Niccolò Fabi e 'Una somma di piccole cose': "L'album che ho sempre voluto fare"
ERNESTO ASSANTE
Dopo l'esperienza con Max Gazzè e Daniele Silvestri, il cantautore romano presenta il suo nuovo album: "L'ho realizzato da solo, in campagna, raccontando la mia dimensione più vera"
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Mettete da parte tutti gli album che avete comprato negli ultimi mesi, anche quelli che amate di più. Fatelo e provate a concentrarvi nell’ascolto di un album italiano, Una somma di piccole cose di Niccolò Fabi. Abbandonatevi alle canzoni, lasciate che il vostro cuore possa entrare in sintonia con la musica, che il vostro respiro si adatti alle melodie, che il vostro pensiero si avvolga alle parole cantate. Potreste scoprire che Niccolò Fabi è, oggi, una delle più belle, avvincenti, profonde, straordinarie realtà della musica italiana.
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Si, Una somma di piccole cose è un disco per molti versi fuori dall’ordinario, un disco carico di realtà ma in contrasto con la realtà, un disco fatto di una somma di piccole canzoni, di pochi strumenti, di solitudine, malinconia, ma anche di una fenomenale passione, di un’intensità rara, di grandissima poesia. Il cantautore romano, dopo l’indigestione di applausi, di musica, di folla, di successo ottenuta con l’album e il tour con Max Gazzè e Daniele Silvestri, ha sentito il bisogno di mollare tutto e di fare “l’album che ho sempre voluto fare”, dice lui, “quello che si muove esattamente all’interno dell’universo musicale che amo. Un album che ascolterei volentieri così come ascolto volentieri Bon Iver, o Ben Howard, o Sufjan Stevens, e che oggi, dopo la meravigliosa esperienza con Max e Daniele, mi sono sentito in grado di fare. Un disco realizzato da solo, in campagna, registrato mentre le canzoni le scrivevo, raccontando la mia dimensione più vera con la mia voce più vera”.
Una chitarra, una voce, pochi strumenti, Niccolò Fabi, ha voluto togliere tutto quello che non fosse essenziale dalla sua musica, si è voluto concedere, in piena coscienza e con grande maturità, la possibilità di fare un album che rispondesse solo al suo cuore d’artista: “Ma che altro avrei dovuto fare?”, dice, “Ho pensato che mettermi in gioco completamente fosse un passo necessario, ho deciso di provare a pubblicare qualcosa di teoricamente impubblicabile, compresa la copertina, che è uno scatto che ho fatto all’improvviso alle sette e mezza del mattino".
"Il disco - prosegue - è il risultato di due mesi di solitudine in campagna, dove scrivevo e registrato le canzoni, alcuni take sono frutto di dieci minuti di registrazione in diretta. E’ una cosa che non ti permetti mai di fare, c’è sempre un filtro quando scrivi una cosa e poi la registri, ci sono i consigli degli altri, le orecchie di chi ascolta e ti dice cosa va bene e cosa no, ma sai benissimo che alla fine quando senti il disco finito c’è la percezione del suono ma manca la magia che avevi trovato quando hai finito da solo il brano. Io credo che il mio compito sia quello di creare magia, in questo caso non la potevo perdere, speravo di cogliere quell’istante, sapevo che ci dovevo provare”.
Così Una somma di piccole cose suona diverso da tutto quello che la musica italiana oggi propone, un disco di “opposizione” allo status quo sonoro del mondo a suo modo radicale, ma senza la voglia di dire no a qualcosa: “Si, è un disco di opposizione senza essere oppositivo, le canzoni per il loro modo di essere contengono un’opposizione essenziale alla società e al nostro odierno modo di vivere, ma non rappresentano una ideologica presa di posizione. Voglio dire che con le canzoni, con le mie azioni, dimostro di essere contro, ma non ne faccio uno slogan. Sono canzoni malinconiche, ma positive, preferisco l’aspetto terapeutico di quell’atmosfera, che per alcuni è il modo migliore per superare un disagio. E’ un malinconico superamento, non sono nel fondo del pozzo, anzi, sono un quasi cinquantenne che fa la sua musica con la massima libertà”.
Ma è anche un disco di solitudine, in contrasto con quella fantastica compagnia che è stata il trio con Gazzè e Silvestri: “Ognuno di noi, nel lavoro del trio, ha trovato naturalmente il suo ruolo, e questo ci ha permesso di dare il meglio insieme. Ora, non a caso, con i nostri dischi da solisti ognuno ha amplificato quel ruolo, Max ha dato corpo alla sua vena più “giullaresca” se così si può dire, Daniele è il regista che mette insieme tantissime cose, io ho il compito di badare ai sentimenti. Voglio dire che fare un disco in campagna e in solitudine non è una scelta di ripiego o la presa di coscienza di una sconfitta, non dico ‘me ne vado in campagna da solo perché tutto mi fa schifo’. No, io sono portatore di qualcosa di costruttivo, niente depressione o aggressività, ma melodia, sentimento, la mia verità".
"Il tutto - spiega ancora Fabi - parte da una considerazione artistica: il mio tipo di linguaggio che non è mai aggressivo, il mio modo di cantare è fragile, non roboante o retorico. Ho la sensazione che il mio modo di bisbigliare cose potenti, per essere estremamente potente, ha bisogno di spazio, più cose tolgo e più quel sussurro diventa fragoroso, se sono accompagnato è come se avessi attorno tante distrazioni, che quando non sono ben dosate rischiano di mettere in lice della mia voce l’aspetto più esile e ‘precisino’. Nel momento in cui spegni il riverbero credo che il mio linguaggio possa essere emotivo sentimentale ma non stucchevole, emozionante ma non retorico. Un decibel più sotto e tutto diventa piccolo, un decibel più sopra si sente invece il respiro, l’intensità espressiva che può fare la differenza. E’ un rischio, perché manca un confronto, ma è un rischi che sentivo di dover correre”.
Verità nelle canzoni di Fabi ce n’è sempre stata moltissima, ma questo lavoro mette la verità ancora maggiormente in primo piano: “Volevo che fosse così, anche musicalmente. Perché il mio modo di essere è così, perché la mia voce è così". L’album è davvero un gioiello, un disco intenso e personale, e forse non poteva essere diversamente: “Nella mia carriera”, dice Fabi, “ho messo sempre sul piatto del giradischi una serie di cose che sentivo e che andavano condivise. Dovevo aprire l’ultima porta, mi mancava un passaggio per finire tutto il discorso, dopo questo album quel tipo di racconto, legato alla mia intimità, l’ho forse concluso”.