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Dan Auerbach, un nuovo progetto chiamato The Arcs: "Torno alle origini"

Insieme a Patrick Carney ha fondato i Black Keys, band da sette Grammy e un fan molto speciale, Barack Obama. Ora il cantante pensa a un progetto parallelo, realizzato con l’amico sassofonista Leon Michels: "A Nashville suoni, fai la tua vita e non pensi ad altro"
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"Se lo avevo previsto? No, no, non era nei piani". Alza le spalle, si liscia la barba e sorride, come se l’avesse combinata grossa, Dan Auerbach, leader e fondatore dei Black Keys, quattro milioni di copie vendute, sette Grammy, un grande fan di nome Barack Obama e ora un nuovo progetto, The Arcs, band messa in piedi assieme all’amico sassofonista Leon Michels che ora debutta con Yours, Dreamily, disco folgorante che rischia già di essere uno dei migliori dell’anno. "Ogni volta che ritornavo a casa dopo un tour con i Black Keys ci chiudevamo in studio e registravamo, così, per divertimento, per passione. Alla fine però avevamo oltre ottanta pezzi nel computer e ho capito che forse era meglio provare a farci qualcosa. I componenti della band sono tutti vecchi amici, con loro ho cominciato a suonare quando ancora la musica non era un lavoro. E mi piace quest’idea di ritornare in qualche modo alle origini".
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"Se lo avevo previsto? No, no, non era nei piani". Alza le spalle, si liscia la barba e sorride, come se l’avesse combinata grossa, Dan Auerbach, leader e fondatore dei Black Keys, quattro milioni di copie vendute, sette Grammy, un grande fan di nome Barack Obama e ora un nuovo progetto, The Arcs, band messa in piedi assieme all’amico sassofonista Leon Michels che ora debutta con Yours, Dreamily, disco folgorante che rischia già di essere uno dei migliori dell’anno. "Ogni volta che ritornavo a casa dopo un tour con i Black Keys ci chiudevamo in studio e registravamo, così, per divertimento, per passione. Alla fine però avevamo oltre ottanta pezzi nel computer e ho capito che forse era meglio provare a farci qualcosa. I componenti della band sono tutti vecchi amici, con loro ho cominciato a suonare quando ancora la musica non era un lavoro. E mi piace quest’idea di ritornare in qualche modo alle origini".
                                                                          
Los Angeles, New York, perfino una fattoria in Galles. E, ora, anche un'unica data italiana per The Arcs, che il 16 novembre suoneranno all'Alcatraz di Milano: Yours, Dreamily è nato come un’opera itinerante, registrata in luoghi molto distanti, anche se il cuore di tutto rimane sempre lo stesso, centro di gravità del mondo di Auerbach, ovvero gli Easy Eye Sound a Nashville, origine di tutto il suo piccolo grande universo sonoro. "Sembra una cosa riduttiva, ma a Nashville suoni, fai la tua vita e non pensi ad altro. Se mi fossi trasferito a Los Angeles non sarebbe stata la stessa cosa, probabilmente avrei dovuto subire pressioni di ogni tipo, finire tritato nella macchina del pop o subire imposizioni dall’alto. Ho scelto invece un altro stile di vita, decisamente non da divo: abito a Nashville, mi chiudo nel mio studio per giorni interi e poi mando tutto alla Nonesuch". Già, la Nonesuch, l’etichetta di artisti come Pat Metheny e Brad Mehldau, Randy Newman e Joshua Redman, musica apparentemente lontana dal blues sporco di Auerbach e che invece si è rivelata una sorta di seconda famiglia. «Nessuna pressione, nessuna intromissione. Registro quello che voglio e poi lo spedisco a loro, ho una libertà artistica incredibile, di cui sono molto orgoglioso, soprattutto in tempi come questi. Quando io e Patrick (Carney, nda) dovevamo firmare non riuscivamo a crederci. E ne ho avuto l’ennesima dimostrazione con Yours, Dreamily e con i singoli in vinile che mi hanno fatto stampare per l’occasione, 45 giri che sono oggetti di culto".

Trentasei anni, nato e cresciuto a Akron, Ohio – la città dei Devo, di Chrissie Hynde e di Jim Jarmusch – Auerbach oggi è una delle dieci persone più influenti della scena musicale: oltre che autore e chitarrista dei Black Keys – al momento in pausa, ma senza litigi o polemiche - negli ultimi anni ha prodotto dischi di personaggi come Lana Del Rey e Bombino, Dr John e Ray LaMontagne, mescolando e aggiornando le formule del blues, sporcandolo con rock, soul, psichedelia e funk, in una formula che porta a compimento magnificamente anche nella nuova opera con gli Arcs, disco quasi d’altri tempi, capolavoro dal gusto vintage in cui c’è perfino una band mariachi tutta al femminile (Mariachi Flor de Toloache) e canzoni costruite a strati proprio come quelle dei grandi maestri, i padri a cui Auerbach deve tutto, e non lo nega. "Mississippi Fred McDowell, Robert Johnson, Son House, tutti i vecchi del blues che mio padre mi faceva ascoltare da bambino, ma il mio mito è sempre stato Junior Kimbrough. Per due volte ho guidato dall’Ohio fino a Hudsonville, nel Mississippi, con l’intenzione di andarlo a trovare. Una notte di viaggio in macchina senza mai fermarmi. L’ho cercato a lungo, ma la prima volta non sono riuscito a scoprire dove abitava e la seconda era già malato. Poi è morto, nel 1998, ma lui rimane in cima alle mie influenze".

Sposato e poi divorziato da Stephanie Gonis – non senza strascichi in tribunale, tra denunce e minacce di suicidio – Auerbach ha una figlia, Sadie, di sette anni, che il tribunale ha affidato a lui (dopo i cinque milioni di dollari finiti nelle tasche della moglie) e che cresce a Nashville lontano dal plastico mondo della musica, un padre singolare che, a quindici anni dagli esordi con i Black Keys, rimane un maverick assoluto, un fuoriclasse che volta le spalle a showbiz e mainstream e gioca le carte solo a modo suo, passando dal palco di Coachella alle cantina di casa. "Una rockstar? No, non ho mai pensato di diventarlo, ma nemmeno di esserlo, nemmeno oggi. Il mio segreto? Nessuna strategia, nessun calcolo, solo passione: sono cresciuto in un negozio di dischi e la mia attitudine è rimasta sempre quella, nonostante il successo. Per me questo non sarà mai un lavoro, e se entro in studio è perché ho voglia di farlo, altrimenti vado a farmi un giro per Nashville".