Raf pubblica il nuovo album di inediti a quattro anni dal suo disco precedente. Il titolo è Sono io e nella title track il musicista pugliese fa una dichiarazione impegnativa, dice: "Io sono ciò che suono e canto". Insomma, un’identificazione totale con il mestiere di scrivere canzoni: "La verità è che non sono né solo un cantante né soltanto un cantautore" dice Raf, 55 anni, una carriera piena di successi iniziata nei primi anni Ottanta con un album in inglese, Self control. "Registro da solo i miei dischi, suono tanti strumenti, scrivo i pezzi, li arrangio, è insomma così ampio il lavoro che faccio che sentire definire la mia musica 'leggera' quasi mi ferisce. Per me tanto leggera la mia musica non è, metto sempre in discussione tutto ciò che faccio, ho imparato a non rispettare le regole dal mio maestro Giancarlo Bigazzi, grande autore e produttore fiorentino. Sembra facile, ma le regole devi saperle trasgredire".
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Le piace invece la definizione pop?
"Molti mi conoscono solo per le canzoni più famose dei miei album, Self control, Il battito animale, Cosa resterà di questi anni Ottanta, insomma i brani programmati dalle radio; mai però che qualcuno consideri cosa c’è dentro un album, tante canzoni proprio al limite del pop. Èqualcosa di più elaborato e meno facile che viene puntualmente trascurato. Solo chi conosce bene i miei album sa chi è Raf, cosa sono io, appunto".
Nell’album c’è anche Rose rosse che lei ha interpretato al Festival di Sanremo, un omaggio a Bigazzi?
"L’ho inserita nell’album perché me l’hanno chiesto i miei fan attraverso i social e anche per non lasciarla relegata a un episodio sanremese tra l’altro non riuscitissimo, visto che avevo la bronchite. Ora sul disco si potrà apprezzare. Cantare un classico come Rose rosse era come entrare in un campo minato ma non sono pentito, la mia versione può non piacere ma anche se non può superare l’originale forse può essere canticchiata, anche nella parte completamente rifatta da me e con una melodia diversa, cantata nel mio stile a metà tra il rap e la melodia minimale".
In questo suo nuovo album c’è molta varietà, dalla ballata melodica al pezzo dance elettronico, una varietà voluta o sta anche cercando una nuova direzione?
"No è voluta, io voglio che le canzoni si differenzino. La musica popolare è bella proprio per questa sua libertà, ciò che non vorrei mai fare è invece il disco di musica pop canonico, che segua lo stereotipo nelle sonorità e nel linguaggio. Per questo cerco di spingermi oltre, nei suoni e nelle melodie non proprio esattamente italiane. E visto che per non rischiare di perdere consensi ormai non trattano più di argomenti scomodi neanche i cantautori, io al contrario cerco e ho sempre cercato di prendere posizione su tematiche sociali, in questo disco con il tema dell’immigrazione in Pioggia e vento, in passato con pezzi come La prova, La folle corsa, Manifesto…".
In Sono io c’è anche un brano in inglese, Show Me the Way to Heaven.
"Il brano era uscito per un’etichetta dance ma l’ho voluto reinterpretare e risuonare piano e voce, e l’ho lasciato in inglese perché in italiano non avrebbe avuto lo stesso risultato, a differenza delle altre canzoni che nel mio caso partono sempre da un testo in pseudo-inglese poi tramutato in un testo in italiano".
Tutta la sua carriera si è svolta all’interno del circuito delle etichette più importanti, le major. In questi anni la discografia è molto cambiata, cosa le ha dato in più essere sempre assistito da case discografiche importanti?
"Oggi è tutto talmente complicato che non saprei dire se essere oggi in una delle poche major rimaste (la Universal, ndr) sia un grande vantaggio o meno. Le vendite dei dischi del resto sono ormai irrisorie, per essere nei primi posti in classifica nella prima settimana di uscita di un disco basta vendere duemila copie, il mercato quasi non esiste più. Il lavoro di supporto delle case discografiche lo può fare oggi anche un buon ufficio stampa, sempre i più diventano decisivi i social. E a proposito dei social, oggi sono la vera alternativa ai talent show, una strada che trovo invece un terrificante tritacarne".
Perché non le piacciono i talent show?
