Prince in concerto canta la hit degli anni '80: "Purple rain"
Musica, è morto Prince: aveva 57 anni / Fotostoria
Prince Rogers Nelson, in arte Prince, è morto nella sua casa di Minneapolis, in Minnesota, all'età di 57 anni. Nato il 7 giugno 1958 da una famiglia di jazzisti, Prince è stato uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Cantante, musicista, attore, regista e produttore, dalla fine degli anni 70 Prince aveva inciso album di enorme impatto come 1999, Purple rain, Around the world in a day, Sign O' the times, Lovesexy, vendendo oltre 100 milioni di album. Il suo linguaggio musicale, a cavallo tra funk, rock, psichedelia e pop, ha cambiato per sempre la storia della musica. È stato protagonista di una lunga battaglia con le major discografiche per rivendicare la sua libertà di scelta artistica. Nel mezzo della sua lunga disputa legale, Prince cambiò più volte il suo nome (The Symbol, The Artist, The Artist formerly know as Prince ovvero Tafkap) senza mia smettere di produrre musica. Fu anche una delle prime star a veicolare i suoi dischi attraverso internet
Soul, funk, ryhthm’n’blues, rock, jazz, pop, psichedelia, nulla era sconosciuto al suo vocabolario, perché la musica, per Prince, era tutt’una, non c’era differenza tra alto e basso, tra colto e popolare, tra “difficile” e “facile”, la musica era solo bellezza, o non era. Questo gli ha consentito di produrre capolavori che, ancora oggi, sfuggono ad ogni ragionevole e possibile categoria, perché la categoria in cui cadono è solo quella del genio del suo autore. Prendere il brano più classico del suo repertorio, quella Purple Rain che lo rese celebre: è un pezzo dalla struttura blues, è uno straordinario brano rock, è una bellissima ballata, ha echi di jazz e di soul, suonato con strumenti elettronici, manipolato in studio di registrazione. Nessun’etichetta, nessuna necessità di averne una.
Addio a Prince, il cordoglio sui social network: "Ciao, artista"
È morto Prince. Il corpo della 57enne popstar statunitense è stato trovato senza vita nella sua abitazione a Minneapolis. Subito dopo la notizia della sua scomparsa, Twitter e Instagram sono stati inondati di messaggi di cordoglio da parte degli utenti. "Ciao artista, sarai sempre uno dei più grandi di tutti". Anche tantissimi vip hanno scelto i social per dare il loro addio al folletto di Minneapolis. Tra i primi a ricordarlo la figlia di Hillary e Bill Clinton, Chelsea: "Grazie Prince. Tutti i miei pensieri e le mie preghiere sono con le persone che amavi". "Prince, eri una leggenda, riposa in pace", ha scritto la popstar Lily Allen. E Kate Perry ha twittato: "E così... Il mondo ha perso un sacco di magia. Riposa in pace, e grazie per averci donato così tanto". Dal suo profilo, l'attore Samuel L. Jackson ha scritto a caldo: "Sono sconvolto, i media dicono che Prince è morto? - ha twittato incredulo - Davvero? Un'enorme perdita per tutti noi! Che genio! Sono senza parole". Triste anche l'ex Take That Robbie Williams: "Ora anche Prince. No, no, no... Riposa in pace genio". Personale il ricordo dell'attore australiano Russell Crowe: "E' stato il più grande live che abbia mai visto. Geniale, poeta, sexy. Riposa in pace, Prince".
Prince, addio al genio dai mille volti - il videotributo
Il cinema. Purple Rain è stato un piccolo grande capolavoro. Un capolavoro musicale (l’album che porta lo stesso titolo è uno dei più venduti della storia della discografia), e un esempio di come una canzone potesse seriamente diventare la base di un racconto cinematografico. Un “musicarello”? In parte si? Un “musical”, certamente ma di tipo completamente diverso, in cui anche le coreografie, piccole e necessarie, erano credibilmente costruite sul palcoscenico. Un lungo videoclip? Sicuramente, ma con l’ambizione, premiata, di sfuggire alle ovvietà della videomusica degli esordi.
Ma se Purple Rain è un film che oggi diremmo d’epoca, la vera ambizione cinematografica di Prince prende corpo con il lavoro seguente Graffiti bridge, un clamoroso fallimento al box office, premiato in negativo in più di un’occasione, ricordato come uno dei film più brutti del decennio. Megalomania, voglia di stupire, ansia di riconoscimento, voglia soprattutto di occupare ogni spazio possibile del mondo dei media (dischi e televisione non bastavano al suo spropositato ego) spinsero Prince dalla parte sbagliata. Ma a rivedere oggi il film, volendo essere onesti, pur non trattandosi di un capolavoro, nemmeno di un film vagamente memorabile, va detto che la pellicola non era poi così malvagia. Depurata di tutto il can can dell’epoca, resta un delizioso progetto “vintage”, di un cantante che voleva raccontare storie per immagini e che, alla fin fine, smise di farlo in fretta, nel 1986.
