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Years & Years, il trio del futuro è meticcio: "Vogliamo fare musica diversa da tutto"

Età media 25 anni. Origini britanniche, australiane, turche e olandesi. Uno stile indefinito, tra pop, dance, soul e una voce poderosa. Così la band più promettente d'Inghilterra, vincitrice del BBC Sound 2015, rischia di conquistare il mondo. "Vogliamo essere popolari ma durare nel tempo. Non come le schifezze di X Factor"

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Un inglese, un turco e un australiano entrano in uno studio di registrazione. Il primo canta, il secondo fa magie con il computer e il terzo suona il basso. Il risultato non è una barzelletta cliché ma la band dell’anno: Years & Years, vincitori del BBC Sound 2015 (già andato a Sam Smith, Adele, Ellie Goulding), primi in classifica in Gran Bretagna con il singolo King (che impazza anche nelle nostre radio) e pronti a scodellare il disco di esordio, Communion, in uscita il 10 luglio. I critici musicali inglesi scommettono su di loro e sul loro sound anticonformista. Una miscela di elettropop, r&b, house anni Novanta. Ritmi tutti da ballare che fanno a pugni con testi tristi e malinconici su relazioni amorose finite male. Quello che davvero li differenzia da un qualsiasi gruppo dance è la voce poderosa di Olly Alexander, ex attore, nato nello Yorkshire 24 anni fa. Cristallina, piena di soul e di emozioni. Alle spalle ci sono il basso e le tastiere di Mikey Goldsworthy, 26 anni, australiano con mamma di Manchester e padre di Boston, e i sintetizzatori di Emre Turkmen, nato in Olanda, cresciuto in Turchia e ora, come gli altri due, cittadino londinese. E pensare che avevano iniziato con chitarre e ukulele e i Fleet Foxes erano una delle loro maggiori influenze. Oggi, invece, li troviamo dalle parti di Diplo, Flying Lotus, Radiohead e Jai Paul. Ma Turkmen scommette che fra qualche anno saranno già migrati verso altre latitudini musicali. È lui che ci racconta l’irresistibile ascesa della band che in Italia si è già esibita alla finale di The Voice of Italy.
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Siete di tre nazionalità diverse. All’inizio questo è stato una barriera?
"È semplicemente successo. Ci consideriamo tutti londinesi e siamo un riflesso della città che è piena di gente proveniente da tutto il mondo. È cool. Non credo che abbia fatto differenza per la nostra musica".

Che significato ha il nome Years & Years?
"Mi spiace ma devo deluderti. Non significa niente. Ci siamo ritrovati a tre giorni dal nostro primo concerto di sempre e non avevamo un nome. Mikey e io ne cercavamo uno disperatamente, controllando su Google che non esistesse già. Poi io ho sparato Years & Years, mi piaceva la ripetizione. Olly non c’era, ma abbiamo deciso noi. Lui lo odiava! Ma adesso ha cambiato idea".

È vero che vi siete conosciuti online?
"Sì. Mikey aveva messo un annuncio per cercare un chitarrista e ha trovato me".

E poi è arrivato Olly. Grazie a un’audizione sotto la doccia.
"Mikey era a casa di Olly per un party, ma allora non si conoscevano, avevano solo un amico in comune. A festa finita Mikey era troppo ubriaco per tornare a casa e ha dormito lì. Al mattino ha sentito Olly cantare sotto la doccia e lo ha invitato a entrare nella band. E pensare che la sera prima Olly si era offerto di farne parte e lui gli aveva detto di no! Ventiquattro ore dopo abbiamo scritto la nostra prima canzone insieme".
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Vi definiscono elettropop. Siete d’accordo?
"No. Il nostro obiettivo è quello di creare qualcosa di diverso. Non abbiamo un genere. Ormai il genere è datato. La gente ascolta musica diversa, grazie a strumenti come Spotify. Negli anni Sessanta e Settanta ci si identificava con un tipo di musica ma oggi non è più così. Io ascolto rock anni Novanta, a Mikey piace il metal e a Olly l’r&b".

Rifiutate anche la definizione di pop?
"Vorremmo fare musica popolare, certo. Ma che duri nel tempo. Oggi il pop è diventato noioso e prevedibile, tutta colpa di X Factor e schifezze del genere. Il pop una volta erano Beatles, Pet Shop Boys, Madonna. Oggi sono ragazzini carini, che ballano, usciti da un talent show".

Scrivete le canzoni insieme?
"Olly scrive tutti i testi, sono molto personali, una sorta di diario. Lui lavora al pianoforte e poi manda la canzone a me oppure andiamo in studio e la produciamo insieme. Scrivo testi anche io, da quando avevo 12 anni e suonavo la chitarra. E siccome odiamo ripeterci e continueremo a cambiare, magari un giorno useremo le mie canzoni per la band".  
 
I vostri brani sono perfetti per una serata spensierata in discoteca ma hanno anche anima, cuore, emozioni. Come costruite questo equilibrio?
"Ci viene così (ridacchia, ndr). La miglior musica è quella triste, credo. La dance gioca spesso sul contrasto tra il suono gioioso e i testi malinconici. Comunque non abbiamo solo brani dance nell’album".

Vero. Il disco è molto eclettico.
"Abbiamo sperimentato il più possibile in studio. Real e Take Shelter le abbiamo finite in un pomeriggio. Ma a volte abbiamo cambiato struttura alla canzone per giorni prima di trovare la formula perfetta. È stato stressante, abbiamo inciso quando eravamo in tour. Nessun giorno libero. Prima ero un architetto ma non ho mai lavorato così tanto come adesso che sono in una pop band. Nessuno mi crederà!".

King, il vostro singolo di maggior successo, da cosa è stato ispirato?
"Descrive un feeling particolare, quando stai davvero bene con qualcuno, ma anche male perché sai che la vostra non è una relazione sana".