Sul palco è sempre lui, metà del tempo l’ha passata cantando di profilo, ciocca di capelli rossi in favore di pubblico e schiena piegata per spingere la voce. Il resto del tempo si è scatenato, si è bagnato un paio di volte la bocca con dell’acqua che ha puntualmente sputato via e ha anche accennato un coro, “Forza Bologna”, quando è arrivata la notizia della promozione della squadra di calcio in serie A.
Julian Casablancas è ormai padrone del palco. Anche quando non si esibisce con la band che l’ha reso famoso, gli Strokes ma, come è stato a Bologna per l’unica data italiana, con i Voidz, gruppo che ha fondato nel 2013, domina la situazione e la sua sicurezza non è ostentata. Quando scende dal palco, però, qualcosa di diverso c’è. Droga, alcol e feste sono i vizi che appartengono al passato. “Don’t think that everything is gonna stay the same, that’s impossible”. "Non pensare che tutto rimanga così, è impossibile", cantava con gli Strokes nel 2005. E infatti, con i Voidz, il cantante dice di aver voluto fare “un passo in avanti, musicalmente parlando” senza però con questo rinnegare il passato: “Non mi pento di niente, è stato tutto bellissimo”. In realtà c’è una cosa di cui si rimprovera: “Avrei voluto essere più sobrio e godermi di più i momenti”.
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Nel fare questo bilancio però appare rilassato, riflette molto prima di rispondere. Inaspettatamente timido, spesso evita di incrociare gli sguardi. Solo la domanda sulla scomparsa del padre sembra metterlo a disagio, sospira, solleva le sopracciglia, ma poi risponde. Quella perdita ha ispirato il brano Human Sadness; le altre canzoni raccolte in Tyranny, l’album di debutto dei Voidz, si sbilanciano invece un giudizio politico sull’attuale stato delle cose. A dimostrazione di ciò c'è un’intera sezione del sito della band dedicata alla raccolta di messaggi, documentari o interviste a personaggi come l'attivista Martin Luther King, il filosofo Noam Chomsky e allo storico Howard Zinn. “Le loro parole ci illuminano”, commenta Casablancas che per la serata ha scelto di indossare una t-shirt con il volto del simbolo dell'hip-hop, Tupac Shakur.
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Perché pubblicare la sezione Politics sul sito della tua band?
"Probabilmente, il motivo principale è semplificare determinati concetti. Pubblicando estratti di interviste, libri o documentari, spero che le persone possano assimilare e comprendere quelle informazioni in maniera facile e digeribile. Sì, fondamentalmente l’ho fatto con due obiettivi, semplificare ciò che è complicato e dare una possibilità in più di imparare, approfondire".
È il tuo modo di contribuire alla diffusione di quei messaggi?
"È il mio modo di diffondere la verità: il 99% delle informazioni trasmesse dai mass media tendono a farti il lavaggio del cervello, non raccontano i fatti ma si fermano alla superficie. Quegli estratti, quei messaggi che abbiamo deciso di pubblicare sul sito, oltre a essere verità, hanno la caratteristica comune di essere chiari, non lasciano spazio a fraintendimenti e offrono spunti per riflessioni: ci sono grandi parallelismi tra quello che è accaduto per anni, nel corso della storia, e quello che accade oggi".
Come personaggi come Noam Chomsky, Martin Luther King ispirano la tua vita?
"Di certo ci illuminano, specialmente Martin Luther King: credo sia uno dei più grandi filosofi. L’aspetto per me più interessante del suo pensiero è quello secondo cui l’unico modo per sconfiggere le condotte immorali è adottare comportamenti moralmente giusti. È l’esempio della non violenza: se è in corso una rivoluzione violenta non si può continuare per sempre usando violenza. Bisogna superare le situazioni nel modo giusto, se le gente uccide non vuol dire che tu puoi fare lo stesso".
Parlando di Tyranny, il tuo album di debutto con i the Voidz, hai detto di voler creare qualcosa ricco di significato? È a questo che ti riferivi? Pensi di esserci riuscito?