"Perché devi necessariamente passare attraverso le dinamiche dell’intrattenimento televisivo, non danno niente alla musica, creano solo molta insoddisfazione tra chi partecipa. Molti ragazzi per un breve periodo possono avere l’illusione di aver realizzato un sogno, che nel 95 per cento dei casi non si realizza affatto. Per i pochi per cui si realizza c’è un futuro di compromessi con gli autori che gli vengono affiancati, e poiché non hanno la forza di affermare la loro personalità, alla fine risultano tutti uguali. Io in un talent show non avrei avuto chance, e lo dico con umiltà: neanche Bob Dylan ne avrebbe avute, l’avrebbero mandato via subito. Perché nei talent il criterio è premiare il bravo interprete, il talento di chi ha una bella voce, ma questo è solo un aspetto dell’essere un bravo artista, avrebbero bocciato gente come Battisti o Battiato, grandi nomi che hanno fatto la storia della musica italiana".
E dei suoi colleghi che vanno a fare i giudici nei talent cosa pensa?
"Ognuno è libero di fare ciò che vuole, io non andrei, neanche per tutto l’oro del mondo. La figura del giudice che sale in cattedra e da voti alla musica mi infastidisce, dovrebbero inventare un format senza gara né giudici, solo alcuni saggi che danno consigli ma che possano anche essere contraddetti, perché nella musica non si può avere la verità in tasca. Ho paura che il mio format però non otterrebbe molti ascolti".
Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato tutto nel mondo della musica.
"Sì è cambiato tutto. Non esiste più il supporto fonografico, quando ho conosciuto Bigazzi e ho iniziato a fare musica si comprava il vinile e l’intrattenimento dei ragazzi era sentire i dischi, i primi video giochi iniziavano allora ma a rivederli ora sembrano ridicoli. La musica oggi sembra passata in secondo piano e non è più così centrale anche perché sembra aver già detto tutto: le novità sembrano una ripetizione di ciò che è stato tra gli anni Cinquanta e fino ai primi anni Ottanta. Gli One Direction non potranno mai avere lo stesso effetto sui teenager dei Beatles, quelli a confronto erano degli extraterrestri".
Come reagisce un cantautore come lei a questo stato delle cose? Si concentra ad esempio sui live per recuperare ciò che si perde nella vendita dei dischi?
"Non so dire se ci sia un nesso matematico tra presenze ai concerti e calo nelle vendite dei dischi. Ma c’è di sicuro più richiesta di live che nei due decenni scorsi: tutti i miei colleghi in questo periodo sono in tour, evidentemente c’è più richiesta. Si continua a fare musica in un periodo di crisi non solo economica ma culturale in senso più generale, perché non viene proposto niente di nuovo. Io continuo a farla solo per l’amore che porto verso la musica, anche se è morta nella sua vivacità. Vivo nel mio studio di registrazione, che infatti ho chiamato 'il bunker'. Al di fuori ho solo l’hobby per il calcetto e ovviamente la mia famiglia. Finché vivrò continuerò a fare musica. E sono certo che lo farò anche quando la mia musica non interesserà più a nessuno".
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Le piace invece la definizione pop?
"Molti mi conoscono solo per le canzoni più famose dei miei album, Self control, Il battito animale, Cosa resterà di questi anni Ottanta, insomma i brani programmati dalle radio; mai però che qualcuno consideri cosa c’è dentro un album, tante canzoni proprio al limite del pop. Èqualcosa di più elaborato e meno facile che viene puntualmente trascurato. Solo chi conosce bene i miei album sa chi è Raf, cosa sono io, appunto".
Nell’album c’è anche Rose rosse che lei ha interpretato al Festival di Sanremo, un omaggio a Bigazzi?
"L’ho inserita nell’album perché me l’hanno chiesto i miei fan attraverso i social e anche per non lasciarla relegata a un episodio sanremese tra l’altro non riuscitissimo, visto che avevo la bronchite. Ora sul disco si potrà apprezzare. Cantare un classico come Rose rosse era come entrare in un campo minato ma non sono pentito, la mia versione può non piacere ma anche se non può superare l’originale forse può essere canticchiata, anche nella parte completamente rifatta da me e con una melodia diversa, cantata nel mio stile a metà tra il rap e la melodia minimale".
In questo suo nuovo album c’è molta varietà, dalla ballata melodica al pezzo dance elettronico, una varietà voluta o sta anche cercando una nuova direzione?
"No è voluta, io voglio che le canzoni si differenzino. La musica popolare è bella proprio per questa sua libertà, ciò che non vorrei mai fare è invece il disco di musica pop canonico, che segua lo stereotipo nelle sonorità e nel linguaggio. Per questo cerco di spingermi oltre, nei suoni e nelle melodie non proprio esattamente italiane. E visto che per non rischiare di perdere consensi ormai non trattano più di argomenti scomodi neanche i cantautori, io al contrario cerco e ho sempre cercato di prendere posizione su tematiche sociali, in questo disco con il tema dell’immigrazione in Pioggia e vento, in passato con pezzi come La prova, La folle corsa, Manifesto…".
