Se n'è andato nei giorni scorsi Guy Carawan, all'età di 87 anni, quando il silenzio intorno a lui era ormai calato già da tanto tempo e anche i tempi erano davvero tanto cambiati. Eppure, 55 anni fa, il giovane Guy, californiano di Santa Monica, era riuscito a infilarsi nella storia degli anni Sessanta, il decennio più ricco di sogni e speranze in un domani migliore, ma anche di sofferenze, battaglie civili e guerre controverse, soffiando via la polvere da una antica canzone folk per consegnarla alla sua generazione nelle vesti di un inno potente e credibile. Quella canzone risuona ancora oggi in qualsiasi corteo, manifestazione o raduno che si ispiri al pacifismo più tenace e mai domo: We Shall Overcome.
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Con la sua chitarra, Guy la suonò in una notte di aprile del 1960 durante una manifestazione a Raleigh, nel North Carolina. Era tra i pochi bianchi che partecipavano alla pacifica protesta per i diritti dei neri. Dopo quella notte a Raleigh, Carawan cantò la stessa canzone giorni dopo nel campus della Virginia University. Nessuno conosceva il brano, ma in quei precisi istanti scoccò la scintilla. Non sapeva, l'allora poco più che trentenne Guy, che da quelle sue performance, We Shall Overcome sarebbe partita per un nuovo straordinario viaggio, diventando il manifesto musicale del movimento per i diritti civili e di chi protestava contro la guerra del Vietnam. Nel marzo del 1965 si udì lungo tutto il percorso della storica marcia di Selma, cantata da migliaia di persone di colore che sollevavano cartelli con su scritto "I am a man", io sono un uomo. Passati gli anni Sessanta e la grande utopia di una pacifica trasformazione dell'uomo e del suo mondo, il brano avrebbe guidato nuove marce, dall'opposizione all'apartheid in Sudafrica alla caduta del Muro di Berlino.
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Come spesso accade nella storia del folk, è difficile risalire con certezza agli autori di quelle parole e di quella melodia. Alcuni esperti sostengono che derivi da una canzone gospel dei primi del '900, autore un reverendo di Filadelfia. Altri da un canto dei lavoratori in sciopero nelle piantagioni di tabacco del South Cartolina, nel 1946. Ma la melodia risalirebbe addirittura alla fine del '700, quando venne pubblicata sul magazine "The Gentleman's Amusement" col titolo Prayer of the Sicilian Mariners. A cristallizzarne una versione rispettosa e filologicamente accettabile era stato il grande Pete Seeger, grande folksinger ma anche grande ricercatore, alla fine degli anni Cinquanta. E forse quel brano sarebbe rimasto patrimonio della comunità degli adepti del folk se lo stesso Seeger non l'avesse insegnata a un cantante californiano, che a sua volta la consegnò a Carawan perché portasse a termine la sua involontaria missione.
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Tornata allo scoperto e di nuovo perfettamente in sintonia col suono delle strade, quelle dell'America dei Sixties, We Shall Overcome divenne poi un successo discografico con la registrazione in studio di Joan Baez, nel 1963. Non a caso il presidente Lyndon Johnson, nell'annunciare nel marzo del 1965, davanti a 70 milioni di telespettatori, la firma del "Voting Right Act", decise di rimarcare l'importanza di quel momento proprio con le parole: "And we shall overcome", alla fine vinceremo. Oggi le royalty sulle vendite del brano vengono donate a un fondo che sostiene programmi sociali e culturali a favore della comunità afroamericana nel sud degli Stati Uniti. Che al bianco Guy Carawan deve certamente molto.
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Con la sua chitarra, Guy la suonò in una notte di aprile del 1960 durante una manifestazione a Raleigh, nel North Carolina. Era tra i pochi bianchi che partecipavano alla pacifica protesta per i diritti dei neri. Dopo quella notte a Raleigh, Carawan cantò la stessa canzone giorni dopo nel campus della Virginia University. Nessuno conosceva il brano, ma in quei precisi istanti scoccò la scintilla. Non sapeva, l'allora poco più che trentenne Guy, che da quelle sue performance, We Shall Overcome sarebbe partita per un nuovo straordinario viaggio, diventando il manifesto musicale del movimento per i diritti civili e di chi protestava contro la guerra del Vietnam. Nel marzo del 1965 si udì lungo tutto il percorso della storica marcia di Selma, cantata da migliaia di persone di colore che sollevavano cartelli con su scritto "I am a man", io sono un uomo. Passati gli anni Sessanta e la grande utopia di una pacifica trasformazione dell'uomo e del suo mondo, il brano avrebbe guidato nuove marce, dall'opposizione all'apartheid in Sudafrica alla caduta del Muro di Berlino.
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Come spesso accade nella storia del folk, è difficile risalire con certezza agli autori di quelle parole e di quella melodia. Alcuni esperti sostengono che derivi da una canzone gospel dei primi del '900, autore un reverendo di Filadelfia. Altri da un canto dei lavoratori in sciopero nelle piantagioni di tabacco del South Cartolina, nel 1946. Ma la melodia risalirebbe addirittura alla fine del '700, quando venne pubblicata sul magazine "The Gentleman's Amusement" col titolo Prayer of the Sicilian Mariners. A cristallizzarne una versione rispettosa e filologicamente accettabile era stato il grande Pete Seeger, grande folksinger ma anche grande ricercatore, alla fine degli anni Cinquanta. E forse quel brano sarebbe rimasto patrimonio della comunità degli adepti del folk se lo stesso Seeger non l'avesse insegnata a un cantante californiano, che a sua volta la consegnò a Carawan perché portasse a termine la sua involontaria missione.
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Tornata allo scoperto e di nuovo perfettamente in sintonia col suono delle strade, quelle dell'America dei Sixties, We Shall Overcome divenne poi un successo discografico con la registrazione in studio di Joan Baez, nel 1963. Non a caso il presidente Lyndon Johnson, nell'annunciare nel marzo del 1965, davanti a 70 milioni di telespettatori, la firma del "Voting Right Act", decise di rimarcare l'importanza di quel momento proprio con le parole: "And we shall overcome", alla fine vinceremo. Oggi le royalty sulle vendite del brano vengono donate a un fondo che sostiene programmi sociali e culturali a favore della comunità afroamericana nel sud degli Stati Uniti. Che al bianco Guy Carawan deve certamente molto.