"Non esattamente, credo che la musica sia tutt’altra cosa rispetto alla politica. Sì, la musica è evasione dalla realtà o un vago tentativo di comprendere la realtà attraverso semplici emozioni…ecco, ora forse sono io che sto rendendo complicate le cose semplici. Quello che voglio dire è che la politica, invece, va o dovrebbe andare diretta alla risoluzione dei problemi. Probabilmente la musica migliore è quella che ispira chi la ascolta a tenere un buon comportamento, o per lo meno ci prova. Però no, non era esattamente questo il punto. Quello a cui mi riferivo aveva a che fare più con la musica in senso stretto, con i testi delle canzoni. Ho cercato di fare un passo avanti musicalmente parlando".
Un passo avanti rispetto agli Strokes?
"A essere onesto, subito dopo i primi due album con gli Strokes mi sono sentito sotto pressione e mi sono detto: 'Ok, tutto questo è bellissimo, ma voglio fare qualcosa di ugualmente orecchiabile e coinvolgente, però musicalmente più avanzato'. Con questo non sto assolutamente dicendo che ho rimpianti, ho amato tutto di quello che ho fatto con gli Strokes e non cambierei niente".
Un rimpianto però hai detto di averlo: in alcune circostanze avresti voluto essere più sobrio.
"Ah, sì, quello sì – e la risata segue naturale – Credo che mi sarei potuto godere le cose un po’ di più, ora una parte del mio passato è confusa, annebbiata. La realtà è che ero inesperto e fingevo di essere sicuro di me. Sì, probabilmente quello è il mio più grande rimpianto".
Poi cos’è cambiato?
"La musica solitamente mitizza questo: feste, alcol, ma a un certo punto cresci e impari la lezione. E a quel punto mi sono detto: 'Ok, sono un musicista serio, non posso assumere acidi e bere whisky ogni sera'. Solitamente di un artista si tende a evidenziare questo aspetto, ma la parte fondamentale è quella del suo lavoro. E bisogna lavorare sodo, per festeggiare c’è tempo dopo. Sì, c’è stato un periodo in cui ho decisamente esagerato".
La tua maturazione si nota anche ascoltando i testi delle canzoni di Tyranny: diverse dalle canzoni a cui ci avevi abituato con gli Strokes. Questa scelta è stata dettata del desiderio di raggiungere un pubblico diverso?
"Un pubblico diverso…forse indirettamente, nel senso che non era quello a cui pensavo dall’inizio. Ma sì, ci sono dei momenti in cui senti che i tuoi fan sono ben predisposti per fare festa e tu lo sei meno. Sono legatissimo agli album con gli Strokes e non sto assolutamente togliendo importanza a quelle canzoni. Diciamo che in Tyranny ho voluto combinare aspetti divertenti con contenuti più seri. Forse una scelta legata alla popolarità".
In che senso?
"Riflettevo sul rapporto tra la popolarità di un cantante, di una band e l’importanza di trasmettere buoni messaggi, un obiettivo non facile raggiungere. Io ho sentito che ero sulla strada giusta, forse semplicemente perché stavo crescendo o perché il mio atteggiamento era migliore. Ho voluto continuare per quella strada, sono a buon punto ma posso ancora andare avanti. Mi sento un po’ vanitoso dicendo così – ammette tra il divertito e l’imbarazzato – In ogni caso sono soddisfatto, questo voglio che sia chiaro".
Hai detto che Human Sadness trae ispirazione, almeno in parte, dalla scomparsa di tuo padre, morto per un cancro nel 2013. Nel 2013 tuo figlio Cal aveva 3 anni: come hai gestito questi due grandi cambiamenti della tua vita, la morte di tuo padre e l’inizio della tua paternità?
"Quando inizio a scrivere, mi siedo senza pensare troppo, cerco di svuotare la mente. Comincio a riflettere sulle suggestioni di una canzone solo quando finisco di scriverla. In quel caso è stato come trovarmi davanti a uno specchio, è stato strano e bizzarro. È stato come rivivere un film da una prospettiva diversa, una volta sei figlio, una volta padre…sì, è stato strano e intenso al tempo stesso, comunque è qualcosa che manda in confusione la mente".
È vero che non hai un cellulare?
"Sì, è vero".
