletana su quella partenopea. Anche se nel primo disco, Ardecore, abbiamo inciso un brano del ‘300, andare più indietro nel tempo presenta molte difficoltà”.
E che effetto fece dieci e più anni fa suonare, da rockettari, a Roma quel repertorio?
“Allora mi fece una certa impressione scoprire che nessuno dei miei coetanei sapeva nulla della musica romanesca, dagli anni ‘90 agli inizi dei 2000 per chi veniva dal rock e dall’area alternativa in genere parlarne era una comica. Il contatto con quella cultura avvenne attraverso un’idea di blues che veniva dal nostro background, prima la canzone romanesca sopravviveva ormai solo nei ristoranti, fra chi suonava tradizionale alle feste e più tardi nei piano bar. I generi sono quelli classici: serenate e stornelli, mentre il saltarello, la nostra traduzione di tarantelle napoletane e taranta salentina, è ormai una forma obsoleta. Il grande palco su cui è nato e cresciuto quel repertorio è la Festa di San Giovanni, nata nel 1891 all’osteria 'Facciafresca', poco fuori porta San Giovanni, per scegliere la più bella canzone della città. Solo che il palco, pressato dalla marea di pubblico, crollò, e l’oste dovette spostare i concerti in un teatro, dove così la canzone romanesca debuttò: vinse il leggendario Fregoli con una romanza intitolata Le streghe. Per chi invece non poté entrare in teatro, intorno era pieno di fraschette, i tavoli all’aperto dove a mo’ di pic nic la gente sedeva, mangiava, beveva e ascoltava la musica. Nasce così il profondo legame conviviale fra repertorio romanesco e cibo, mentre altre forme più rurali di folk italiano sono invece legate ai raccolti, alle stagioni e ricorrenze religiose. Fregoli a parte, fra ‘800 e 900 la star fu il Sor Capanna, cantastorie celeberrimo e primo grande crooner popolano che andava in giro cantando e suonando sui carretti. Un altro mito romanesco è Romolo Balzani, autore e interprete di grandi successi come Eco der core, Barcarolo romano o Lupo di fiume. Quando agli inizi di Ardecore volevo fare un doppio con classici da una parte e le nostre versioni dall’altra, andai a cercare suo figlio Remo – già padre pure lui di un figlio che si chiama Romolo, tanto per non sbagliare (ride, ndr) – per avere dei brani del genitore, scoprii così che erano molto più veloci di come ce li immaginiamo, di come hanno preso forma negli anni e di come li suoniamo noi oggi: venivano registrati così per via della ridotta durata dei 78 giri, che avevano spazio per 3-4 minuti al massimo. Uno dei tanti esempi di come la produzione possa condizionare, in bene e in male, la creazione”.
Lei ha parlato di gospel a proposito di Vecchia Roma, personalmente insisto a sentirci la privatezza laica del blues…
“Il gospel per me è la radice della musica contemporanea e fra gli anni ‘20 e ‘50, attraverso capisaldi come Blind Willie Johnson, un gigante cieco che c’arriva dal pozzo del tempo di cui ci restano solo pochi brani e una foto, il reverendo Gary Davis o Mahalia Jackson, di cui ancora mi impressionano le lacrime mentre canta, mi hanno trasmesso un approccio sentimentale al brano. Trovo che il blues sia più forma di reazione al dramma e alla depressione, e che il gospel, per sua natura sacralizzato e apocalittico, invece si soffermi sulla tristezza: è come la fotografia d’una lacrima, mentre il blues chiama a sé, rivendica l’andar male delle cose della vita. A questi ascolti ci sono arrivato a vent’anni attraverso il rock, a quell’età non ti chiedi perché senti quelle cose e non altre. Quindi il lavoro sul repertorio romanesco mi ha permesso anche di recuperare la musica che ascoltavo e che ho approfondito andando all’indietro, dal rock anni ’90 e ‘80 fino agli albori. Al contrario, in Italia, il folk non ha mai alimentato il rock, che nasce invece direttamente dal rock preesistente della cultura anglosassone, da un rock già tale insomma. E mi pare che il nostro rock non sappia davvero esser popolare perché continua ad apparire come una musica importata, poco o punto nostra”.
