Spettacoli

Ultim'ora

Sinner ancora out: “Non giocherò il torneo di Pechino”

MUSICA

Jamie XX, dal rock decadente a dj superstar: "La mia musica, scritta per far stare bene"

Ha vinto premi e venduto migliaia di copie con gli XX, poi ha scelto una musica più estroversa, finendo dietro la console. Remixando per tutti, da Rhianna ai Radiohead, fino a diventare uno dei dj più quotati. La dance? È sempre la dance: "Piace alla gente perché è un veicolo per la felicità terrena"

2 minuti di lettura
Parafrasando un famoso slogan pubblicitario si potrebbe dire: "Silenzio, parla Jamie". È così introverso e taciturno Jamie Smith (artisticamente conosciuto col nome di Jamie XX) che si stenta a capire quello che dice, perché più che parlare sembra che bisbigli, forse per il timore che in un?'epoca di grida e volgarità potrebbe essere rischioso per se stesso e l'umanità alzare troppo la voce. "Lascio che la mia musica parli per me", dice il timido artista da Londra. In Colour, il debutto solistico in pubblicazione il 2 giugno, è un compendio di soul, gospel, hip hop e trasformazioni genetiche dell'house music britannica degli ultimi decenni: "Musica costruita per far ballare e far star bene con se stessi", ci tiene a precisare.
[[ge:rep-locali:repubblica:115230131]]
Jamie XX ha conquistato la notorietà planetaria come membro della band londinese The XX. Due dischi, tra i più celebrati lavori degli ultimi anni che hanno imposto una formula musicale monocromatica e minimalista, misteriosa e decadente. Da un lato l'omonimo esordio multiplatino del 2009, vincitore del Mercury Music Prize; e dall'altro Coexist (2012), numero uno in Gran Bretagna con 60mila copie vendute nella prima settimana di pubblicazione.
[[ge:rep-locali:repubblica:115207299]]
Ma Jamie voleva smarcarsi. Già il titolo del suo cd evoca la fuga dal bianco e nero esile e essenziale del trio, verso uno spettro musicale più colorato e vivo. "Ho impiegato tre anni per realizzare questo disco nel mio studio privato in Old Street a Londra. Avevo la necessità di andare oltre la musica della mia band". Anche se i suoi due colleghi di gruppo, Romy Madley Croft e Oliver Sim, non gli hanno lasciato del tutto la facoltà di circolare a piede libero e contribuiscono con voce e musica in tre brani, SeeSaw, Stranger In A Room e Loud Places. In quella manciata di canzoni si possono intravedere in controluce le nuove strade musicali che il trio percorrerà con il terzo lavoro, di cui hanno già gettato le basi nei Marfa Recording Company Studio, in Texas, in compagnia del loro inseparabile produttore, Rodaidh McDonald: "Siamo un corpo solo e nessuno può fare niente senza l'aiuto reciproco. Anche se siamo consapevoli che a volte bisogna fare altro, separatamente, perché è un modo efficace per trovare nuove idee e stimoli, ma soprattutto per non ripetere sempre la stessa musica".

Jamie è tra i dj e produttori più quotati in circolazione. Ricorda ancora il giorno in cui l'arte del djing lo catturò. Fu uno zio americano in un bar di Manhattan a folgorarlo. "Avevo otto anni e ricordo perfettamente quel giorno a New York quando mio zio faceva il dj in un locale e mixava di tutto". A dieci anni proprio quello zio gli regalò due giradischi e alcuni "orribili" dischi house per esercitarsi e capire i fondamenti del missaggio tra un brano e l'altro. "Non mi sono mai esibito in una discoteca prima di aver compiuto 17 anni. Iniziai in un bar di Camden, a nord di Londra. Con me si esibivano anche Joy Orbison, i Mount Kimbie e James Blake".

Ha realizzato remix per Rhianna, Alicia Keys, Drake, Florence and The Machine, Radiohead, Gil Scott- Heron e Adele. "Sono contento del risultato di tutti questi lavori. In particolare We're New Here con Heron è stato fondamentale. Lui poi era un persona simpatica anche se molto schiva. Invece, per il remix di Rolling In The Deep di Adele, ho impiegato un paio di giorni per venirne a capo perché la sua voce è davvero incredibile". Più dj o più musicista? "Suono alcuni strumenti come il piano e le percussioni, ma se dovessi scegliere, sulla mia carta d'identità artistica preferirei essere definito musicista".

La dance music ha formato indelebilmente il suo suono e l'attitudine artistica. "La disco music è essenziale, semplice. Ma dietro quei beat monotoni, quel muro di suoni ed ultrasuoni che possono sembrare artificiali, si nasconde una rivoluzione radicale. Tecnicamente è ancora quel genere rispetto ad altri che è in grado di far dialogare passato e presente, consentendo anche tanta sperimentazione. È popolare e sofisticata, la disco. Più di tutto, piace alla gente perché è un veicolo per la felicità terrena".