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Neneh Cherry, ancora solista dopo 18 anni: "Non si può essere adolescente per sempre"

Da sempre esploratrice dei suoni nuovi, dall'hip hop al trip hop, Neneh Karlsson, nata a Stoccolma da madre danese e da padre della Sierra Leone (con un patrigno d'eccellenza: Don Cherry), torna con "Blank Project", un album prodotto da Four Tet che è un tuffo nell'elettonica contemporanea. E un modo per ridadire il potere delle donne: "È tempo di militanza"

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“Ehi, guarda che belle quelle foto dei Clash!”. Indicando i poster appesi tra i portici del Vicolo Bolognetti a Bologna, città che il 10 luglio ha visto salire sul palco per la prima delle due tappe italiane Neneh Cherry (la seconda a Roma, è stata al circolo Andrea Doria l'11 luglio), la cantante si guarda attorno e sorride a Joe Strummer e compagni. È appena arrivata, il suo volo ha fatto un po’ di ritardo: “Scusa se ti ho fatto aspettare”, dice. In realtà l’attesa è stata breve ma Neneh Cherry non vuole far passare altro tempo: lasciato il trolley nel backstage si concede subito alle domande. È in Italia per presentare il nuovo album, Blank Project, che segna il suo ritorno da solista dopo ben diciotto anni. Un album registrato tutto d’un fiato, cinque giorni per dieci canzoni, prodotto da Four Tet, lo pseudonimo con cui è conosciuto Kieran Hebden, musicista britannico, e realizzato con la collaborazione del duo elettronico londinese dei RocketNumberNine.
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Tralasciate le collane con ciondoli a forma di dollaro, l’energia, la bellezza e la voce sono ancora quelli di Buffalo Stance, sua hit del 1988. Dopo l’hip hop, il trip hop, il soul e il jazz, Neneh Cherry esplora, con le sue doti, il terreno della musica elettronica: “Abbiamo ricercato un suono contemporaneo, senza però la pretesa di essere 'trendy'”. Sì, perché non si può "fingere di avere vent’anni per sempre" e anche se, oggi, per l’industria discografica l’apparenza è un aspetto fondamentale, lei ha sempre combattuto “questi stereotipi”. Neneh Cherry, che di anni ne ha 51, racconta la sua infanzia tra Svezia, New York e ovunque suo padre adottivo, il trombettista jazz Don Cherry, la portasse. Ricorda la difficoltà, da bambina, nel non sentirsi “parte di nessun luogo”, difficoltà superata solo una volta diventata adulta, “quando ho cominciato ad apprezzare me stessa”. E alle donne dice: “Conquistate sempre più spazi”. Il suo consiglio? Guardare una serie tv, Top of the Lake, per il modo in cui vengono rappresentati i personaggi femminili, “sempre così profondi e complessi. È fantastica ed è su Netflix!”.
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Quando e perché hai deciso che, dopo diciotto anni, era il momento di tornare con un album da solista?
"So che potrebbe suonare un po’ noioso, ma quando è stato il momento ho semplicemente sentito dentro di me che era il momento. Negli anni in cui non ho registrato album da solista passavo comunque la maggior parte del tempo a fare musica. Non ero interessata a stare in prima linea, volevo vivere le diverse prospettive di un palco. Poi, un paio di anni prima che Blank Projet fosse pubblicato, ho sentito di essere pronta, avevo qualcosa da dire. In quel periodo sono accadute diverse cose nella mia vita, Blank Project ne è stata la conseguenza naturale".

Come la morte di tua madre, la cui perdita ha ispirato la traccia Across the Water…
"Sì, è successo sei anni fa. È stato un grandissimo shock che mi ha portato a vivere come se fossi chiusa in una stanza stretta e buia. Questa sensazione è durata per circa un anno, poi, con il passare del tempo, ho capito che l’unica cosa che mi avrebbe aiutato a stare meglio era dare libero sfogo alla mia creatività. Sentivo di avere un leone dentro di me che spingeva per ruggire, così ho iniziato a scrivere musica. Quindi è arrivato The Cherry Thing, album realizzato con i The Thing, trio jazz scandinavo, senza il quale non sarei mai approdata a Blank Project. Mi è servito per iniziare a liberare la mente".

