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Dead Shrimp, il blues che viene da Roma: "Ma siamo trasteverini, non neri del Mississippi"

Sono in tre, vengono dalla Capitale, e dopo l'esordio omonimo pubblicano il secondo lavoro, "How Big is Your Soul?": un disco che mescola blues, gospel e spiritual con le influenze di sempre, dai Beatles a Jimi Hendrix fino a David Bowie e Tom Waits
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Eppur si muove. E’ il blues, matrice di ogni musica, meravigliosa fonte di ispirazione cui, prima o poi, tutti ritornano. Negli ultimi anni anche in Italia c’è stata una fioritura di artisti e gruppi che hanno rimasticato il vecchio linguaggio spingendolo su nuove strade. Ispirati dalla semplificazione subita dal rock all’inizio degli anni Duemila grazie a gruppi come White Stripes, Kills e Black Keys, questi artisti hanno puntato a un suono sporco ed elettroacustico, meglio chitarra dobro slide che elettrica: “One man band”, gruppi ridotti a chitarra e batteria, i Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Luti, Davide Lipari nelle sue diverse incarnazioni, Gianni Serusi e il suo progetto The Blues Against Youth. Tutti hanno rinnovato la tradizione portando un certo gusto garage negli arrangiamenti, prediligendo dunque la distorsione al suono cristallino ma continuando a frequentare la stessa triade di accordi con lo stesso approccio utilizzati dai maes…
Eppur si muove. E’ il blues, matrice di ogni musica, meravigliosa fonte di ispirazione cui, prima o poi, tutti ritornano. Negli ultimi anni anche in Italia c’è stata una fioritura di artisti e gruppi che hanno rimasticato il vecchio linguaggio spingendolo su nuove strade. Ispirati dalla semplificazione subita dal rock all’inizio degli anni Duemila grazie a gruppi come White Stripes, Kills e Black Keys, questi artisti hanno puntato a un suono sporco ed elettroacustico, meglio chitarra dobro slide che elettrica: “One man band”, gruppi ridotti a chitarra e batteria, i Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Luti, Davide Lipari nelle sue diverse incarnazioni, Gianni Serusi e il suo progetto The Blues Against Youth. Tutti hanno rinnovato la tradizione portando un certo gusto garage negli arrangiamenti, prediligendo dunque la distorsione al suono cristallino ma continuando a frequentare la stessa triade di accordi con lo stesso approccio utilizzati dai maestri, primo tra tutti Robert Johnson. C’è poi un gruppo di Roma, i Dead Shrimp, che proprio a Johnson si ispira, a cominciare dal nome preso dal titolo di un brano del re blues del Delta del Mississippi. Alessio Magliocchetti Lombi è il chitarrista della band, giunta al suo secondo lavoro con l’album How Big is Your Soul?, in uscita in questi giorni a due anni dal disco d’esordio. Dopo il concerto di presentazione di qualche giorno fa al Monk Club di Roma, i Dead Shrimp presenteranno ancora le nuove canzoni il 5 gennaio al Brickout di Campobasso e il 6 gennaio al Play Bocs di Cosenza.

Nel vostro nuovo album il suono ha una profondità maggiore, cos’è cambiato rispetto al precedente lavoro?
«Il nostro primo disco è nato di getto, c’eravamo dati una scadenza, abbiamo scritto i pezzi in due mesi e li abbiamo registrati in tre giorni. E’ stata un’istantanea in studio, puntavamo all’immediatezza per questo il disco aveva un suono un po’ aspro. Stavolta la genesi è stata diversa, l’album è germogliato molto lentamente nei due anni trascorsi dopo l’uscita del primo disco, per cui ha seguito la maturazione della band, le sue esperienze musicali e non solo, i brani sono nati in diversi momenti tra un concerto e l’altro, in alcuni casi sono stati abbozzati e poi ripresi per essere completati. E’ insomma nato in un modo più rilassato, quindi ne è scaturita una scrittura diversa con una maggiore varietà nel suono».

Alcuni pezzi, come la title track, sono sorprendentemente gospel blues.
«Non ci siamo seduti per pianificare uno stile o l’altro, avevo questo riff di chitarra poi è arrivata l’idea della filastrocca, quindi ne è scaturito il botta e risposta e i cori, il risultato è stato questo passo da gospel e spiritual».

Il vostro nome arriva dal blues del delta, uno stile che continua ad ispirarvi?
«Il delta del blues è stata la nostra scintilla iniziale, il punto di riferimento attraverso  una serie di autori e interpreti degli anni venti e trenta. Il nostro intento era e resta di non fare mai un lavoro di maniera, di non crederci neri del Mississippi quando siamo Trasteverini di Roma, proporci come il blues all’ombra del Cupolone avrebbe un sapore un po’ grottesco. Di quella musica cerchiamo di cogliere gli ingredienti fondamentali, la lezione di immediatezza e impatto emotivo, ridurre al minimo la distanza tra emozione e musica. A questo siamo arrivati attraverso ascolti anche diversi, io forse sono l’unico tra noi tre veramente immerso nel mondo del blues, le ispirazioni comuni restano quelle meno dichiaratamente blues, dai Beatles a Jimi Hendrix, da David Bowie a Tom Waits, Sono questi riferimenti che determinano le sfumature, e ci caratterizzano, ma attraverso di loro si torna sempre a quelle radici».

Il blues in Italia, vi sentite parte di un movimento?
«Non saprei dire, ma non credo ci siano grandi similitudini con i BSBE anche se li stimo. L’approccio, forse, ma musicalmente sono molte di più le differenze. Nel passato, anche se nessun artista italiano ha esercitato una grande influenza, Roberto Ciotti: a 15 anni lo vedevo sempre al Big Mama, sognavo di poter fare come loro un giorno. Difficile tracciare una linea comune, nell’underground ci sono molti one man band che mi piacciono molto ma sono davvero poco noti al grande pubblico».

Con il suo album di cover di Dylan tradotte in italiano, Francesco De Gregori ha dimostrato con grande efficacia che contrariamente a quanto si creda la nostra lingua si presta molto al blues. Mai pensato di provarci? 
«Lui è un maestro della parola, è vero il blues in italiano fa fatica, l’inglese è senz’altro più semplice ma è anche una scelta coraggiosa. Noi nei Dead Shrimp, intendo con il batterista Gianluca Giannasso, possiamo per fortuna contare sul nostro cantante Sergio De Felice che canta in un inglese molto credibile perché ha vissuto a lungo all’estero. Di scrivere in italiano non ne abbiamo mai parlato, nessuno può escludere che in futuro si possa fare. Ricordo un esperimento blues di Cesare Basile cantato in italiano perfettamente in linea con la musica».