Spettacoli

MUSICA

Ennio Morricone, 60 anni al servizio delle immagini: "Ciò che ascoltate non nasce con ciò che vedete"

Orgoglio italiano, decine di premi e fresco di Oscar, il Maestro - "romano de Roma" cresciuto all’ombra di Goffredo Petrassi - sa essere umile, diffidente e cordiale, freddo. Guarda al passato con rari rimpianti e di sé dice: "Un musicista sottovalutato del nostro tempo? Non ho alcun dubbio. Sono io!”

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Anche con la statuetta in mano direbbe stranito: “Ma perché il cinema è così grande?”. A bassa voce e a modo suo, tanti anni fa, provò a spiegare quanto gli pesasse l’essere diventato così importante grazie a quel miliardo di film lavorati, quanto si sentisse “colpevole” per essere stato così disponibile, un artigiano più che un compositore: “Ciò che ascoltate non sempre nasce insieme con ciò che vedete”. Desiderava restringere l’inquadratura al “viso” dei suoi capolavori. Era come se ogni volta cercasse di riprendersi la sua musica. Aveva bisogno legittimarla e al tempo stesso di ridimensionarla: “Una colonna sonora deve servire le immagini, non prevaricarle”. Il “nostro” Morricone è così. Un piccolo signore che ti accoglie con la semplicità di uomo qualunque, prima diffidente e poi straordinariamente accogliente. In quel piccolo e a volte stanco “romano de Roma” si nasconde ogni volta l’uomo che ha cambiato di più la percezione del cinema degli ultimi 60 anni. Non solo l’ascolto ma anche la sua visione. Il volto di Eastwood, Coburn, Steiger, Wallach, Van Cleef, Volonté, ma anche quelli di Sinise o Costner o addirittura del Connery adulto e morente sul pavimento del suo piano rialzato di Racine Street: sarebbero gli stessi senza quegli spartiti? No.
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Lo abbiamo incontrato tante volte, questo genio tascabile. Erano occasioni sempre diverse, sempre spaventosamente stimolanti. Una volta al Forum, lo studio sotto la chiesa di Piazza Euclide, due volte a casa sua. Qualche volta ci siamo sentiti al telefono, magari per aggiungere un dettaglio qua e là o celebrare l’uscita in dvd di qualche suo film. Sempre e comunque tenendo sotto controllo i ricordi. Non rimpianti, solo ricordi. Anche se non tutti bellissimi o non tutti decifrabili ("avrei dovuto comporre la colonna sonora di 2001: Odissea nello spazio"). Conservavamo sempre (era impossibile non farlo) uno spazio per la sua passione “giallorossa” e chissà perché finivamo sempre a parlare del Liverpool (i tifosi della Roma sanno perché…). E non mancava mai un cenno alla sua allergia per i “ciarlatani” della musica. Ma la parte del leone, non Sergio, la faceva sempre quell’odi et amo, indistruttibile, per il cinema. Era un grazie ma non troppo.
 
Alla fine, allontanandosi da lui, dai suoi luoghi e dai caffè della signora Maria, la sensazione è che il cinema, con le sue grandi e avvolgenti braccia, l’abbia sovrastato. Con tutte quelle storie di malaffare, i piccoli soggetti, i dari argenti, gli sciascia, i western di terza fascia, i gialletti, gli scusa facciamo l’amore. Si è sempre sentito un po’ invaso e un po’ incompreso. All’Oscar ci pensava. Ma più passava il tempo e più ci pensava storcendo il naso.
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Non c’è mattina, ieri come oggi o domani, in cui l’Ara Coeli non entri di prepotenza nella sua casa trasformandosi in un gigantesco, mistico soprammobile dell’immenso soggiorno. Lì usciva il Morricone brontolone. Con un eloquente gesto delle mani un giorno finse di buttare dalla finestra tutti quei filamenti di celluloide. Raccontava compiaciuto: “La colonna sonora di C’era una volta in America, come tante altre, non nacque con il film. L’avevo scritta molto prima, per una storia che ancora non c’era”. Bisognava solo aspettare il matrimonio giusto, la colla industriale che ne rivelasse appieno la sua geniale e multiforme natura. E poteva anche restare sola, senza immagini. Il Maestro si è sempre descritto come un servo obbediente e consapevole. La verità però è un’altra. Morricone ha dato al cinema tutto ciò che il cinema non ha mai osato chiedergli: una dimensione quarta o quinta, una profondità assoluta, imperscrutabile, irrobustita da melodie che scendono come l’acqua dal monte, frasi e assoli di una semplicità disarmante, armonie coraggiose, spesso sperimentali, a tratti così romantiche e cantabili da sembrare quasi ovvie, capaci di riassumere Puccini, Ravel, Steiner, Young, Raskin, Rota, incastrate una dentro l’altra, una la naturale conseguenza dell’altra. Le senti che vagano fra i c’era una volta, i fumetti, i conventi, si mimetizzano fra cittadini al di ogni sospetto, spuntano fra tre colonne in cronaca, divise in capitoli, a galla sugli oceani, chiuse nei pugni, in tasca o casualmente pieni di dollari, celebrano anticristi, uccelli di cristallo, gatti a nove code, lolite, intoccabili, centinaia di flussi, milioni di combinazioni che per anni hanno tentato di scassinare il cuore di chi sente ancora i brividi quando qualcuno, distratto, magari senza neppure sapere di cosa si tratta o di chi stiamo parlando, intona: “Sean! Sean!”.
 
