Dal Salento a Nashville, tra la Puglia e il West, in un viaggio che non è mai finito e che a ogni tappa ne aggiunge un'altra: la strana favola dei Negramaro arriva al sesto atto con La rivoluzione sta arrivando, nuovo disco in uscita il 25 settembre, dodici canzoni per sei amici che ancora non riescono a organizzare una chat di gruppo su WhatsApp («Due di noi si rifiutano»), ma che da quindici anni sono inseparabili. «E questa è la nostra piccola grande rivoluzione», sorride il leader Giuliano Sangiorgi, «perché rimaniamo sei pazzi che continuano a suonare e a fare ciò che vogliono, con la stessa passione dei primi giorni, la stessa fame di gente che ama ciò che fa».
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Dieci anni fa - era il 2 marzo del 2005 - salivano per la prima volta sul palco di Sanremo, subito bocciati - nemmeno a dirlo - ma al primo passo di un'ascesa senza limiti che li portò a rimanere in classifica per quasi novanta settimane, vendere un milione di dischi, arrivare a suonare a San Siro, il tutto sempre alle loro condizioni, con poche concessioni a obblighi mainstream e televisione. «Una rivoluzione che è stata evoluzione, siamo cambiati, cresciuti, maturati, ci sono accadute anche cose brutte che ci hanno fatto crescere. Per questo disco siamo partiti da una masseria in Salento per finire su una highway di Nashville alla ricerca del suono che volevamo, un viaggio che ha fatto crescere l'album, strada dopo strada».
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L'idea in testa, poi riflessa in molti brani di La rivoluzione sta arrivando, era un suono à la Kings of Leon («Loro e gli Editors erano in cima alle nostre influenze»), per questo i Negramaro sono andati alla ricerca di uno dei responsabili di quel suono, Jacquire King, tre Grammy vinti e già all'opera su Come Around Sundown e Only by the Night dei Kings of Leon, nonché su The Weight of Your Love degli Editors. «E lui è riuscito a fare un lavoro incredibile, a rendere al meglio il nostro suono senza snaturare l'identità delle canzoni, è stato capace di trattenere l'energia live su disco. Perché la rivoluzione nel titolo? Perché viviamo in un'epoca segnata da 140 caratteri, piena di titoli e volevamo far riflettere, anche solo per un momento, sull'idea che la rivoluzione possa essere messa in atto ogni singolo giorno da ciascuno di noi. Non serve pensare in grande, le cose partono dal singolo, da quello che può fare. Rivoluzionari oggi? Il Papa, sicuramente, per quello che sta facendo, speriamo lo siano anche i governi d'Europa aprendo le porte ai profughi, a migliaia di persone che chiedono solo di vivere, non di vedere altri muri. Nel nostro piccolo a noi piacerebbe anche che fosse fatta una piccola rivoluzione contro il cinismo culturale devastante che ci sta infettando, la logica dell'odio, degli hater, che tutto e tutti fanno schifo, a prescindere. No, non è così».
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Nei cinque anni passati da Casa 69 - l'ultimo disco di inediti che uscì nel 2010 - ai Negramaro sono successe molte cose e i segni del tempo sono tutti addosso, come ferite, gioie, rughe, dal dolore per la morte del padre di Giuliano nel 2013 a una folle notte d'agosto in Salento condivisa con l'ex bassista dei Clash, Paul Simonon, e Tony Allen, leggendario batterista di Fela Kuti. «Un momento incredibile, tutti insieme a cantare Lu rusciu de lu mare, una canzone popolare salentina, con i piedi ancorati alla tradizione e la testa nel futuro». La prossima tappa del viaggio? Mantova, il 4 novembre, primo concerto di un nuovo tour che si protrarrà fino a Natale, con già tre raddoppi di data vista la grande richiesta di biglietti - Bari, 21 e 22 novembre, Roma, 26 e 27 novembre e Milano, 14 e 15 dicembre - e sempre lo stesso entusiasmo incosciente e guascone di chi non sa esattamente cosa accadrà. «Per la disperazione del nostro fonico che si vede la scaletta cambiare sempre all'ultimo istante. Ma questo pizzico di follia è indispensabile per tenere i piedi i Negramaro, perché poi la realtà non deve occupare tutto, altrimenti si smette di sognare. E invece bisogna sempre lasciare all'arte l'arte del sogno».