E che strumenti usi per restare in contatto con le persone?
"Mi piace Internet, il fatto che le informazioni sembrano piovere dal cielo. Non sopporto invece l’idea che le persone possano chiamarmi spesso infastidendomi".
Julian Casablancas è ormai padrone del palco. Anche quando non si esibisce con la band che l’ha reso famoso, gli Strokes ma, come è stato a Bologna per l’unica data italiana, con i Voidz, gruppo che ha fondato nel 2013, domina la situazione e la sua sicurezza non è ostentata. Quando scende dal palco, però, qualcosa di diverso c’è. Droga, alcol e feste sono i vizi che appartengono al passato. “Don’t think that everything is gonna stay the same, that’s impossible”. "Non pensare che tutto rimanga così, è impossibile", cantava con gli Strokes nel 2005. E infatti, con i Voidz, il cantante dice di aver voluto fare “un passo in avanti, musicalmente parlando” senza però con questo rinnegare il passato: “Non mi pento di niente, è stato tutto bellissimo”. In realtà c’è una cosa di cui si rimprovera: “Avrei voluto essere più sobrio e godermi di più i momenti”.
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Nel fare questo bilancio però appare rilassato, riflette molto prima di rispondere. Inaspettatamente timido, spesso evita di incrociare gli sguardi. Solo la domanda sulla scomparsa del padre sembra metterlo a disagio, sospira, solleva le sopracciglia, ma poi risponde. Quella perdita ha ispirato il brano Human Sadness; le altre canzoni raccolte in Tyranny, l’album di debutto dei Voidz, si sbilanciano invece un giudizio politico sull’attuale stato delle cose. A dimostrazione di ciò c'è un’intera sezione del sito della band dedicata alla raccolta di messaggi, documentari o interviste a personaggi come l'attivista Martin Luther King, il filosofo Noam Chomsky e allo storico Howard Zinn. “Le loro parole ci illuminano”, commenta Casablancas che per la serata ha scelto di indossare una t-shirt con il volto del simbolo dell'hip-hop, Tupac Shakur.
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Perché pubblicare la sezione Politics sul sito della tua band?
"Probabilmente, il motivo principale è semplificare determinati concetti. Pubblicando estratti di interviste, libri o documentari, spero che le persone possano assimilare e comprendere quelle informazioni in maniera facile e digeribile. Sì, fondamentalmente l’ho fatto con due obiettivi, semplificare ciò che è complicato e dare una possibilità in più di imparare, approfondire".
È il tuo modo di contribuire alla diffusione di quei messaggi?
"È il mio modo di diffondere la verità: il 99% delle informazioni trasmesse dai mass media tendono a farti il lavaggio del cervello, non raccontano i fatti ma si fermano alla superficie. Quegli estratti, quei messaggi che abbiamo deciso di pubblicare sul sito, oltre a essere verità, hanno la caratteristica comune di essere chiari, non lasciano spazio a fraintendimenti e offrono spunti per riflessioni: ci sono grandi parallelismi tra quello che è accaduto per anni, nel corso della storia, e quello che accade oggi".
Come personaggi come Noam Chomsky, Martin Luther King ispirano la tua vita?
"Di certo ci illuminano, specialmente Martin Luther King: credo sia uno dei più grandi filosofi. L’aspetto per me più interessante del suo pensiero è quello secondo cui l’unico modo per sconfiggere le condotte immorali è adottare comportamenti moralmente giusti. È l’esempio della non violenza: se è in corso una rivoluzione violenta non si può continuare per sempre usando violenza. Bisogna superare le situazioni nel modo giusto, se le gente uccide non vuol dire che tu puoi fare lo stesso".
Parlando di Tyranny, il tuo album di debutto con i the Voidz, hai detto di voler creare qualcosa ricco di significato? È a questo che ti riferivi? Pensi di esserci riuscito?
