La notte dei droni del rock. A Roma in 35mila per i Muse
Carmine Saviano, CARMINE SAVIANOIl trio inglese al Postepay Rock In Roma. I fan all'Ippodromo delle Capannelle sin dalle prime ore del pomeriggio. In scaletta i brani del nuovo album, Drones, e tanti classici recenti della band
ROMA - Lo spettacolo è nelle prime file. Ragazze con tutti gli orpelli neo-gotici immaginabili che alzano cartelli per la "libertà dei cittadini". Genitori e figli che agitando la testa mimano riff di chitarra, giri di basso, stacchi di batteria. Ragazzi che urlano al cielo parola per parola, come se si trattasse del mantra da recitare per raggiungere la liberazione da ogni forma di controllo. Dall'altro lato, sul palco, i Muse sfruttano in modo perfetto la macchina rock che hanno costruito in vent'anni di carriera. Gli basta inserire il pilota automatico per trasformare l'Ippodromo delle Capannelle di Roma nella pista d'atterraggio del loro nuovo racconto in note: Drones, loro settimo album che a un mese e mezzo dalla pubblicazione si candida già ad essere il disco rock più venduto del 2015.
Vent'anni di carriera in cui i tre ragazzi del West Country hanno venduto venti milioni di dischi, messo a segno una decina di singoli d…
Vent'anni di carriera in cui i tre ragazzi del West Country hanno venduto venti milioni di dischi, messo a segno una decina di singoli d…
ROMA - Lo spettacolo è nelle prime file. Ragazze con tutti gli orpelli neo-gotici immaginabili che alzano cartelli per la "libertà dei cittadini". Genitori e figli che agitando la testa mimano riff di chitarra, giri di basso, stacchi di batteria. Ragazzi che urlano al cielo parola per parola, come se si trattasse del mantra da recitare per raggiungere la liberazione da ogni forma di controllo. Dall'altro lato, sul palco, i Muse sfruttano in modo perfetto la macchina rock che hanno costruito in vent'anni di carriera. Gli basta inserire il pilota automatico per trasformare l'Ippodromo delle Capannelle di Roma nella pista d'atterraggio del loro nuovo racconto in note: Drones, loro settimo album che a un mese e mezzo dalla pubblicazione si candida già ad essere il disco rock più venduto del 2015.
Vent'anni di carriera in cui i tre ragazzi del West Country hanno venduto venti milioni di dischi, messo a segno una decina di singoli da stadio, costruito una base di fan tra le più fedeli esistenti. E riportato - non senza qualche sconfinamento nel kitsch - il rock alle masse: operazione da applausi, soprattutto nel tempo del dominio di popstar di ogni genere e di rapper di ogni specie. Per questo, ogni loro concerto diventa rito, festa da celebrare. A Roma lo fanno in trentacinquemila, in attesa dalle tre del pomeriggio, in una delle giornate più calde dell'anno. Molti dall'estero, tantissimi adolescenti. E tutti iniziano a saltare sin dalla prima nota, Psycho, quando il palco assume le sembianze dell'astronave pilotata dai rigorosamente in nero Matt Bellamy, Chris Wolsthenholme e Dominic Howard.
Un'astronave non paragonabile a quella degli anni scorsi. Sul palco solo qualche video, giochi di luce quasi accennati. E si tratta di una scelta stilistica precisa, coerente con la volontà del gruppo di "tornare alle proprie origini musicali": solo chitarra, voce, basso, batteria e qualche linea di pianoforte. Diretti, efficaci. Sia nelle canzoni del nuovo disco - in scaletta oltre a Psycho anche Dead Inside, Reapers, The Handler - che nei classici dei dischi precedenti. Le hit ci sono tutte: Supermassive Black Hole, Plug in Baby, Hysteria, Supremacy. Pezzi che all'Ippodromo delle Capannelle, nel concerto organizzato nell'ambito del Postepay Rock in Roma, fanno saltare tutti, nessuno escluso.
Scaletta equilibrata, con una divisione politicamente corretta tra momenti più distesi - Starlight e Mercy - e quei pezzi dove i Muse rileggono in maniera quasi agonistica, palestrata, i canoni dell'hard rock. Come in Time Is Running Out, dove la sezione ritmica apre la strada ai lampi barocchi della voce e della chitarra di Matt Bellamy. Fino al finale, con la classica esplosione di coriandoli e l'altrettanto classico lancio di palloni sul pubblico. Che poco prima della mezzanotte lascia l'Ippodromo in modo ordinato. Trentacinquemila persone, soddisfatte per il rito a cui hanno partecipato, che s'incamminano nella notte di Roma.
Vent'anni di carriera in cui i tre ragazzi del West Country hanno venduto venti milioni di dischi, messo a segno una decina di singoli da stadio, costruito una base di fan tra le più fedeli esistenti. E riportato - non senza qualche sconfinamento nel kitsch - il rock alle masse: operazione da applausi, soprattutto nel tempo del dominio di popstar di ogni genere e di rapper di ogni specie. Per questo, ogni loro concerto diventa rito, festa da celebrare. A Roma lo fanno in trentacinquemila, in attesa dalle tre del pomeriggio, in una delle giornate più calde dell'anno. Molti dall'estero, tantissimi adolescenti. E tutti iniziano a saltare sin dalla prima nota, Psycho, quando il palco assume le sembianze dell'astronave pilotata dai rigorosamente in nero Matt Bellamy, Chris Wolsthenholme e Dominic Howard.
Un'astronave non paragonabile a quella degli anni scorsi. Sul palco solo qualche video, giochi di luce quasi accennati. E si tratta di una scelta stilistica precisa, coerente con la volontà del gruppo di "tornare alle proprie origini musicali": solo chitarra, voce, basso, batteria e qualche linea di pianoforte. Diretti, efficaci. Sia nelle canzoni del nuovo disco - in scaletta oltre a Psycho anche Dead Inside, Reapers, The Handler - che nei classici dei dischi precedenti. Le hit ci sono tutte: Supermassive Black Hole, Plug in Baby, Hysteria, Supremacy. Pezzi che all'Ippodromo delle Capannelle, nel concerto organizzato nell'ambito del Postepay Rock in Roma, fanno saltare tutti, nessuno escluso.
Scaletta equilibrata, con una divisione politicamente corretta tra momenti più distesi - Starlight e Mercy - e quei pezzi dove i Muse rileggono in maniera quasi agonistica, palestrata, i canoni dell'hard rock. Come in Time Is Running Out, dove la sezione ritmica apre la strada ai lampi barocchi della voce e della chitarra di Matt Bellamy. Fino al finale, con la classica esplosione di coriandoli e l'altrettanto classico lancio di palloni sul pubblico. Che poco prima della mezzanotte lascia l'Ippodromo in modo ordinato. Trentacinquemila persone, soddisfatte per il rito a cui hanno partecipato, che s'incamminano nella notte di Roma.