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Dieci anni fa - era il 2 marzo del 2005 - salivano per la prima volta sul palco di Sanremo, subito bocciati - nemmeno a dirlo - ma al primo passo di un'ascesa senza limiti che li portò a rimanere in classifica per quasi novanta settimane, vendere un milione di dischi, arrivare a suonare a San Siro, il tutto sempre alle loro condizioni, con poche concessioni a obblighi mainstream e televisione. «Una rivoluzione che è stata evoluzione, siamo cambiati, cresciuti, maturati, ci sono accadute anche cose brutte che ci hanno fatto crescere. Per questo disco siamo partiti da una masseria in Salento per finire su una highway di Nashville alla ricerca del suono che volevamo, un viaggio che ha fatto crescere l'album, strada dopo strada».
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L'idea in testa, poi riflessa in molti brani di La rivoluzione sta arrivando, era un suono à la Kings of Leon («Loro e gli Editors erano in cima alle nostre influenze»), per questo i Negramaro sono andati alla ricerca di uno dei responsabili di quel suono, Jacquire King, tre Grammy vinti e già all'opera su Come Around Sundown e Only by the Night dei Kings of Leon, nonché su The Weight of Your Love degli Editors. «E lui è riuscito a fare un lavoro incredibile, a rendere al meglio il nostro suono senza snaturare l'identità delle canzoni, è stato capace di trattenere l'energia live su disco. Perché la rivoluzione nel titolo? Perché viviamo in un'epoca segnata da 140 caratteri, piena di titoli e volevamo far riflettere, anche solo per un momento, sull'idea che la rivoluzione possa essere messa in atto ogni singolo giorno da ciascuno di noi. Non serve pensare in grande, le cose partono dal singolo, da quello che può fare. Rivoluzionari oggi? Il Papa, sicuramente, per quello che sta facendo, speriamo lo siano anche i governi d'Europa aprendo le porte ai profughi, a migliaia di persone che chiedono solo di vivere, non di vedere altri muri. Nel nostro piccolo a noi piacerebbe anche che fosse fatta una piccola rivoluzione contro il cinismo culturale devastante che ci sta infettando, la logica dell'odio, degli hater, che tutto e tutti fanno schifo, a prescindere. No, non è così».
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Nei cinque anni passati da Casa 69 - l'ultimo disco di inediti che uscì nel 2010 - ai Negramaro sono successe molte cose e i segni del tempo sono tutti addosso, come ferite, gioie, rughe, dal dolore per la morte del padre di Giuliano nel 2013 a una folle notte d'agosto in Salento condivisa con l'ex bassista dei Clash, Paul Simonon, e Tony Allen, leggendario batterista di Fela Kuti. «Un momento incredibile, tutti insieme a cantare Lu rusciu de lu mare, una canzone popolare salentina, con i piedi ancorati alla tradizione e la testa nel futuro». La prossima tappa del viaggio? Mantova, il 4 novembre, primo concerto di un nuovo tour che si protrarrà fino a Natale, con già tre raddoppi di data vista la grande richiesta di biglietti - Bari, 21 e 22 novembre, Roma, 26 e 27 novembre e Milano, 14 e 15 dicembre - e sempre lo stesso entusiasmo incosciente e guascone di chi non sa esattamente cosa accadrà. «Per la disperazione del nostro fonico che si vede la scaletta cambiare sempre all'ultimo istante. Ma questo pizzico di follia è indispensabile per tenere i piedi i Negramaro, perché poi la realtà non deve occupare tutto, altrimenti si smette di sognare. E invece bisogna sempre lasciare all'arte l'arte del sogno».