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Perché questo repertorio è stato così facilmente cancellato dalle cartoline di osti e ponentini? Vero che è successo a molto e bel folk italiano ma a Roma è stata una vera rimozione…
“La ragione è, come la chiamo io, Roma città aperta, non nel senso del film ma in quello di una estrema permeabilità a presenze e condizionamenti arrivati da fuori con la fine della guerra. Perché dopo alla città fu imposto il bisogno di un’altra immagine d’apertura che prima non c’era stata, il recupero del passato anche recente era già fuori tempo. C’è un libro di Sangiuliano, Quando Roma cantava (Camera verde, 2011, ndr), un’analisi storica della canzone romanesca del ‘900, che dice di come Balzani, fino alla guerra il grande crooner di Roma, figura amatissima, campione di vendite e trionfatore di tanti festival, dal ’45 viene rifiutato dalla Rai, malgrado sia romana nell’animo e nelle persone, perché non desidera riprendere a riscrivere Roma alla maniera folk dell’anteguerra. La città aveva aperto le porte agli Usa, al ritorno in grande stile del cinema con tanto di Via Veneto e Dolce Vita, per una narrazione dimentica delle tragedie appena trascorse e proiettata, aperta appunto, su un mercato internazionale. Le stesse motivazioni che stanno alla base della vendita del centro, nell’immediato dopoguerra, ai ricchi nuovi venuti americani e non, dopo averne cacciato in borgata le persone che ci vivevano, come la mia famiglia, da generazioni, perché, se non proprietari, ormai incapaci di pagare affitti altissimi. E così la Rai mette Balzani in salamoia e il folk romano finisce schiacciato perché, oltre all’esterofilia imperante in città, basterà ricordare Sordi nel film di Steno, peraltro amarissimo e molto critico più che comico, non ha nemmeno gli emigrati che possano attaccarglisi per motivi di lontananza e nostalgia. Mentre scocca l’ora di altre tradizioni ancora da scoprire, come quella napoletana, nobilitata inoltre dal profondo rapporto con la lirica, penso a Caruso e Lanza. Certo, dopo Roma ha avuto Villa, fenomeno unico e figura di grande personalità, con la sua voce classicheggiante da tenore leggero e la capacità di far diventare famose un’infinità di canzoni popolari italiane. Ma negli anni ’60, quelli della contestazione, è già fuori gioco. Malgrado le foto in posa da culturista, le moto e i giubbotti di pelle, è ormai un vecchietto inutile, non certo un modello d’ispirazione. Malgrado fosse un compagnissimo era già obsoleto: lo ricordo in tv ospite di un giovane Arbore che affrontava una platea di ragazzi e finì litigando con loro a parolacce, forse perché capiva di aver perso contatto coi tempi e un mondo che cambiava tanto velocemente. E a poco gli servivano i duetti fantastici con Gabriella Ferri quando conduceva Mazzabubù, da dove lanciò Zaza: facevano gli stornelli come da tradizione cantandosi addosso, prendendosi in giro in una sorta di chiamata e risposta al rilancio di offese bonarie. Poi, a parte il Canzoniere del Lazio, dagli anni ‘70 con la Ferri al neofolk romano di oggi è stato solo un lungo oscurantismo”.
Avverto tracce di Petrolini in questa rifondazione romanesca di popolo, lingua, spirito e cultura di cui Ardecore è pioniere. E che dalla musica con ad esempio Colle der Fomento e Mannarino, si allarga a teatro, tv e cinema con Celestini, Aprea e Mastandrea, mentre Graziano Graziani, coi Sonetti der corvaccio (Camera verde, 2011), sorta di Spoon River trasteverina, rinnova la secolare letteratura romanesca che da Cola di Rienzo a Berneri, da Meo Patacca a Belli, Rossetti, Pascarella, Trilussa e Dell’Arco arriva ad oggi, anche passando da Aldo Fabrizi, Maurizio Ferrara e Antonello Trombadori. Senza scordare quel geniale, fantomatico pasquino contemporaneo di Corrado Guzzanti o il recente spettacolo "Du etti de sonetti" alla Galleria d'arte moderna...
“In effetti il fenomeno è in forte crescita. Per la musica ci aggiungerei anche l’Orchestraccia, una specie di nostro clone guidato da Marco Conidi che però lavora sulla cultura romanesca in una chiave più festosa, più rock. Oggi a Roma, anche su queste strade, c’è parecchio traffico: ogni mese conto 4-5 concerti del genere, sono emerse così tante situazioni che manco me le ricordo tutte. Ed è un bene e un male allo stesso tempo: quando Ardecore ha iniziato non c’era nulla, e quindi vuol dire che s’è formata una corrente, che l’idea non è passata inosservata. Ma al tempo stesso lavorare diventa più difficile: tornando al cibo, quando scopri che il pane è buono e poi vai dal fornaio, trovi la fila, tutti lo vonno magnà… A maggior ragione ci preme di più suonare fuori, conquistare il pubblico di Milano, Torino, Genova. Eppoi a Roma sembriamo più vecchietti di altri gruppi. Roma ha una storia lunga e larga e il modo di esprimere la romanità è assai vario e con vari caratteri, che dipendono ovviamente anche dai tempi e dal contesto sociale, a un certo punto degradato dalla romanità trasferita a forza in borgata. Ha ragione su Petrolini, ne sono un grande estimatore perché l’ha espressa sempre con estrema intelligenza e delicatezza: trovo che il suo modo di esser romani sia il più nobile, sentito e colto. Ma anche estremamente popolare e fiero nella sua finissima comicità basata sulla vita quotidiana”.