È stato un processo  difficile?
"Sai, per le persone che lavorano nel mondo della musica è una cosa insolita… in così tanti anni, ho prodotto solo tre album da solista. Sì, ci impiego parecchio tempo, ma devo sentirmi completamente coinvolta, devo avere qualcosa di importante da dire. Non mi interessa fingere di provare emozioni".

Siamo abituati a vedere artisti famosi che, raggiunta una certa età, intraprendono collaborazioni con i musicisti del momento, con risultati a volte discutibili. Tu hai fatto esattamente il contrario. Pensi che il loro sia solo timore del tempo che passa?
"A volte, quando penso di avere 51 anni, non mi sembra vero. Certo, invecchiare non mi piace ma anche in questo aspetto ci sono elementi diversi che si combinano. La parte interessante è la sfida, il fatto che non si finisce mai e, come artista, devi continuamente evolverti. Il successo però può creare dipendenza. Quando, in poco tempo, mi sono trovata ad avere un successo che non avrei mai immaginato, ho anche iniziato a capire che c’erano molte limitazioni: prima di tutto l’aspettativa che continuassi a produrre ininterrottamente musica. In questo ambiente la domanda è sempre: 'Quanti dischi venderà?'. È calcolo, statistica. Io invece sento di essere un tipo diverso di artista. Nell’industria discografica tutti sono ossessionati dall’apparire, specialmente le donne che non vorrebbero mai invecchiare. Dentro di me ho sempre avvertito la voglia di ribellarmi a questi stereotipi. Molti artisti maturi, invece, scelgono collaborazioni anche ovvie pur di rimanere sulla cresta dell’onda. In un certo senso è comprensibile, anche io ho lavorato con artisti più giovani, ma quello che mi attrae di loro è la vitalità, l’innocenza. Si possono raggiungere anche buoni risultati, l’importante è non voler fingere a tutti i costi di avere vent’anni per sempre. Ed è un po’ quello che è successo con Blank Project".

In che senso?
"Lavorando con mio marito (Cameron McVey ndr) siamo stati concordi fin dall’inizio nel voler fare un album dal suono contemporaneo, per questo abbiamo scelto l’elettronica. Ma senza la pretesa di risultare 'trendy'. E i RocketNumberNine si sono rivelati i compagni perfetti per questo progetto: fanno musica elettronica ma suonando dal vivo, ed è piuttosto insolito. In un certo senso è stato come combinare modernità e 'old school'. Four Tet, che ha prodotto l’album, ha voluto che si registrasse nella maniera più classica: live, in uno studio, cercando di non spenderci troppo tempo. Si finisce sempre per togliere l’essenza dalle cose quando si portano avanti per troppo tempo".

È vero che l’album è stato registrato in una Chiesa?
"Sì, assolutamente. Ma non è stata una cosa premeditata: eravamo a Woodstock e Four Tet aveva a disposizione solo cinque giorni, voleva tornare dalla moglie e dalla figlia. Quindi abbiamo semplicemente scelto lo studio che fosse il più vicino possibile alla sua casa. Abbiamo trovato questa Chiesa sconsacrata che da trent’anni è stata trasformata in studio di registrazione. L’atmosfera era perfetta".

Hip hop, jazz e ora elettronica. Qual è il genere di musica che ti senti meglio addosso?
"Non ho mai sentito di appartenere a un solo genere musicale. Provenendo da un background jazz, sono cresciuta secondo il principio 'prendi qualcosa e rendila tua'. Blank Project non è il tipico album di musica elettronica, il fatto che abbia scelto quel genere di suono è solo il punto di partenza. Mi piace mixare l’energia del punk con i beat e l’hip hop… ma non saprei nemmeno dare un nome al risultato!".