I videoclip. Qui, invece, Prince trova spesso e volentieri la quadratura del cerchio. Non solo nel geniale lettering di Sign o’ the times, o nella sfacciata provocazione sessuale quando usciva dalla vasca da bagno in When doves cry, o nei veli delle ballerine di Kiss. Ma anche e soprattutto quando i toni diventavano leggeri e colorati, come in Raspberry Beret, o in Paisley Park. Molti dei video portano la sua firma come regia, alcuni di quelli già citati, ma anche Girls and Boys, America, e moltissimi dei video negli anni Novanta. Prince aveva un gusto per l’immagine che nella brevità dei video diventava particolarmente precisa, tagliente, immediata, come molte delle sue canzoni. Certo, i lavori fatti con Spike Lee o con Jean Baptiste Mondino o dei molti altri registi che hanno lavorato con lui hanno spesso offerto un punto di vista differente, ma sono i clip da lui diretti a darci un’idea più precisa del linguaggio di Prince, che era “completo”, nel senso che metteva naturalmente in sintonia suoni e visioni. Ha realizzato nella sua carriera 126 videoclip. Forse prima o poi qualcuno dovrebbe prendersi la briga di guardarli tutti, uno dopo l’altro, per scoprire il filo conduttore di un rapporto con l’immagine che sicuramente è stato molto personale e molto importante. Il che ci porta ad un altro punto centrale, quello dei concerti.
Il live. Ci sono cinque artisti che negli anni Ottanta, ci piacciano o meno, hanno cambiato tutto per quello che riguarda i concerti. Gli U2, con l’impianto straordinariamente tecnologico dei loro show multimediali; Michael Jackson che ha portato la spettacolarità dei concerti pop all’interno degli stati contaminandoli con dosi di spettacolarità (spesso inutile) molto elevata; Madonna che ha portato il musical in scena, con coreografie, balletti e costumi; Bruce Springsteen, che ha messo al centro l’autenticità e ha trasformato i suoi concerti in eventi messianici in nome del rock; e Prince, che per la musica nera ha fatto dal vivo quanto, prima di lui, avevano fatto solo Ray Charles e James Brown. Figlio diretto di quella tradizione, ma contaminata da Little Richard e Jimi Hendrix, Prince negli anni ottanta ha offerto alcuni degli spettacoli più belli, completi, esplosivi, coinvolgenti, geniali che ci sia capitato di vedere. Spettacoli, certamente, ma che a differenza di quello che facevano Jackson e Madonna, non avevano nulla di insensato e di inutile, e che similmente a Springsteen e agli U2, erano carichi di comunicativa, calore fisico, sesso, emozione, passione, tali da portare il pubblico ad uno stato superiore di coscienza, a una sorta di “nirvana” che solo pochi grandi artisti sono riusciti a raggiungere.
I concerti di Prince erano, insomma, un’esperienza. Divertenti, sorprendenti e carichi di musica ben suonata, mai sovraccarichi di effetti speciali, sempre ricchi di soluzioni visive e visionarie, nelle quali era possibile rintracciare elementi dell’intera storia della musica popolare. Prince “citava” in concerto, in maniera postmoderna, tutta la storia, facendola diventare contemporanea, viaggiava nel tempo portando con se il pubblico, lo esaltava e lo blandiva, lo coccolava e lo stordiva, usando alla perfezione tutte le arti dello spettacolo. Era artificiale e vero al tempo stesso, c’era la maniacale costruzione di show in cui nulla era lasciato al caso e al tempo stesso la straordinaria forza dell’improvvisazione, il gusto della sorpresa, del “miracolo” improvviso. Difficile dimenticare un concerto di Prince degli anni Ottanta, difficile raggiungere i suoi livelli. E ancora oggi i suoi concerti erano impagabilmente diversi da quelli di tutti gli altri.
I dischi. La traduzione del suo rapporto con la musica in dischi, in registrazioni, non è mai stata facile. Sia perché Prince, come abbiamo detto, tendeva a ricoprire tutti i ruoli in commedia, dal turnista al produttore, fino al discografico se necessario, al pubblicitario, al regista dei clip....sia perché forse le registrazioni non sono mai state in grado (come accade del resto da sempre a Bruce Springsteen) di contenere tutto quello che Prince era in grado di offrire dal vivo. Il lavoro in studio, dunque, non era quello del travolgente eroe dei concerti, ma quello dell’alchimista, dell’inventore. Lo so, sembrerà un’esagerazione o una battuta, ma Prince in studio di registrazione era una sorta di incrocio tra George Martin e Brian Eno, produttori e musicisti al tempo stesso, in grado di suonare lo studio di registrazione più e meglio di chiunque altro nelle loro rispettive epoche. Prince ha usato gli studi (i suoi studi ovviamente, a Minneapolis) per provare a dar corpo a sogni musicali del tutto inediti.