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E Pasolini, che sembrerebbe vicino alla dolente narrazione delle canzoni di popolo che avete fatto vostre?
“In borgata ci sono cresciuto, è una realtà che ho vissuto e ricordo bene, quello che si vede nei film di Pasolini fa parte delle mia infanzia. Credo che abbia raccontato quella Roma estrema degli anni ‘50-’70 con alcune forzature, ad esempio nella scelta di una certa gergalità e nell’enfatizzare certe personalità già plateali ed esuberanti di loro. Come Ninetto Davoli: a uno come lui non c’è bisogno di chiedergli di fare l’attore perché lo è già abbondantemente per conto suo. Accattone racconta davvero la borgata, ma ne accentua aspetti che trovo già evidenti per natura. Trovo che in quel mondo fosse tutto un po’ più normale di come lo ha raccontato Pasolini, nei cui film tutto e tutti paiono dei fenomeni, così come la vita di ogni giorno diventa il dramma dei ragazzi di vita, che esistevano ma in maniera molto più ordinaria e quotidiana, come i piccoli boss, i ladruncoli, le puttane”.
Nel passato di Ardecore c’è pure Tenco, il vostro oggetto introvabile: che c’entra con Roma?
“Quell’incontro mi colpì molto per le coincidenze fra Ardecore e un progetto incompiuto di Tenco. Per me resta il migliore del suo tempo per altezza di composizioni e sentimento, anche se l’ho recuperato dopo perché è morto prima che nascessi e son cresciuto con tutt’altra musica. Nel 2008, dopo che nel 2007 avevamo vinto la Targa Tenco, Enrico De Angelis ci fece partecipi di un manoscritto di Luigi ritrovato in un cassetto e che oggi tengo attaccato al muro, sul quale c’era la scaletta autografa di un album che Tenco aveva immaginato e non uscì mai, probabilmente per l’opposizione di qualche discografico. 11 brani sui due lati con pezzi folk italiani legati anche alle due guerre, tipo La mia valle, Monte Canino, Ta Pum, Bella Ciao, e suoi originali, come Ciao amore, Ora sei rimasta sola, Com’è difficile, Se nascerò, che invece uscirono poi nei suoi album. De Angelis ci chiese di farli diventare un live per il 'Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana', quell’anno dedicato a Tenco, che avrebbe avuto ospiti Elena Ledda, Antonella Ruggiero, Peppe Voltarelli e le Faraualla. Ci occupammo degli arrangiamenti e dalla registrazione del concerto ci venne chiesto di tirar fuori un album, uscito nel 2009 con la nostra copertina, in pochissime copie con metà concerto, 6 pezzi invece di 11. Ed ecco la coincidenza: senza che sapessimo nulla di quell’idea di Tenco, nel 2007 era uscito il nostro Chimera, composto da nostri originali e brani folk fra le due guerre, la stessa precisa idea di Tenco. Che ci vedeva una sintonia non tanto col folk italiano ma con l’opera dei songwriter americani di allora, il lavoro che facevano sulla loro tradizione, e che all’improvviso ritrovammo in perfetta sintonia con la radice di Ardecore”.
Cos’è esattamente Ardecore: un gruppo ad organico variabile, un nome d’arte di Giampaolo Felici, un cantautore-musicista?
“Mi hanno chiesto spesso: perché non la prendi come la tua storia? Il mio è un approccio da musicista che lavora sulla forma-canzone, non da cantautore, e se Ardecore non va più farò un’altra cosa. I suoi strumentisti non sono mai stati dei turnisti ma parte integrante di tutto il lavoro, se lo sono sempre sentito cucito addosso. Certo, se hai seguito Ardecore nel tempo, pur variando l’organico, capisci che dietro c’è sempre la stessa persona. Sono passati cinque anni dal precedente, San Cadoco, perché avevo già un altro disco pronto solo di brani miei, ma siamo tornati indietro perché mi sono voluto togliere dal gruppo di quelli che inseguono la nuova Roma capoccia, l’ultimo originale che credo si possa dire sia riuscito ad entrare nella tradizione. Per me quel che davvero conta è l’interpretazione: quando vado per i banchetti in cerca di dischi di un folk singer, preferisco sempre quando canta repertorio tradizionale. Gli originali li abbiamo fatti e li rifaremo in forma dialettale, in romanesco, magari nel prossimo disco. Ma in una situazione così poliforme come Ardecore può sempre succedere qualsiasi cosa.”