Pete l’inaffidabile, lo sballato, il tossico. Pete il pazzo, il timido, il romantico. Pete mister intelligenza superiore alla media, il poeta, l’animo sensibile. Appiccicati a quella faccia da schiaffi, negli ultimi quindici anni, ci sono stati talmente tanti aggettivi che a elencarli si fa prima a consultare un qualsiasi bignami di “rockstar e deviazioni della personalità dagli anni Sessanta a oggi”. Si fa prima ed è quasi inutile. Perché al di là delle copertine delle riviste e degli scandali, delle foto a fumare crack e di quelle all’ingresso di centri di rehab tailandesi, Pete Doherty resta uno degli pochi autori che nell’ultimo decennio è stato in grado di aggiornare il glossario del rock. E con i suoi Libertines torna con un album – disponibile dall’11 settembre – che sin dal titolo è tutto un programma: Anthems for Doomed Youth. Inni per la gioventù dannata.
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Il cerchio si apre diciotto anni e un mare di casini fa. Nei primi mesi del 1997, quando Pete e Carl Barât, studenti di teatro senza nessuna voglia di sacrificare alle quinte la passione per gli Smiths, decidono che è tempo di mettere su una band. Camden Road, nord est di Londra, diventa la loro base operativa. Iniziano a suonare nei piccoli locali del quartiere più libertino della capitale inglese. E non è la classica storia di quelle “al nostro primo concerto il discografico illuminato ci vide e ci mise sotto contratto”. Anzi. Gavetta, dura e pura, per quasi quattro anni. Poi all’alba degli anni zero qualcosa cambia. Giornalisti e manager delle etichette si mettono a cercare la risposta inglese agli Strokes che intanto, dall’altro lato dell’oceano, colonizzano televisioni e classifiche. E la risposta viene trovata nei Libertines di Doherty e Barât.
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Up the Bracket, 2002, il loro primo disco è un piccolo miracolo. Sarà che a produrli c’è Mick Jones dei Clash, sarà che Doherty riversa nei testi tutta la sua passione per “1984”, per “I fiori del male”, sarà che dopo anni di brit pop del brit pop proprio non se ne può più. Chitarre tirate, ritmi secchi e scomposti, sussurri e grida. Il disco è un successo di pubblico e critica e tutti i riflettori iniziano ad accendersi su Doherty: carisma allo stato puro, ogni parola ripresa da riviste più o meno specializzate, la sua vita analizzata e dissertata da ogni punto di vista. E lui? Semplicemente non se ne cura. Anzi. Porta tutti i suoi vizi in pubblico. Dall’eroina al crack, dalle liti con i compagni della band a quelle con giornalisti e paparazzi. E se nel 2004 si chiude la prima vita dei Libertines – dopo un altro album e dopo che Doherty viene condannato per aver rubato in casa di Barât – ad aprirsi è la seconda vita di Pete.
Una vita che lo porta diritto all’inferno. Il suo nuovo progetto musicale, i Babyshambles, vivono della sua intatta capacità di scrivere canzoni\inno una dopo l’altra: Fuck Forever, Albion, Delivery, UnBiloTiled. Ma l’alcol e l’eroina restano i suoi migliori amici. E un giorno sì e l’altro pure Doherty non fa nulla per smentire l’oramai consolidata fama di ultimo maledetto del rock. L’attenzione del pubblico e dei professionisti del gossip si fa spasmodica quando il cantante inizia la sua relazione con Kate Moss. Seguiranno quattro anni di litigi pubblici e privati, di foto che li riprendono a fumare crack, di arresti, risse, di “giuro che smetto”, di tentativi di disintossicazione andati a male. E quando la storia con Kate Moss finisce, poco dopo la fine dei Babyshambles, a non finire e la furia autodistruttiva di Doherty.
Sono gli anni dei paparazzi ovunque. Gli anni in cui le notti tossiche di Doherty nei locali di Londra sono fonte di notizie assicurate. Gli anni in cui Pete rafforza la sua amicizia con Amy Winehouse. Gli anni del suo disco solista, Grace/Wastelands, incredibilmente lucido e a fuoco se si pensa che è stato composto e registrato da un tossicodipendente conclamato. Nel 2009 le autorità svizzere lo multano dopo averlo sorpreso a iniettarsi eroina su un volo diretto a Ginevra. Poi inizia a tirare il freno. I tentativi di riabilitazione si fanno più seri. La notizia della morte della sua amica Amy lo paralizza, lo scuote, lo sveglia. O almeno così dichiara alla stampa. Sta di fatto che negli ultimi anni ogni volta che dal vivo, solo chitarra acustica e voce, suona Tears Drown on Their Own della Winehouse sembra di assistere a qualcosa a metà tra un’ammissione di colpa e una preghiera. Ma tirarsi via dalla luce bianca dell’eroina non è facile. Cerca di rimettere in piedi i suoi Libertines ma ancora una volta manda tutto all’aria.
