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Garbage, 20 anni da anti-star. Shirley Manson: "Grazie a mia nonna tengo testa agli uomini"

Nel 1995 uscì un album che ha trasformato la band di Shirley Manson, Duke Erikson, Steve Marker e Butch Vig in uno dei gruppi più amati degli anni Novanta. Poi l'oblio volontario. Vent'anni dopo, una ristampa del debutto, un nuovo album e un tour tornano a far parlare dei Garbage. Ci dicevano: “Non è abbastanza. Dovete vendere di più”

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Sono passati vent’anni da quel successo travolgente, e del tutto inaspettato, che ha catapultato i Garbage nell’olimpo delle band degli anni Novanta. Nel 1995 il primo album, dal titolo omonimo, aveva venduto quattro milioni di copie: gli anti-rockstar Shirley Manson, Duke Erikson, Steve Marker e Butch Vig si sono ritrovati, atterriti, sotto i riflettori, come un capriolo di fronte ai fari minacciosi di un’auto. Due decadi dopo non mollano e festeggiano il ventennale con una versione speciale del disco omonimo di debutto, rimasterizzata e con tracce inedite (disponibile dal 2 ottobre) e l’annuncio di un tour mondiale che parte il 6 ottobre (ma purtroppo, almeno per ora, non sembra dover toccare l’Italia). Nonché l’arrivo di un nuovo disco tra pochi mesi. Manson non vede l’ora di tornare in viaggio «con i ragazzi». E da Londra ci racconta come sono stati questi vent’anni da frontwoman.    
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Shirley, è dell’umore giusto per celebrare?
«Sì. Vogliamo festeggiare perché è raro che una band abbia una carriera così lunga. Siamo fortunati. E poi stiamo lavorando a un nuovo album, che sarà pubblicato il prossimo anno. Abbiamo dodici brani pronti e lo stiamo ultimando».
 
Come è stato tornare in studio?
«Ci sono state discussioni, come al solito. Ma abbiamo imparato a minimizzare il tempo trascorso in studio. Perché più ci stiamo, più litighiamo, come una coppia sposata. Adesso facciamo una o due settimane ogni mese ed è la formula perfetta».
 
Si ricorda ancora la sua prima audizione con i ragazzi?
«Sì che la ricordo. Ero molto a disagio, ero volata da Edimburgo nel Midwest, dove non conoscevo nessuno. Sono andata a casa di Steve, mi hanno portato in un seminterrato, una sorta di caverna da scapolo, e piazzato il microfono in cima alle scale. Loro, da sotto, mi davano istruzioni. In quel momento volevo solo sparire. Non è andata bene, un fiasco totale. Per fortuna mi hanno richiamata. La seconda volta erano più organizzati e sapevano cosa volevano da me. Ed è stato più facile».
 
Lei stessa ha ammesso di non aver avuto una vita normale da quando aveva 15 anni. Oggi com’è?
«Da musicista il mio stile di vita non è convenzionale, non mi alzo alle 8 per andare al lavoro. Ma direi che vivo abbastanza normalmente e mi piace così. Quando la band era all’apice del successo ero molto stressata, non mi piaceva tutta l’attenzione che ricevevamo. Avrei voluto dormire a casa mia, vedere il mio cane… E non era possibile. Ora vivo a Los Angeles ma ho ancora casa in Scozia. Mi mancano molto l’Europa e la cultura scozzese. Vado a Edimburgo il più possibile».
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Come leader del gruppo la sua immagine è sempre stata molto importante. Le è stata imposta o ha fatto tutto da sola?
«Una delle ragioni per cui si parla tanto della mia immagine è perché l’ho generata io. Ho lavorato con persone che mi hanno aiutata, certo, ma nessuno mi ha mai detto cosa indossare. Avevo un’idea chiara di come volevo presentare me stessa».
 
E non si è mai sentita insicura?
«Ero piena di paure. Ed ero molto aggressiva perché mi sentivo sempre minacciata. Ogni interazione con la gente era per me un confronto. Mi piaceva essere così, ma era strano e sgradevole. Solo quando ero sul palco mi sentivo a casa. Come se fossi stata un pesce e mi avessero rimesso nell’acqua».
 
Oggi, a 49 anni, dopo una carriera così, ha ancora paura?
«Sono cambiata molto in vent’anni. Quando ho iniziato pensavo: “Tutti possono fare quello che faccio io. Non sono abbastanza brava e sarò schiacciata”. Ma con il passare degli anni ho capito che questo lavoro richiede tenacia e resistenza, per continuare a stare in piedi. E quindi ho sviluppato molta fiducia in me stessa. Adesso non ho più paura di niente. Sono grata di essere sopravvissuta».
 