Sei nata in Svezia, tuo padre è della Sierra Leone e il tuo papà adottivo, Don Cherry, ha girato il mondo in tour portandoti con sé. Come hai vissuto tutto questo?
"Amo i miei genitori, la mia famiglia e il modo in cui mi hanno cresciuta, ma ammetto di aver risentito del fatto che eravamo 'diversi'. A scuola, guardando gli altri bambini, avrei voluto essere come loro. Non fraintendermi, se qualcuno avesse osato dire qualcosa di male contro la mia famiglia avrei fatto scoppiare una guerra! Ma ci sono stati momenti difficili nella mia infanzia, mi spostavo continuamente tra New York e la Svezia che non potevano essere due posti più diversi. In Svezia vivevamo in una piccola comunità e non c’erano altri bambini di colore a scuola, in America c’era gente da tutto il mondo. Di fatto, però, non mi sentivo di appartenere a nessuno di questi luoghi. Crescendo ho imparato che anche essere diversi è bello e ho iniziato ad apprezzare me stessa. Ora amo viaggiare, credo che apra la mente, e sono una persona che si adatta ai luoghi e alle situazioni. Allo stesso tempo, però, penso sia importante avere un punto di riferimento che sia costante e per me quel luogo è la casa che la mia famiglia possiede dal 1970, nel sud della Svezia".

C’è chi pur di trovare quel punto di riferimento è disposto a rischiare la vita. È il problema che Italia e Europa stanno fronteggiando in questo momento con i migliaia di migranti in fuga dalle guerre e dalla povertà dei loro Paesi…
"Sì, mi spezza il cuore. Potremmo tutti fare molto di più, perché non è vero che non c’è benessere nel mondo. È un problema che cresce continuamente, io non so quale possa essere la soluzione o come trovarla, ma tutti abbiamo la responsabilità di capire cosa sta succedendo e capire perché questa tragedia ha l’effetto di generare in alcune persone comportamenti fascisti. Si chiudono le frontiere e si diffonde l’odio e questo è davvero pericoloso".

"Questo è un mondo fatto per le donne", cantavi nel 1996, in Blank Project esplori tutte le fasi di una relazione: primo appuntamento, matrimonio, figli, anche le conseguenze di un rapporto non sano… credi che il ruolo della donna nella società sia mutato oggi rispetto al 1996?
"Io credo che il ruolo sia per noi, nel senso che abbiamo la possibilità di scegliere. Dobbiamo continuare a crescere e conquistare sempre più spazi. Quello che noto è che nei film, nella musica, nella moda, in quasi tutti gli ambiti della società la rappresentazione della donna è piuttosto limitata. Da donna sento l’obbligo di dimostrare che non si può ridurre tutto a un bel viso, una bella superficie. Per questo esploro e faccio emergere ogni mio aspetto, il mio retaggio culturale, il mio orgoglio, la mia rabbia. Mi hanno sempre motivato la forza, il potere e la bellezza delle donne, ma sono consapevole che c’è ancora molta strada da fare. Passo molto tempo con mia figlia e le sue amiche, hanno 19 anni e la cosa bella è vedere in loro una sorta di militanza, sembra siano nate femministe!".

“Good things come to those who wait”, le cose belle arrivano a chi sa aspettare, ripeti questo verso in due tracce del tuo album, guardando alla tua carriera non possiamo che essere d’accordo, ma poi in “Everything” aggiungi “they say”, “così dicono” allora, lo pensi davvero o no?
"Probabilmente è un’affermazione fatta con ironia, va presa sul serio solo per metà! Credo che le belle cose arrivino a chi ha la pazienza di aspettare ma non so fino a che punto io sia disposta ad aspettare! (ride ndr) Non si può solo essere buoni, ci vuole determinazione e tanta carica positiva".

Nel 2007 hai condotto una trasmissione di cucina per la BBC. Ti piace cucinare per la tua famiglia?
"Cucinare fa parte della mia vita! Ho la mia famiglia e poi una grande famiglia di amici e con loro passo il tempo pensando a cosa potremmo cucinare, quando potremmo trovarci per mangiare insieme, cosa mangiare il giorno dopo… sì, credo che cucinare ti avvicini alle persone e per me è uno dei modi più belli di stare insieme".

I tuoi obiettivi per i prossimi 50 anni?
"Continuare a lavorare, essere creativa e avere tempo per le cose della vita che contano davvero. Dal punto di vista musicale posso dire che tutto quello che ho fatto l’ho fatto per arrivare fin qui e ora posso finalmente essere me stessa. E poi voglio godermi i miei figli e mio nipote che ora ha 11 anni. Insomma, essere parte della vita che ho creato".