Giugno 2014, lo annuncia in pompa magna: “Mi voglio sbarazzare una volta per sempre di quella roba”. Va di nuovo in Tailandia. Rehab e bicicletta. Si rimette in sesto. Torna in Inghilterra all’inizio del 2015. Le voci su un nuovo album dei Libertines si vanno più insistenti, non vengono smentite, A marzo pubblica Flags of Old Regime la canzone – bella e dolcissima - scritta pochi giorni dopo la morte della Winehouse. Annuncia Anthems for Doomed Youth e contemporaneamente di avere assunto un “coach” personale con il solo compito di tenerlo lontano dalla roba nel tour che verrà. Pete l’ex inaffidabile, l’ex sballato, l’ex tossico? Speriamo di sì, affinché ci si possa concentrare su Pete il talento, uno dei più grandi songwriter del rock inglese da decenni a questa parte.
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Il cerchio si apre diciotto anni e un mare di casini fa. Nei primi mesi del 1997, quando Pete e Carl Barât, studenti di teatro senza nessuna voglia di sacrificare alle quinte la passione per gli Smiths, decidono che è tempo di mettere su una band. Camden Road, nord est di Londra, diventa la loro base operativa. Iniziano a suonare nei piccoli locali del quartiere più libertino della capitale inglese. E non è la classica storia di quelle “al nostro primo concerto il discografico illuminato ci vide e ci mise sotto contratto”. Anzi. Gavetta, dura e pura, per quasi quattro anni. Poi all’alba degli anni zero qualcosa cambia. Giornalisti e manager delle etichette si mettono a cercare la risposta inglese agli Strokes che intanto, dall’altro lato dell’oceano, colonizzano televisioni e classifiche. E la risposta viene trovata nei Libertines di Doherty e Barât.
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Up the Bracket, 2002, il loro primo disco è un piccolo miracolo. Sarà che a produrli c’è Mick Jones dei Clash, sarà che Doherty riversa nei testi tutta la sua passione per “1984”, per “I fiori del male”, sarà che dopo anni di brit pop del brit pop proprio non se ne può più. Chitarre tirate, ritmi secchi e scomposti, sussurri e grida. Il disco è un successo di pubblico e critica e tutti i riflettori iniziano ad accendersi su Doherty: carisma allo stato puro, ogni parola ripresa da riviste più o meno specializzate, la sua vita analizzata e dissertata da ogni punto di vista. E lui? Semplicemente non se ne cura. Anzi. Porta tutti i suoi vizi in pubblico. Dall’eroina al crack, dalle liti con i compagni della band a quelle con giornalisti e paparazzi. E se nel 2004 si chiude la prima vita dei Libertines – dopo un altro album e dopo che Doherty viene condannato per aver rubato in casa di Barât – ad aprirsi è la seconda vita di Pete.
Una vita che lo porta diritto all’inferno. Il suo nuovo progetto musicale, i Babyshambles, vivono della sua intatta capacità di scrivere canzoni\inno una dopo l’altra: Fuck Forever, Albion, Delivery, UnBiloTiled. Ma l’alcol e l’eroina restano i suoi migliori amici. E un giorno sì e l’altro pure Doherty non fa nulla per smentire l’oramai consolidata fama di ultimo maledetto del rock. L’attenzione del pubblico e dei professionisti del gossip si fa spasmodica quando il cantante inizia la sua relazione con Kate Moss. Seguiranno quattro anni di litigi pubblici e privati, di foto che li riprendono a fumare crack, di arresti, risse, di “giuro che smetto”, di tentativi di disintossicazione andati a male. E quando la storia con Kate Moss finisce, poco dopo la fine dei Babyshambles, a non finire e la furia autodistruttiva di Doherty.
Sono gli anni dei paparazzi ovunque. Gli anni in cui le notti tossiche di Doherty nei locali di Londra sono fonte di notizie assicurate. Gli anni in cui Pete rafforza la sua amicizia con Amy Winehouse. Gli anni del suo disco solista, Grace/Wastelands, incredibilmente lucido e a fuoco se si pensa che è stato composto e registrato da un tossicodipendente conclamato. Nel 2009 le autorità svizzere lo multano dopo averlo sorpreso a iniettarsi eroina su un volo diretto a Ginevra. Poi inizia a tirare il freno. I tentativi di riabilitazione si fanno più seri. La notizia della morte della sua amica Amy lo paralizza, lo scuote, lo sveglia. O almeno così dichiara alla stampa. Sta di fatto che negli ultimi anni ogni volta che dal vivo, solo chitarra acustica e voce, suona Tears Drown on Their Own della Winehouse sembra di assistere a qualcosa a metà tra un’ammissione di colpa e una preghiera. Ma tirarsi via dalla luce bianca dell’eroina non è facile. Cerca di rimettere in piedi i suoi Libertines ma ancora una volta manda tutto all’aria.
Giugno 2014, lo annuncia in pompa magna: “Mi voglio sbarazzare una volta per sempre di quella roba”. Va di nuovo in Tailandia. Rehab e bicicletta. Si rimette in sesto. Torna in Inghilterra all’inizio del 2015. Le voci su un nuovo album dei Libertines si vanno più insistenti, non vengono smentite, A marzo pubblica Flags of Old Regime la canzone – bella e dolcissima - scritta pochi giorni dopo la morte della Winehouse. Annuncia Anthems for Doomed Youth e contemporaneamente di avere assunto un “coach” personale con il solo compito di tenerlo lontano dalla roba nel tour che verrà. Pete l’ex inaffidabile, l’ex sballato, l’ex tossico? Speriamo di sì, affinché ci si possa concentrare su Pete il talento, uno dei più grandi songwriter del rock inglese da decenni a questa parte.