"Non esattamente, credo che la musica sia tutt’altra cosa rispetto alla politica. Sì, la musica è evasione dalla realtà o un vago tentativo di comprendere la realtà attraverso semplici emozioni…ecco, ora forse sono io che sto rendendo complicate le cose semplici. Quello che voglio dire è che la politica, invece, va o dovrebbe andare diretta alla risoluzione dei problemi. Probabilmente la musica migliore è quella che ispira chi la ascolta a tenere un buon comportamento, o per lo meno ci prova. Però no, non era esattamente questo il punto. Quello a cui mi riferivo aveva a che fare più con la musica in senso stretto, con i testi delle canzoni. Ho cercato di fare un passo avanti musicalmente parlando".
Un passo avanti rispetto agli Strokes?
"A essere onesto, subito dopo i primi due album con gli Strokes mi sono sentito sotto pressione e mi sono detto: 'Ok, tutto questo è bellissimo, ma voglio fare qualcosa di ugualmente orecchiabile e coinvolgente, però musicalmente più avanzato'. Con questo non sto assolutamente dicendo che ho rimpianti, ho amato tutto di quello che ho fatto con gli Strokes e non cambierei niente".
Un rimpianto però hai detto di averlo: in alcune circostanze avresti voluto essere più sobrio.
"Ah, sì, quello sì – e la risata segue naturale – Credo che mi sarei potuto godere le cose un po’ di più, ora una parte del mio passato è confusa, annebbiata. La realtà è che ero inesperto e fingevo di essere sicuro di me. Sì, probabilmente quello è il mio più grande rimpianto".
Poi cos’è cambiato?
"La musica solitamente mitizza questo: feste, alcol, ma a un certo punto cresci e impari la lezione. E a quel punto mi sono detto: 'Ok, sono un musicista serio, non posso assumere acidi e bere whisky ogni sera'. Solitamente di un artista si tende a evidenziare questo aspetto, ma la parte fondamentale è quella del suo lavoro. E bisogna lavorare sodo, per festeggiare c’è tempo dopo. Sì, c’è stato un periodo in cui ho decisamente esagerato".
La tua maturazione si nota anche ascoltando i testi delle canzoni di Tyranny: diverse dalle canzoni a cui ci avevi abituato con gli Strokes. Questa scelta è stata dettata del desiderio di raggiungere un pubblico diverso?
"Un pubblico diverso…forse indirettamente, nel senso che non era quello a cui pensavo dall’inizio. Ma sì, ci sono dei momenti in cui senti che i tuoi fan sono ben predisposti per fare festa e tu lo sei meno. Sono legatissimo agli album con gli Strokes e non sto assolutamente togliendo importanza a quelle canzoni. Diciamo che in Tyranny ho voluto combinare aspetti divertenti con contenuti più seri. Forse una scelta legata alla popolarità".
In che senso?
"Riflettevo sul rapporto tra la popolarità di un cantante, di una band e l’importanza di trasmettere buoni messaggi, un obiettivo non facile raggiungere. Io ho sentito che ero sulla strada giusta, forse semplicemente perché stavo crescendo o perché il mio atteggiamento era migliore. Ho voluto continuare per quella strada, sono a buon punto ma posso ancora andare avanti. Mi sento un po’ vanitoso dicendo così – ammette tra il divertito e l’imbarazzato – In ogni caso sono soddisfatto, questo voglio che sia chiaro".
Hai detto che Human Sadness trae ispirazione, almeno in parte, dalla scomparsa di tuo padre, morto per un cancro nel 2013. Nel 2013 tuo figlio Cal aveva 3 anni: come hai gestito questi due grandi cambiamenti della tua vita, la morte di tuo padre e l’inizio della tua paternità?
"Quando inizio a scrivere, mi siedo senza pensare troppo, cerco di svuotare la mente. Comincio a riflettere sulle suggestioni di una canzone solo quando finisco di scriverla. In quel caso è stato come trovarmi davanti a uno specchio, è stato strano e bizzarro. È stato come rivivere un film da una prospettiva diversa, una volta sei figlio, una volta padre…sì, è stato strano e intenso al tempo stesso, comunque è qualcosa che manda in confusione la mente".
È vero che non hai un cellulare?
"Sì, è vero".
E che strumenti usi per restare in contatto con le persone?
"Mi piace Internet, il fatto che le informazioni sembrano piovere dal cielo. Non sopporto invece l’idea che le persone possano chiamarmi spesso infastidendomi".