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"Buongiorno". Ci accoglie così, in perfetto italiano, John Helliwell, il sassofonista dei Supertramp. Non più giovanissimo, ha compiuto a febbraio 70 anni, il musicista ha il compito di presentare alla stampa il dvd/doppio cd, Live In Paris ’79, documento filmato e sonoro dello storico concerto che la band inglese tenne nel dicembre del 1979 al Pavillon di Parigi.
Non nuovo a queste “deleghe”, il fiatista ha sempre rappresentato il ruolo del vero frontman della band. Perché né Roger Hodgson né Rick Davies, il duo che pensava invece a comporre i brani, avevano il physique du rôle in tema di pubbliche relazioni, soprattutto nella dimensione live del quintetto (oltre a Hodgson, Davies e Helliwell, anche Dougie Thomson e Bob Siebenberg). "Questo ruolo di intrattenitore non me lo sono certo cercato, ma ho dovuto interpretarlo necessariamente perché né a Roger né a Rick piaceva molto parlare", ci confessa Helliwell.
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Un concerto, quello parigino, che fotografa una band al vertice della sua espressività artistica. Il 1979 resterà un anno magico per i Supertramp con la pubblicazione di un disco, Breakfast in America, che raggiungerà il top delle chart di tutto il mondo vendendo 20 milioni di dischi. Un successo rilevante, cresciuto lentamente, ma con qualche difficoltà, con i precedenti cinque album. Dopo una breve pausa la band avrebbe pubblicato …Famous Last Words (1982), prima che Roger Hodgson abbandonasse il gruppo per intraprendere la carriera solistica.
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Che particolari ricordi ha di quel concerto?
"Era la prima volta che suonavano per diverse sere di seguito. Il pubblico francese era veramente entusiasta. Noi stavamo andando alla grande in quel momento, nonostante la stanchezza per il grande tour di Breakfast in America, 120 date in 10 mesi. È stata una delle ultime volte che i Supertramp furono una band unita, nello corpo e nell’anima".
Hodgson e Davis componevano, lei invece era il frontman della band dal vivo perché intratteneva il pubblico e presentava i brani. Si sentiva a suo agio in quel ruolo?
"Questo ruolo di intrattenitore non me lo sono certo cercato, ma ho dovuto interpretarlo necessariamente perché né a Roger né a Rick piaceva molto parlare. Non sono un commediante di professione e quando parlo al pubblico è come se lo facessi a un amico. Spesso imparavo delle espressioni nella lingua dello Stato in cui suonavamo e mi piaceva poi recitarle, senza mai badare agli errori. Era esilarante e divertente per tutti".
Cosa ha reso i Supertramp così particolari?
"Negli anni Settanta io definivo la nostra musica 'sophisto-rock' o meglio una musica sofisticata con un certo gusto per le orchestrazioni. Una variante più pop rispetto a band che in quegli anni avevano un’attitudine simile. Penso ai Pink Floyd, ai Genesis e per certi versi anche agli Yes che erano forse un po’ più complicati. Noi facevamo musica meno difficile rispetto a loro".
Molti artisti hanno campionato o interpretato le vostre canzoni (dai Gym Class Heros a James Blunt). Che ne pensa?
"Mi piace che lo abbiano fatto, non sempre sono convinto del risultato".
E che ci dice della versione di Dreamer che Renato Zero nel 1977 trasformò in Sgualdrina?
"Mi piacque molto e confesso anche di tenerla nella playlist sul mio lettore mp3".
Il 3 novembre prossimo ritornerete, dopo quattro anni, con un nuovo tour. Aspettative?
"Sono sei settimane in tutto. A Milano ci esibiremo il 9 novembre. Suoneremo con la stessa formazione alla quale si aggiungerà Mark Hart (Crowded House, ndr) che aveva già suonato con noi precedentemente. Spero che sia davvero un gran bel tour, anche perché potrebbe essere davvero l’ultimo".
In che rapporti è con Roger Hodgson? Vi sentite ancora?
"Sì, l’ultima volta che ci siamo incontrati è stato 15 mesi fa in un concerto per pochi intimi a Ginevra. Ha ancora una grande voce".
Oltre 30 anni sono passati, ci può dire perché realmente Hodgson lasciò i Supertramp?
"Ah! Ah! (ride, ndr). La mia interpretazione dei fatti è che lui non aveva più brani da proporre. Facevamo in media un disco ogni due anni, forse per stanchezza o mancanza di stimoli non riusciva più a scrivere con quella pressione e intensità. Per questa ragione decise di intraprendere una carriera solistica più tranquilla".
Uno dei vostri dischi più importanti è Crisis? What Crisis? (1975). Titolo quanto mai attuale?
"Sì, è davvero un titolo che riassume i tempi grigi che stiamo vivendo oggi. Se guardiamo a quello che sta succedendo tra Est e Ovest nel mondo, agli scontri tra culture, ai crimini dei terroristi, ma anche alle disuguaglianze tra chi ha tanto e chi niente. Intitolammo quel disco così perché lo registrammo a Los Angeles, notoriamente il paese della cuccagna e della felicità, e lo missammo a Londra, che in quel momento era l'epicentro di una crisi senza precedenti. Non lo sapevamo. E quando ce lo raccontarono rispondemmo: 'Crisi? Ma di cosa state parlando?'. La realtà spesso sfugge a una lettura univoca".
Se mai dovesse scegliere, a cosa non rinuncerebbe mai?
"Beh, è semplice: toglietemi tutto, tranne che la mia 'colazione in America'".
