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Floating Points, uno scienziato alla console: "Non pensavo diventasse qualcosa di serio"

Laureato in neuroscienze, Sam Sheperd è come il supereroe di un fumetto: di giorno indossa il camice bianco, di sera sta sul palco a suonare elettronica. Nella capitale francese si è presentato con undici musicisti: "C'è un legame tra musica e scienza che porta molti a comporre l’elettronica"

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PARIGI - Il neuroscienziato inglese Sam Sheperd preferisce l’elettronica: di giorno indossa il camice in laboratorio per capire come funziona la trasmissione del dolore nella specie umana, di notte invece scatena i suoni dei suoi sintetizzatori per suggerire alla platea le strade verso la felicità. Si fa chiamare Floating Points (come i numeri senza virgola della matematica applicata ai processori), un nome complicato e in tema con il suo recente Phd in neuroscienze ma la sua musica è più diretta, in grado di affollare e affascinare le platee come avvenuto al New Morning di Parigi per uno dei concerti dell’intenso mese di attività della Redbull Music Academy. Un set con undici musicisti sul palco che affianca strumenti digitali e analogici, una formazione di fiati e archi e una rock-band basso, chitarra e batteria, con Flotaing Points nel mezzo a dirigere il traffico alle macchine e ai sintetizzatori. La stessa magica alchimia che si potrà poi apprezzare nell’atteso debutto italiano il 5 novembre al Teatro Carignano di Torino per il festival Club To Club.
 
Le lezioni di piano a 8 anni, il coro della chiesa e infine la Cheethams School of Music a Manchester dove Sheperd ha studiato jazz e composizione. La musica dell’artista scienziato di Manchester, oggi trentenne, rappresenta una delle proposte più interessanti della scena elettronica contemporanea, un ricco impasto di house, jazz, classica, soul, persino progressive. Lo dimostra appieno il primo album di Floating Points intitolato Elaenia che verrà pubblicato il 6 novembre: un disco bello e per molti aspetti sorprendente in cui Sheperd porta ancora più avanti la sua ricerca, fino ad oggi affidata a singoli e mini-album, o ai suoi dj set nei club europei.
 
Perché solo ora ha sentito il bisogno di pubblicare un album intero?
“Finora ero impegnato con l’Università e prima del mio Phd in neuroscienze non avevo molto tempo, né pensavo che la musica potesse diventare per me qualcosa di serio. Se avevo un’idea la buttavo fuori. Ma i miei singoli o Ep non li ho mai considerati tali, per me era musica, mi sono sempre comportato come si fa nel mondo della dance, scrivendo e registrando tracce molto lunghe, ognuna sulla facciata di un disco in vinile: è vero, sono solo due tracce, ma messe assieme raggiungono quasi mezz’ora di musica, una lunghezza notevole, quasi quella di un album. Diciamo che mentre il singolo è un’idea, l’album rappresenta un discorso. E il mio discorso inizia con Elaenia”.
 
Nome curioso, da dove arriva?
“E’ il nome di un uccello: mi è apparso in uno strano sogno nel periodo in cui stavo componendo la traccia principale del disco. Stavo leggendo un libro sulla reincarnazione e quel sogno in pratica ne offriva la sintesi: un uccello migratore si perdeva dal suo stormo, si posava sul ramo di un albero in una foresta che, per proteggerlo, alla fine lo assorbiva. E l’uccello diventava una pianta. Appena mi sono svegliato sono corso in studio per comporre il pezzo: era già tutto scritto nella mia testa”.
 
Alcuni dei brani del nuovo album sono molto più complessi rispetto ai suoi precedenti lavori, da cosa dipende questo salto di qualità?
“Sono d’accordo, anch’io vedo un progresso. Credo che, oltre a riflettere l’estetica e gli ascolti di quando ho iniziato a comporre l’album, questa evoluzione dipenda dal fatto che ho composto il disco tutto in un nuovo studio, molto più spazioso, dove ho potuto registrare anche strumenti acustici e analogici, una sezione d’archi, strumenti a fiato, una vera batteria e un basso. Sono sempre stato interessato a esplorare il suono, e il suono che riesci a produrre dipende anche dallo spazio in cui ti trovi. Nel nuovo spazio ho potuto sperimentare perché non avevo pressioni: ho potuto mettere assieme elettronica e acustica, digitale e analogico, e registrare come fossimo un gruppo: non è dunque un caso se ora posso andare in tour accompagnato da dieci musicisti”.
 
Di solito si pensa a un musicista elettronico come a un artista solitario di fronte al suo computer.
“Nel mio caso sta diventando sempre meno vero. Mi piace pensare a questa formazione come a una band e mi piace l’idea di suonare i miei brani più conosciuti suscitando l’entusiasmo come gli U2 farebbero con le lor hit. Tutti i musicisti che mi accompagnano sono miei vecchi amici, incontrati magari al tempo in cui frequentavo il college musicale a Manchester. Molti di loro sono venuti a studiare a Londra e ci si incontra, vado ai loro concerti, si suona insieme, ho fatto concerti anche con Mike Kiwanuka che ora è una popstar e anche se non è nel mio disco era, ed è, nel giro di amici di cui parlo”.
 
I suoi studi sulle neuroscienze hanno in qualche modo influenzato la sua musica?
“Non credo: ero e resto molto interessato alla scienza, durante il mio Phd andavo tutti i giorni in laboratorio a fare esperimenti, e quando tornavo a casa c’era il mio pianoforte da suonare per ore. La musica per me è sempre stata una via di fuga, un altro interesse. Però credo ci sia un legame tra musica e scienza che porta molti di noi, come Four Tet, Caribou e me stesso, a comporre l’elettronica: per riprodurre i suoni con un sintetizzatore devi avere un approccio molto razionale, quasi scientifico, altrimenti non funziona”.
 
Siete molto amici, collaborerete mai con Caribou e Four Tet intorno a progetti musicali comuni?
“Siamo amici, ci vediamo spesso a Londra e abbiamo anche collaborato in dj set, ovviamente abbiamo parlato della possibilità di fare musica insieme: potrebbe succedere ma ancora non c’è nulla di deciso”.

Lei nelle neuroscienze ha studiato il dolore, crede che con la musica si possa curare il dolore?
“In laboratorio stiamo ripetendo alcuni esperimenti di elettrofisiologia, dove si osserva come grazie a dei sali l’attività elettrica potrebbe stimolare e creare musica. Ci lavoreremo il prossimo anno, ma non l’avevo ancora detto a nessuno e non so neanche se potevo dirglielo. Comunque se dovesse essere così, per quanto mi riguarda riuscirei a unire due parti finora distinte nella mia vita, la cura del dolore e la musica: un sogno che potrebbe diventare realtà".