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I Cani: "Non è 'hipsteria'. C'era un mondo nuovo che doveva essere raccontato"

Un tour sold out, la candidatura ai David di Donatello per una colonna sonora e molti passaggi in radio. Con 'Aurora' la band è diventata il caso dell'anno. Un disco sulla generazione hipster che ha conquistato un pubblico più ampio: "Non è delle canzoni d'amore che ho paura ma della banalità", spiega Niccolò Contessa, l'uomo dietro il progetto

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È estremamente magro, abbastanza alto, porta gli occhiali, i capelli rasati, un cappellino, baffi e un accenno di barba l'autore del disco più bello dell'anno, Aurora, che parla di amore ed economia, bodhisattva e complesse teorie della fisica con un linguaggio nuovo e diverso da tutto. Niccolò Contessa ha trent'anni, compiuti pochi giorni fa, è molto timido. Sta raccontando in musica la sua generazione ma lui non vorrebbe che si dicesse così. Non per vezzo, ma per quella che sembra una reale ritrosia a voler essere portavoce di chicchessia. In comune col quasi coetaneo Zerocalcare ha il terrore dei "pipponi" e la volontà ferma di starsene lontano dai riti obbligati dei "vincenti" quali partecipare alle feste, agli eventi, ai salotti. Come lui, non ama starsene troppo in giro e anche quando è in tournée appena può torna a Roma, in una casa nel cuore di Testaccio. Scale ripide o un ascensore stretto per arrivarci. Un divano con un po' di vestiti buttati sopra, una chitarra acustica, un grande televisore e consolle per videogame, stampe di foglie alle pareti, una rilassante vista su un grande albero dalla finestra. Nessuna concessione all'iconografia del rock'n'roll. Proprio come nelle sue canzoni. "So che può sembrare paradossale ma in realtà questa zona non la conoscevo per niente, proprio zero: abito qui dal 2012 ma sono cresciuto in Corso Trieste, Roma Nord".

Un mondo che Niccolò ha raccontato molto bene in brani come I pariolini di 18 anni che diceva cose come "i pariolini di diciott'anni comprano e vendono cocaina, fanno le aperte coi motorini, odiano tutte le guardie infami. Animati da un generico quanto autentico fascismo, testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi". Poche righe da entomologo che diventano subito un caso provocando critiche feroci da destra e da sinistra. "È stato il primo pezzo che ho messo su Internet insieme a Wes Anderson. Non volevo usare il mio nome e allora ho creato un finto account su Facebook e ho caricato i brani su SoundCloud con il nome ICani - LaBand, che mi trovo sul groppone anche oggi. Per fortuna che ci hanno definiti 'geni del marketing online': è un nome incercabile sui motori di ricerca". Però il fenomeno diventa virale e la scelta dell'anonimato alimenta il mistero: Niccolò al posto della sua foto mette su Internet immagini di varie razze di cani. Tutti si chiedono chi siano gli autori di quelle canzoni che, da subito, mostrano una capacità di scrittura lineare, fredda ed emozionale al tempo stesso. "L'anonimato era una scelta che mi divertiva e mi schermava; anche nei concerti all'inizio ci esibivamo con un sacchetto in testa ma così, in maniera simbolica: dopo il primo brano ce lo toglievamo. Comunque a me non piace stare sotto ai riflettori: ho i miei narcisismi sicuramente ma voglio poter stare defilato". Il disco vero e proprio, intitolato Il sorprendente album d'esordio de I Cani, esce nel 2011 e si apre con un brano intolato Hipsteria, con un video fatto di foto realizzata con l'app per smartphone Hipstamatic. Niccolò canta: "Il Negroni che guardavi dall'alto e mescolavi, a fine giugno maturità e aperitivo a Monti/ A casa poi scrivevi i tuoi racconti, sacrificavi i tuoi diciannove anni curva su di un MacBook Pro/ La pelle. La finta pelle/ Andrò a New York a lavorare da American Apparel/ Io ti assicuro che lo faccio/ o se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace". È, di fatto, il primo ritratto in musica della generazione hipster. "Dietro c'è un'ideologia che è semplicemente l'individualismo. Nel mondo della tecnologia è la start up che ti dice che vorrebbe salvare il mondo con un'applicazione. Sono le velleità. Ma anche l'angoscia. Quando ho scritto quel disco ero conscio di un solo fatto: che c'era un mondo che aveva bisogno di categorie nuove per essere raccontato perché la cultura giovanile italiana per i media era sempre e solo quella degli anni Settanta/Ottanta o al massimo Novanta e non rappresentava né me né quello che mi stava intorno. Volevo descrivere una realtà fatta di ragazzi con altri sogni, nel bene e nel male, senza retorica e senza commenti. Non c'era più l'idea della cosiddetta Generazione X, del viversi addosso, ma gente molto determinata con tantissima voglia di affermarsi e che le venisse riconosciuto qualcosa, la sua preparazione culturale per esempio. Contestualmente questa generazione vive con ansia costante la sua condizione, con una rabbia che trova sfogo nei social e non nelle piazze come un tempo".