In Sono io c’è anche un brano in inglese, Show Me the Way to Heaven.
"Il brano era uscito per un’etichetta dance ma l’ho voluto reinterpretare e risuonare piano e voce, e l’ho lasciato in inglese perché in italiano non avrebbe avuto lo stesso risultato, a differenza delle altre canzoni che nel mio caso partono sempre da un testo in pseudo-inglese poi tramutato in un testo in italiano".
Tutta la sua carriera si è svolta all’interno del circuito delle etichette più importanti, le major. In questi anni la discografia è molto cambiata, cosa le ha dato in più essere sempre assistito da case discografiche importanti?
"Oggi è tutto talmente complicato che non saprei dire se essere oggi in una delle poche major rimaste (la Universal, ndr) sia un grande vantaggio o meno. Le vendite dei dischi del resto sono ormai irrisorie, per essere nei primi posti in classifica nella prima settimana di uscita di un disco basta vendere duemila copie, il mercato quasi non esiste più. Il lavoro di supporto delle case discografiche lo può fare oggi anche un buon ufficio stampa, sempre i più diventano decisivi i social. E a proposito dei social, oggi sono la vera alternativa ai talent show, una strada che trovo invece un terrificante tritacarne".
Perché non le piacciono i talent show?
"Perché devi necessariamente passare attraverso le dinamiche dell’intrattenimento televisivo, non danno niente alla musica, creano solo molta insoddisfazione tra chi partecipa. Molti ragazzi per un breve periodo possono avere l’illusione di aver realizzato un sogno, che nel 95 per cento dei casi non si realizza affatto. Per i pochi per cui si realizza c’è un futuro di compromessi con gli autori che gli vengono affiancati, e poiché non hanno la forza di affermare la loro personalità, alla fine risultano tutti uguali. Io in un talent show non avrei avuto chance, e lo dico con umiltà: neanche Bob Dylan ne avrebbe avute, l’avrebbero mandato via subito. Perché nei talent il criterio è premiare il bravo interprete, il talento di chi ha una bella voce, ma questo è solo un aspetto dell’essere un bravo artista, avrebbero bocciato gente come Battisti o Battiato, grandi nomi che hanno fatto la storia della musica italiana".
E dei suoi colleghi che vanno a fare i giudici nei talent cosa pensa?
"Ognuno è libero di fare ciò che vuole, io non andrei, neanche per tutto l’oro del mondo. La figura del giudice che sale in cattedra e da voti alla musica mi infastidisce, dovrebbero inventare un format senza gara né giudici, solo alcuni saggi che danno consigli ma che possano anche essere contraddetti, perché nella musica non si può avere la verità in tasca. Ho paura che il mio format però non otterrebbe molti ascolti".
Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato tutto nel mondo della musica.
"Sì è cambiato tutto. Non esiste più il supporto fonografico, quando ho conosciuto Bigazzi e ho iniziato a fare musica si comprava il vinile e l’intrattenimento dei ragazzi era sentire i dischi, i primi video giochi iniziavano allora ma a rivederli ora sembrano ridicoli. La musica oggi sembra passata in secondo piano e non è più così centrale anche perché sembra aver già detto tutto: le novità sembrano una ripetizione di ciò che è stato tra gli anni Cinquanta e fino ai primi anni Ottanta. Gli One Direction non potranno mai avere lo stesso effetto sui teenager dei Beatles, quelli a confronto erano degli extraterrestri".
Come reagisce un cantautore come lei a questo stato delle cose? Si concentra ad esempio sui live per recuperare ciò che si perde nella vendita dei dischi?
"Non so dire se ci sia un nesso matematico tra presenze ai concerti e calo nelle vendite dei dischi. Ma c’è di sicuro più richiesta di live che nei due decenni scorsi: tutti i miei colleghi in questo periodo sono in tour, evidentemente c’è più richiesta. Si continua a fare musica in un periodo di crisi non solo economica ma culturale in senso più generale, perché non viene proposto niente di nuovo. Io continuo a farla solo per l’amore che porto verso la musica, anche se è morta nella sua vivacità. Vivo nel mio studio di registrazione, che infatti ho chiamato 'il bunker'. Al di fuori ho solo l’hobby per il calcetto e ovviamente la mia famiglia. Finché vivrò continuerò a fare musica. E sono certo che lo farò anche quando la mia musica non interesserà più a nessuno".