ROMA - I primi e più famosi sono stati loro, gli Inti Illimani. Erano già un simbolo della musica socialmente impegnata, quando - l'11 settembre 1973 - il palazzo presidenziale di Santiago del Cile fu circondato da mezzi militari. Mentre Salvador Allende pronunciava le sue ultime parole, gli alfieri della nueva canciòn chilena erano in piazza San Pietro, in una pausa della prima tournée europea. Un tour che durò quindici anni, quanto il regime militare di Augusto Pinochet. I sette membri del gruppo ottennero infatti l'asilo politico in Italia, e nel nostro paese registrarono i loro brani più celebri, a partire dall'inno popolare El pueblo unido jamàs serà vencido. Oggi chi cerca asilo ha spesso alle spalle viaggi estenuanti, via terra e via mare, ma fugge ugualmente da dittature, conflitti armati e persecuzioni. Portando con sé, sulla scia della band cilena, ricchezza culturale e musicale. E' tutta una generazione di musicisti rifugiati, trentenni o giù di lì, che si sta affacciando sulla scena italiana ed europea, mescolando generi, lingue e tradizioni e chiedendo, con forza, di essere riconosciuta.
Nyong Inyang è uno di loro. 33enne di Calabar, nel sud della Nigeria, è un "drummer boy", un ragazzo percussionista, come vuole la tradizione di famiglia. Con il padre re tribale e la madre cantante gospel, cresce fra i tamburi e il coro della chiesa. Alla passione per la musica unisce però quella per la politica, pericolosa in comunità dominate da un intreccio fra poteri tribali e economici. Tanto che nel 2010, quando il padre viene ucciso, è costretto a scappare. Si rifugia in Libia, dove lavora come ingegnere per una compagnia di trasporti, ma nell'agosto 2011, in piena guerra civile, deve fuggire anche da lì. "La ditta era chiusa, i neri erano bersaglio delle milizie anti-Gheddafi e tutte le frontiere erano bloccate: l'unica via di salvezza - racconta - era il mare". Si ritrova in un hotel riconvertito a centro di accoglienza, nel cuore di Napoli, "senza nulla da fare per mesi e mesi". Decide allora di rimettersi a comporre e suonare. L'incontro con i musicisti dell'Orchestra Multietnica Mediterranea fa il resto. Inyang diventa una delle voci soliste dell'Orchestra e scrive Ubuntu, brano di punta del disco d'esordio dell'ensemble, "Il Mediterraneo unisce i continenti che separa", pubblicato nell'estate 2014. Oggi Inyong è un fiume in piena: il progetto solista Nafrythm, che sta per ritmo afro-napoletano, con un disco in cantiere, i singoli registrati con l'artista reggae italo-cingalese Prageeth Perera, come "Napoli terra di fratellanza", cantata in napoletano e inglese, lo spettacolo "Il mio nome è Natiki", sempre con Orchestra Multietnica Mediterranea.
[[ge:rep-locali:repubblica:127628811]]
Mihretu Ghide è approdato poco più a sud, nella baia di Salerno. Era il 2007 e questo eritreo alto e magro non si fermava da anni. Da quando, per fuggire dal servizio militare a tempo indeterminato nel suo paese, aveva tentato di attraversare il Mar Rosso, perdendo un amico nel viaggio e riparandosi poi in Sudan. Da qui in Libia e infine in Italia. "Ci ha salvati un pescatore siciliano, che ci ha portati a Lampedusa; dopo poche settimane avevo già il documento come rifugiato, ma in Italia non conoscevo nessuno". Il krar, una sorta di lira a 5-6 corde che suonava fin da bambino, era un pensiero lontano. "Ho raccolto i pomodori nella piana di Foggia, come continuano a fare oggi molto rifugiati, ho dormito nelle stazioni, nelle baracche". Finché un connazionale gli parla dei progetti di integrazione del Servizio Per Richiedenti Asilo e Rifugiati del ministero dell'Interno. Arriva così a Salerno, dove inizia a studiare italiano ed entra in contatto con i Panacea, band del percussionista Michele Longo. "Lì ho ripreso in mano il krar, grazie a un amico italiano che me ne ha costruito uno, e ho iniziato a comporre". "Zemen", uscito a giugno 2015 a nome Mihretu Ghide & Panacea (nella foto grande), include nove tracce "come le nove tribù dell'Eritrea, ognuna con una sua musica particolare, che ho voluto omaggiare". Ritmi travolgenti e testi in tigrino, con inserti in dialetto campano, e in chiusura l'inglese di "He's a friend", pezzo "dedicato ai rifugiati, che sono i rivoluzionari, i ribelli della nostra epoca e per questo vanno accolti e ascoltati, senza paura".
[[ge:rep-locali:repubblica:127628448]]
[[ge:rep-locali:repubblica:127628450]]
La lista non finisce qui. A Catania abbiamo Jali Diabate, senegalese della travagliata regione del Casamance, che con "Afro Bougna Band", primo disco in Italia, del 2014, unisce le vibrazioni della kora, strumento tipico dei griot, i cantastorie del popolo Mandeng, con ritmi occidentali. In Italia è arrivato con un visto, per partecipare a un festival musicale, e ha poi deciso di fermarsi. "In Senegal suonavo alla televisione nazionale - racconta - ma qui, nonostante le difficoltà, ho trovato la libertà di esprimere veramente chi sono". Fra gli ultimi in ordine d'arrivo ci sono i Dunia, un progetto dell'etnomusicologo Antonio Bevacqua, che da anni va a scovare artisti in erba nei centri di accoglienza di Roma. Rifugiati afghani, nigeriani, del Gambia e del Senegal che hanno scritto brani ad hoc, accompagnati dalla band dei Neilos. Il primo album arriverà in autunno e includerà brani in persiano contro i Talebani, canzoni d'amore e di viaggio. Le voci di questi artisti, come scrivevano gli Inti Illimani sul retrocopertina del secondo disco italiano, "sono il grido di libertà delle molte voci spente o imbavagliate nella nostra patria". Ascoltarle fa bene allo spirito.