Morricone si maschera. Finge un approccio razionale. È la sua massima difesa. Passano gli anni ma lui non cambia. Si spaccia per arido, concreto, impassibile, freddo, sostiene che mettersi davanti a uno spartito bianco e cominciare a riempirlo è soltanto un mestiere, magari un mestiere da persona fortunata, ma alla fine un mestiere come tanti altri. Per darsi ragione ha lavorato per tutta la vita come un facchino dell’arte, lì davanti al pianoforte, parlando con mezzo mondo al telefono, sempre insicuro, torvo, magicamente produttivo. Non si fida, si concede. C’è stato un momento in cui aveva cominciato a diffidare di chi dirigeva dal palco la sua musica da film: “D’ora in poi sarò molto più avaro nel concedere autorizzazioni”. Melodie uniche che diventano preoccupazioni, un peso, a volte arrivano persino a offendere la sua educazione e quel suo essere cresciuto all’ombra di Goffredo Petrassi. Morricone non è mai riuscito a farsene una ragione. Un po’ serio e un po’ no ripeteva: “Un musicista sottovalutato del nostro tempo? Non ho alcun dubbio. Sono io…!”. Come credergli. Ma anche come non credergli. Continuava a comporre brani “colti”, seri, ostinatamente, almeno sino a una quindicina d’anni fa, pescava fra gli strumenti, indagava in altre direzioni, certo (o forse no) che il mondo prima o poi, per sfinimento, si dichiarasse pronto, finalmente disposto ad accettare anche un altro Morricone, quello delle sonate per tromba e timpani, il Morricone che imboccava la strada più impervia, rasentando l’atonale, sconfinando nell’avanguardia. Tutto pur di uscire allo scoperto, via dalla pazza folla, via dalle sale cinematografiche, dai popcorn, via da Hollywood, via da Cinecittà che non c’è più, via dai ricordi, dal passato, dalla felicità regalata a milioni di persone, dall’amore involontario che le sue poesie fatte di note e perciò fatte di niente, avevano ispirato. Era a caccia di una gloria diversa, di un riconoscimento più rotondo. E forse sentiva che non sarebbe più arrivato.
 
Poi di colpo Tarantino pensa a lui, prende Ancora qui di Elisa per Django. Morricone sbuffa: “La versione utilizzata non era quella giusta”. Fanno pace. Tarantino lo corteggia. Lui nicchia. Alla fine cede. Per The Hateful Eight Tarantino ha avuto bisogno del pacchetto completo, giovinezza, maturità e cupa senilità del genio scontroso: solo l’intero corpo creativo sarebbe stato capace di “ordire” una così tetra orchestrazione, talmente tetra da far supporre che la neve del film sia scesa fin dentro gli strumenti. Il fermo immagine sulla grandezza del creato (da Morricone) ci rende migliori, come quel “Maria” pronunciato sul palco del Kodak. Sarebbe fantastico se quest’Oscar aprisse una falla nel muro dei ricordi intrappolati o delle volontà addormentate. Ormai la musica non la scegliamo più, ormai la subiamo. Sarebbe fantastico sapere che in questo momento, da qualche parte, anche per sbaglio, si accendesse un iPod, partisse un dvd, si aprisse youtube: qualcuno in cerca di consolazione, un ragazzino curioso, un giovanotto tardivo, un signore nostalgico, si accorge che la melodia di Per le antiche scale, arrampicata su quel flauto, è così bella che forse solo i pazzi di Mario Tobino e di quel vecchio  film di Bolognini possono permettersi il lusso di entrarci dentro, goderne fino in fondo e uscirne vivi, anzi più vivi di prima, e forse un po’ più vicini a quel paradiso che magari non esiste ma se esiste allora Morricone lo ha avvicinato di qualche metro alla nostra terra di sassi e di umanità distratta. Morricone continua a regalare poesia al cinema facendo finta di essere un impiegato delle poste. Con lui il nostro mondo è sicuramente più ricco. Ci ha insegnato a emozionarci con un fischio. Ma non chiedetegli di voltarsi indietro. Perché forse non rifarebbe più niente.