Da dove arrivavano le insicurezze?
«Forse dal mio aspetto fisico. Non mi sentivo bella, quando ero bambina in Scozia avere i capelli rossi era una maledizione. Sono sempre stata molto, molto, sensibile e tutto mi toccava profondamente».
 
Per una donna guidare un gruppo di successo è più difficile che per un uomo?
«C’è molta pressione sulle donne perché abbiano una certa immagine. Alle donne hanno sempre fatto credere che il look sia l’unica cosa importante. Invece dovremmo confidare in noi stesse come professioniste, dovremmo rifiutare l’ossessione dell’immagine».
 
Oggi il pop è dominato da artiste come Rihanna, Lady Gaga e Miley Cyrus che mettono il sesso prima della musica. Cosa ne pensa?
«Credo che ogni artista dovrebbe semplicemente essere quello che vuole, ma purtroppo temo siano le etichette discografiche a spingere per la sessualizzazione delle giovani cantanti. Il sesso vende. Penso che Rihanna sia autentica, è chiaramente molto sexy. Ma altre artiste si spogliano per vendere dischi. È deprimente».
 
Anche lei è stata accusata di essere falsa.
«Sì, a quel tempo mi ero infuriata molto. Mi puoi accusare di tutto ma non di quello, sono incredibilmente diretta e onesta. Ero carina e avevo una bellissima band e forse la gente pensava che fosse un progetto nato a tavolino».
 
Lei è una delle poche donne a guidare una band maschile. Vent’anni fa le faceva paura? O la galvanizzava?
«Allora non ci pensavo. Lavoro con tre uomini che sono molto liberali e mi hanno sempre supportato in questa industria sessista. Grazie a mia nonna e a mia madre so come badare a me stessa. Posso tenere testa a qualsiasi maschio. Ma le ragazze che non sono come me purtroppo soccombono in questo ambiente».

Quando nel 2005 vi siete separati, per sette anni, credevate di tornare insieme?
«Eravamo molto frustrati, volevamo solo liberarci del nostro contratto discografico. Era estremamente restrittivo, ci limitava come artisti e non era certo piacevole. Non avevamo nessun interesse nel diventare la band più famosa del mondo, il successo è arrivato così, quasi senza volerlo. Ma noi non abbiamo mai amato la fama. Eppure ci dicevano: “Non è abbastanza. Dovete vendere di più”. Era orribile. E una volta tornati liberi ci siamo goduti la vita per un po’, senza pensieri. È stato salutare»
 
Perché allora avete riformato la band?
«Quando sei un musicista hai qualcosa nel sangue, devi fare musica per sentirti vivo. Voglio fare questo lavoro per il resto della mia vita. E voglio più vita! Il tempo passa troppo velocemente».
 
Lei non sognava di diventare cantante. Come è successo?
«Ero destinata, credo. Sono una sopravvissuta, mi rialzo sempre, sono forte. Perché il talento non basta. Lo si vede negli abominevoli talent show di oggi. Per costruire una carriera ci vuole determinazione. Però il mio sogno era quello di fare la prima ballerina. Ho studiato balletto e avrei dato tutto per ballare su un palco».
 
Quando i Garbage l’hanno ingaggiata si è trasferita nel Midwest. Come si è trovata?
«È stata dura adattarsi. L’inverno era così freddo che davvero ho pensato di morire. Non ero abituata. E non avevo soldi per comprare cappotti costosi. Inoltre non avevo la patente ed ero prigioniera nel mio hotel. Ma non ho mai pensato di mollare. Avevo fame, volevo andare avanti».
 
Ha anche provato a fare un disco da solista. Ma non ha funzionato. Perché?
«Perché le mie motivazioni non erano giuste. Ero così in trappola con i Garbage che volevo sentirmi libera in qualche modo. Ma non mi hanno lasciato fare quello che volevo, cercavano solo di trasformarmi in una pop star. Così smisi di fare musica del tutto».
 
L’industria discografica è cambiata? C’è più libertà creativa?
«Radicalmente. Ma l’essenza è la stessa: le etichette vogliono fare soldi. Bisogna scegliere se si vuole scendere a compromessi per vendere dischi e farsi ascoltare. Le grandi etichette sono disgustose e criminali».
 
Il nuovo album lo pubblicherete da soli?
«Sì, con la nostra piccola etichetta. Ma dobbiamo competere con mostri molto più grandi di noi. Facciamo del nostro meglio».
 
Si è cimentata anche nella recitazione, ha avuto una parte in Terminator. Le è piaciuta l’esperienza? Lo rifarebbe?
«Amo recitare e vorrei riprovarci. Magari con un altro sci-fi. Un paio di settimane fa ho fatto un’audizione, ma purtroppo è andata male».
 
Nella vita o nella carriera, si è mai pentita di qualcosa?
«No. Non sono quel tipo di persona. Non puoi cambiare la storia quindi pentirsi è una perdita di tempo».