Nyong Inyang è uno di loro. 33enne di Calabar, nel sud della Nigeria, è un "drummer boy", un ragazzo percussionista, come vuole la tradizione di famiglia. Con il padre re tribale e la madre cantante gospel, cresce fra i tamburi e il coro della chiesa. Alla passione per la musica unisce però quella per la politica, pericolosa in comunità dominate da un intreccio fra poteri tribali e economici. Tanto che nel 2010, quando il padre viene ucciso, è costretto a scappare. Si rifugia in Libia, dove lavora come ingegnere per una compagnia di trasporti, ma nell'agosto 2011, in piena guerra civile, deve fuggire anche da lì. "La ditta era chiusa, i neri erano bersaglio delle milizie anti-Gheddafi e tutte le frontiere erano bloccate: l'unica via di salvezza - racconta - era il mare". Si ritrova in un hotel riconvertito a centro di accoglienza, nel cuore di Napoli, "senza nulla da fare per mesi e mesi". Decide allora di rimettersi a comporre e suonare. L'incontro con i musicisti dell'Orchestra Multietnica Mediterranea fa il resto. Inyang diventa una delle voci soliste dell'Orchestra e scrive Ubuntu, brano di punta del disco d'esordio dell'ensemble, "Il Mediterraneo unisce i continenti che separa", pubblicato nell'estate 2014. Oggi Inyong è un fiume in piena: il progetto solista Nafrythm, che sta per ritmo afro-napoletano, con un disco in cantiere, i singoli registrati con l'artista reggae italo-cingalese Prageeth Perera, come "Napoli terra di fratellanza", cantata in napoletano e inglese, lo spettacolo "Il mio nome è Natiki", sempre con Orchestra Multietnica Mediterranea.
[[ge:rep-locali:repubblica:127628811]]
Mihretu Ghide è approdato poco più a sud, nella baia di Salerno. Era il 2007 e questo eritreo alto e magro non si fermava da anni. Da quando, per fuggire dal servizio militare a tempo indeterminato nel suo paese, aveva tentato di attraversare il Mar Rosso, perdendo un amico nel viaggio e riparandosi poi in Sudan. Da qui in Libia e infine in Italia. "Ci ha salvati un pescatore siciliano, che ci ha portati a Lampedusa; dopo poche settimane avevo già il documento come rifugiato, ma in Italia non conoscevo nessuno". Il krar, una sorta di lira a 5-6 corde che suonava fin da bambino, era un pensiero lontano. "Ho raccolto i pomodori nella piana di Foggia, come continuano a fare oggi molto rifugiati, ho dormito nelle stazioni, nelle baracche". Finché un connazionale gli parla dei progetti di integrazione del Servizio Per Richiedenti Asilo e Rifugiati del ministero dell'Interno. Arriva così a Salerno, dove inizia a studiare italiano ed entra in contatto con i Panacea, band del percussionista Michele Longo. "Lì ho ripreso in mano il krar, grazie a un amico italiano che me ne ha costruito uno, e ho iniziato a comporre". "Zemen", uscito a giugno 2015 a nome Mihretu Ghide & Panacea (nella foto grande), include nove tracce "come le nove tribù dell'Eritrea, ognuna con una sua musica particolare, che ho voluto omaggiare". Ritmi travolgenti e testi in tigrino, con inserti in dialetto campano, e in chiusura l'inglese di "He's a friend", pezzo "dedicato ai rifugiati, che sono i rivoluzionari, i ribelli della nostra epoca e per questo vanno accolti e ascoltati, senza paura".
[[ge:rep-locali:repubblica:127628448]]
[[ge:rep-locali:repubblica:127628450]]
La lista non finisce qui. A Catania abbiamo Jali Diabate, senegalese della travagliata regione del Casamance, che con "Afro Bougna Band", primo disco in Italia, del 2014, unisce le vibrazioni della kora, strumento tipico dei griot, i cantastorie del popolo Mandeng, con ritmi occidentali. In Italia è arrivato con un visto, per partecipare a un festival musicale, e ha poi deciso di fermarsi. "In Senegal suonavo alla televisione nazionale - racconta - ma qui, nonostante le difficoltà, ho trovato la libertà di esprimere veramente chi sono". Fra gli ultimi in ordine d'arrivo ci sono i Dunia, un progetto dell'etnomusicologo Antonio Bevacqua, che da anni va a scovare artisti in erba nei centri di accoglienza di Roma. Rifugiati afghani, nigeriani, del Gambia e del Senegal che hanno scritto brani ad hoc, accompagnati dalla band dei Neilos. Il primo album arriverà in autunno e includerà brani in persiano contro i Talebani, canzoni d'amore e di viaggio. Le voci di questi artisti, come scrivevano gli Inti Illimani sul retrocopertina del secondo disco italiano, "sono il grido di libertà delle molte voci spente o imbavagliate nella nostra patria". Ascoltarle fa bene allo spirito.