Lo ha fatto da subito, già con i primi due album, poi la strada si è fatta sempre più complessa e affascinante. Dirty Mind è già un capolavoro, in cui nel 1980 Prince si fa beffe di regole e schemi, suona punk e elettronica, parla di sesso orale e di incesto, facendo una dichiarazione politica e sociale chiarissima in Uptown, quando prova a immaginare un mondo totalmente libero, in cui ogni essere umano può scegliere quello che vuole essere, in termini di sesso, colore della pelle, persino nell’età. E’ un disco che sembra non aver parentela con i due precedenti, è la porta che si apre, e che Prince non chiuderà mai più, verso una musica senza confini. La politica, la vita, sono parte integrante anche di Controversy, 1981, in cui se la prende senza mezzi termini anche con Ronald Reagan, senza mai dimenticare però gli altri due argomenti chiave della sua “poetica” il divertimento e il sesso. Con 1999 il lavoro in studio diventa pressochè perfetto, i temi di cui parla sono sempre quelli, ma i suoni con cui li rende vivi sono futuristici, elettronici, caldi e pulsanti nonostante siano figli della tecnologia.
Prince usa lo studio come un’astronave con la quale esplora le nuove possibilità offerte soprattutto dai sintetizzatori, che consentono non solo suoni nuovi, ma mondi sonori inediti, mondi che Prince esplora e fonde l’uno con l’altro, fino ad arrivare alla perfezione degli album seguenti, Purple rain, Around the world in a day, Parade, Sign o’ the times, Lovesexy, il controverso Batman, Graffiti bridge, Diamonds and pearls.
Poi qualcosa si rompe nel rapporto con l’industria discografica e mentre i concerti sono ancora magici e esplosivi, i dischi perdono la loro centralità. Prince pubblica album senza titolo, o dischi in cui il suo nome non c’è, diventa Tafkap (The Artist Formerly Known As Prince), lascia etichette, ne apre altre, si infila in battaglie legali per difendere la sua autonomia artistica contro i “predoni” della musica, combatte persino l’avvento di Internet. Ma non smette mai di produrre dischi, costantemente, inesorabilmente, prendendo strade diverse, alle volte caotiche, alle volte difficilmente comprensibili, andando avanti e indietro nel tempo con la sua astronave, nella quale anche i dolori della vita vera vengono attutiti, nella quale trova ancora, come sul palcoscenico il suo equilibrio.
Un disco all’anno, più o meno, fino al 2010. Poi, per la prima volta nella sua carriera, quattro anni di silenzio, niente registrazioni, niente album. Ma solo per riordinare le idee e pubblicare in due anni, il 2014 e il 2015, ben quattro album, ricchi di idee, ipotesi, fantasie, visioni. Certo, Prince non era più di moda, ma basta ascoltare l’ultimo album, HitnRun Phase Two, per capire che certamente non era finito, che aveva ancora qualcosa da dire, e che lo sapeva fare molto bene.
La chitarra. Suonava ogni strumento mai creato, ma aveva un solo grande amore, quello per la chitarra elettrica. Ed è stato un grande chitarrista. Provate a riascoltare ancora oggi l’assolo di Purple rain, anche se lo conoscete a memoria. Provate a ricordare, se avete avuto la fortuna di vederlo e ascoltarlo dal vivo, com’era quell’assolo quando Prince era in scena. Non è stato un innovatore della chitarra, ma è stato un grandissimo solista. Non era la tecnica o la spettacolarità, che comunque non gli sono mai mancate, a renderlo grande, ma la capacità espressiva, la forza emotiva che riusciva a infondere nelle note che suonava. Note mai inutili, note “necessarie” nel momento in cui le tirava fuori dalla sua sei corde, che era il suo naturale prolungamento fisico nel mondo della musica. Prince e la sua chitarra, soprattutto in concerto, erano una cosa sola. E il fatto che abbia saputo prendere la lezione hendrixiana e trasformarla in magnifico pop e soul andrebbe ricordato più spesso.
L’eredità. Cosa resterà di Prince. Certamente un catalogo di canzoni bellissime, alcune delle quali hanno segnato in maniera indelebile gli ultimi due decenni del secolo scorso e in particolare gli anni Ottanta. Resterà, però, sopratutto la sua lezione artistica, quella che la maggior parte dei cantanti legati al soul, al funk, alla musica nera e al pop in America hanno imparato a memoria e hanno portato fino ai giorni nostri. Così come Ray Charles aveva aperto la strada al rock’n’roll e James Brown quella al funk, Prince ha aperto la strada al pop del nuovo millennio che oggi porta indelebilmente il suo segno.