"Buongiorno". Ci accoglie così, in perfetto italiano, John Helliwell, il sassofonista dei Supertramp. Non più giovanissimo, ha compiuto a febbraio 70 anni, il musicista ha il compito di presentare alla stampa il dvd/doppio cd, Live In Paris ’79, documento filmato e sonoro dello storico concerto che la band inglese tenne nel dicembre del 1979 al Pavillon di Parigi.
Non nuovo a queste “deleghe”, il fiatista ha sempre rappresentato il ruolo del vero frontman della band. Perché né Roger Hodgson né Rick Davies, il duo che pensava invece a comporre i brani, avevano il physique du rôle in tema di pubbliche relazioni, soprattutto nella dimensione live del quintetto (oltre a Hodgson, Davies e Helliwell, anche Dougie Thomson e Bob Siebenberg). "Questo ruolo di intrattenitore non me lo sono certo cercato, ma ho dovuto interpretarlo necessariamente perché né a Roger né a Rick piaceva molto parlare", ci confessa Helliwell.
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Un concerto, quello parigino, che fotografa una band al vertice della sua espressività artistica. Il 1979 resterà un anno magico per i Supertramp con la pubblicazione di un disco, Breakfast in America, che raggiungerà il top delle chart di tutto il mondo vendendo 20 milioni di dischi. Un successo rilevante, cresciuto lentamente, ma con qualche difficoltà, con i precedenti cinque album. Dopo una breve pausa la band avrebbe pubblicato …Famous Last Words (1982), prima che Roger Hodgson abbandonasse il gruppo per intraprendere la carriera solistica.
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Che particolari ricordi ha di quel concerto?
"Era la prima volta che suonavano per diverse sere di seguito. Il pubblico francese era veramente entusiasta. Noi stavamo andando alla grande in quel momento, nonostante la stanchezza per il grande tour di Breakfast in America, 120 date in 10 mesi. È stata una delle ultime volte che i Supertramp furono una band unita, nello corpo e nell’anima".
Hodgson e Davis componevano, lei invece era il frontman della band dal vivo perché intratteneva il pubblico e presentava i brani. Si sentiva a suo agio in quel ruolo?
"Questo ruolo di intrattenitore non me lo sono certo cercato, ma ho dovuto interpretarlo necessariamente perché né a Roger né a Rick piaceva molto parlare. Non sono un commediante di professione e quando parlo al pubblico è come se lo facessi a un amico. Spesso imparavo delle espressioni nella lingua dello Stato in cui suonavamo e mi piaceva poi recitarle, senza mai badare agli errori. Era esilarante e divertente per tutti".
Cosa ha reso i Supertramp così particolari?
"Negli anni Settanta io definivo la nostra musica 'sophisto-rock' o meglio una musica sofisticata con un certo gusto per le orchestrazioni. Una variante più pop rispetto a band che in quegli anni avevano un’attitudine simile. Penso ai Pink Floyd, ai Genesis e per certi versi anche agli Yes che erano forse un po’ più complicati. Noi facevamo musica meno difficile rispetto a loro".
Molti artisti hanno campionato o interpretato le vostre canzoni (dai Gym Class Heros a James Blunt). Che ne pensa?
"Mi piace che lo abbiano fatto, non sempre sono convinto del risultato".
E che ci dice della versione di Dreamer che Renato Zero nel 1977 trasformò in Sgualdrina?
"Mi piacque molto e confesso anche di tenerla nella playlist sul mio lettore mp3".
Il 3 novembre prossimo ritornerete, dopo quattro anni, con un nuovo tour. Aspettative?
"Sono sei settimane in tutto. A Milano ci esibiremo il 9 novembre. Suoneremo con la stessa formazione alla quale si aggiungerà Mark Hart (Crowded House, ndr) che aveva già suonato con noi precedentemente. Spero che sia davvero un gran bel tour, anche perché potrebbe essere davvero l’ultimo".
In che rapporti è con Roger Hodgson? Vi sentite ancora?
"Sì, l’ultima volta che ci siamo incontrati è stato 15 mesi fa in un concerto per pochi intimi a Ginevra. Ha ancora una grande voce".
Oltre 30 anni sono passati, ci può dire perché realmente Hodgson lasciò i Supertramp?
"Ah! Ah! (ride, ndr). La mia interpretazione dei fatti è che lui non aveva più brani da proporre. Facevamo in media un disco ogni due anni, forse per stanchezza o mancanza di stimoli non riusciva più a scrivere con quella pressione e intensità. Per questa ragione decise di intraprendere una carriera solistica più tranquilla".
Uno dei vostri dischi più importanti è Crisis? What Crisis? (1975). Titolo quanto mai attuale?
"Sì, è davvero un titolo che riassume i tempi grigi che stiamo vivendo oggi. Se guardiamo a quello che sta succedendo tra Est e Ovest nel mondo, agli scontri tra culture, ai crimini dei terroristi, ma anche alle disuguaglianze tra chi ha tanto e chi niente. Intitolammo quel disco così perché lo registrammo a Los Angeles, notoriamente il paese della cuccagna e della felicità, e lo missammo a Londra, che in quel momento era l'epicentro di una crisi senza precedenti. Non lo sapevamo. E quando ce lo raccontarono rispondemmo: 'Crisi? Ma di cosa state parlando?'. La realtà spesso sfugge a una lettura univoca".
Se mai dovesse scegliere, a cosa non rinuncerebbe mai?
"Beh, è semplice: toglietemi tutto, tranne che la mia 'colazione in America'".