Arrivati a destinazione cominciò per noi una sorta di caccia al tesoro per capire innanzitutto dove lo avremmo incontrato. Di tanto in tanto un sms o una mail ci dava qualche dettaglio in più, ma ora e luogo cambiarono più volte nel corso della giornata. L’ultima email della lunga serie di messaggi ci avvertiva che durante l'incontro sarebbe stato vietato registrare, al bando anche i cellulari, ammessi solo carta e penna. Brancolavamo nel buio. Intrecciando con i colleghi le poche informazioni arrivammo alla conclusione che si doveva trattare dell’annuncio di un tour. Ma perché tanta sollecitudine?
Addio a Prince, viaggio nella reggia tra musica e stravaganze
La residenza di Paisley Park, nel Minnesota, si estende su oltre 21 chilometri quadrati, ha pavimenti adornati con il famoso simbolo adottato dal cantante come suo sinonimo, dal soffitto si diffonde ovunque una piacevole luce viola e l'arredamento è di design, senza mai rinunciare a colori eclettici. Ovunque chitarre e strumenti musicali e, naturalmente, uno studio di registrazione sontuoso. C'è persino una stanza denominata la Galaxy room, dedicata alla meditazione, illuminata da luci ultraviolette e con i pianeti dipinti sui muri. E, sebbene quando la residenza fu completata nel 1988 ci fu chi la descrisse come una “prigione”, non apprezzandone la bellezza esteriore, per Prince la vera magia era al suo interno. Fu qui, infatti, che registrò da quell'anno in poi circa 30 album, che passeranno alla storia
a cura di Rosita Gangi
Entriamo in un ambiente in cui domina il colore viola in tutte le sue gradazioni, al soffitto, alle pareti, per la pelle dei divani. Un assistente di Prince ci accoglie offrendoci un volantino di presentazione del tour Prince - Spotlight: Piano & a Microphone. Ecco la svolta artistica, le sue canzoni senza elettricità, scarnificate, ridotte alla bellezza della loro melodia: il principe del funky senza ritmo e senza elettricità, spogliato di tutto ciò che l'interno di Paisley Park ci racconta, a cominciare da un grande murales con Prince circondato dai musicisti delle sue band e dai suoi miti passati e viventi: James Brown, Miles Davis, Santana, Otis Redding. Nel tour visitiamo le meraviglie di tre studi di registrazione, due grandi sale da concerti con palchi stracolmi di strumenti e amplificatori, entriamo in una sala relax dai colori pastello, nell’aria profumo di incenso, tutto molto psichedelico. Poi ci sono due spazi dedicati ai memorabilia, i vestiti di scena e la moto Honda utilizzata nel film Purple rain.
Poi eccoci nel luogo dell’intervista, la sala concerti più piccola: Prince entra dal fondo della sala, da lontano si nota per il fisico minuto e l’ampia acconciatura afro, vestito completamente di bianco, pantaloni scampanati e maglietta, infradito con la zeppa e calzini bianchi, la chitarra elettrica a tracolla. Va diretto sul palco, sistema lo strumento per il concerto che terrà tra due ore, siede alle tastiere, comincia a suonare qualcosa e chiede: «Cosa volevate sapere?».
Saliamo anche noi sul palco, meglio, ci arrampichiamo, è riuscito a mettere tra noi e lui la distanza che voleva, già suona e già nel personaggio, ci viene naturale sederci ad ascoltare. Prince da sempre guida il suo percorso artistico, con i collaboratori pare sia tremendo, licenzia senza troppi convenevoli. Ha sempre fatto così, sin dall’inizio: caso più unico che raro nella discografia americana, per l’album di debutto For you del ’78 strappò un accordo con la Warner per avere il pieno controllo artistico, poi suonò da solo tutti gli strumenti (in quell’occasione furono 27 diversi). Ma continuò a decidere su ogni aspetto anche più tardi, arrivando a cambiare più volte nome (Victor, Tafkap…) pur di liberarsi dal giogo della casa discografica negli anni Novanta, e poi ultimamente anche entrando in rotta di collisione con i servizi di streaming on line.
Nessuno di noi né prima né dopo l’incontro lo ha avvicinato fino a stringergli la mano, eppure era lì, a un metro di distanza, che spiegava i motivi della scelta del concerto di solo pianoforte: «Ho bisogno di lanciarmi in nuove sfide» ci disse, «non sono il tipo che si prende volentieri brutte recensioni».
C’era in quella voglia di tornare sul palco qualcosa di viscerale che lo legava alla sua passione per la musica, e anche il pubblico che animava le feste a tema che organizzava al Paisley Park (quella sera arrivarono in mille tutti in pigiama e vestaglia da notte per un pigiama party) erano parte del rito. C’era qualcosa in lui che potesse far pensare a una fragilità? Assolutamente no, anzi le regole da rispettare al Paisley Park erano da salutisti: vietate le bevande alcoliche, per fumare bisognava uscire oltre il recinto esterno, abbiamo visto persone chiuse in macchina nel parcheggio per consumare le loro sigarette e non venir scoperti dalla sorveglianza. «L’altra sera ho tenuto un concerto qui e poi mi sono fermato a suonare da solo, se n’erano andati tutti, anche i miei collaboratori, è stato bellissimo». Chissà se è successo anche la notte di giovedì, il giorno in cui l’overdose se l’è portato via.