La sua è una famiglia normale come i sogni di Niccolò che, non a caso, in un altro pezzo de Il sorprendente album d'esordio de I Cani dice "le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero". Insomma quella condizione di totale incertezza comune a molti giovani di cui si accennava prima. "Mia madre è stata insegnante e poi bibliotecaria, mio padre lavorava alla Banca d'Italia e poi ho un fratello di dieci anni più grande di me che vive in Canada con moglie e figli e insegna filosofia. Se n'è andato quando io ero adolescente, in Italia la carriera universitaria non era possibile. Mi ha lasciato un sacco di dischi". In famiglia in realtà nessuno ha mai avuto a che fare con la musica: "Mio padre però ha sempre avuto la passione per la scrittura e il teatro e forse per questo non mi ha mai davvero ossessionato con la famosa idea del posto in banca e adesso è contento di quello che faccio. Molti ascolti li devo a mio fratello che amava il rock indipendente. Nella sua collezione di dischi ci sono Sonic Youth, Nirvana, Pavement, Cure. Questi ultimi, soprattutto, li ascoltava sempre e proprio per questo invece io non ho voluto farlo, eppure evidentemente mi sono entrati dentro a livello inconscio perché in tanti mi dicono che ci sono molte melodie, quelle fatte con i sintetizzatori nel primo disco, che li ricordano".

I Cani, l'amore ne "Il posto più freddo"

La prima, vera passione di Niccolò è un'altra: "I computer. Se mi avessero chiesto cosa avrei voluto fare in futuro quando avevo sette anni avrei risposto 'il programmatore di videogiochi'. Non avevo inclinazioni musicali ma mi piacevano le strutture rigide: la matematica, i computer, le scienze. E anche questa non era una cosa di famiglia: sono stato il primo a frequentare il liceo scientifico. Però mi piaceva anche molto stare da solo e leggere. Fino ai nove anni avevo problemi a interagire con le persone, poi a poco a poco è iniziato il disgelo. Leggevo tanta fantascienza e un film come Blade Runner mi ha lasciato un segno, anche per la colonna sonora". Un'altra influenza che apparentemente nulla c'entra con l'indie sono gli 883. "Li ascoltavo da piccolo: ti parlavano in un modo che è impossibile non ricordare con affetto: Max Pezzali era come un fratello maggiore molto buono, molto umano e per niente divo, con un talento melodico pazzesco. Sono pezzi molto radiofonici ma che capisci sempre di cosa stanno parlando. A differenza di alcuni cantautori del periodo precedente non ti attaccano un pippone su due accordi che può durare anche otto minuti". Anche il primo disco comprato è piuttosto sorprendente: "Fu quello che conteneva La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese, che avevo visto a quella famosa edizione di Sanremo dove arrivarono secondi. Avevo undici anni e da lì in poi li comprai tutti. Li ascoltavo di nascosto perché erano pieni di porcate. Poi Nirvana, Smashing Pumpkins, un po' di rap, Public Enemy e Beastie Boys, ma per un bel po' sono andato in fissa con Daft Punk e Justice e quindi con l'elettronica". Primo strumento: "Basso e poi chitarra, tastiere, programmazione e adesso piano".

Per il nuovo disco Niccolò ha cambiato tutto: l'etichetta "indie" rimane forse a definire un'etica ma le canzoni potrebbero andare a Sanremo e vincerlo se Sanremo oggi rappresentasse davvero il paese come faceva agli esordi e non i talent show: "Ho ascoltato molto Elton John, la prima canzone che ho imparato al piano è stata Your Song, e poi un suo giovane allievo, Tobias Jesso Jr., che ha una storia di fallimenti pesanti alle spalle. Oggi molti di quelli che si ammantano di 'etica indie' ma sono cresciuti in un contesto totalmente post ideologico vogliono arrivare al successo, hanno ambizioni pienamente mainstream. È una contraddizione che ho vissuto anch'io: vengo da quel mondo, l'ho raccontato ma sono felice se gente che non si riconosce nell'indie o non ne ha mai sentito parlare vuole ascoltare quello che faccio". Forse l'accelerazionismo, ovvero quella corrente di pensiero che si propone di arrivare a una società postcapitalistica accelerandone al massimo le dinamiche, può costituire una giustificazione ideologica. "Perfetto. L'accelerazionismo è una giustificazione perfetta per i gruppi indie che fanno pop. E oggi infatti tutti vogliono fare pop, anche Oneohtrix Point Never (musicista sperimentale ma spesso sorprendente, ndr) per dire. Forse in una società come questa c'è meno voglia di comunità e più di individualismo, e al tempo stesso di globalità, le caratteristiche della Rete".

Del resto nessuno fino a oggi era riuscito a scrivere una bellissima canzone d'amore, di quelle che ti restano in mente al primo ascolto, citando il WTO, la Goldman Sachs e i diritti Siae. Il pezzo Questo nostro grande amore inizia così: "Dovremmo monetizzare/ questo nostro grande amore/ con dei video virali/ o dei post svergognati/ da settemila mi piace/ io e te sponsorizzati/ venduti a decine di migliaia di Euro ai brand". "Nasce davvero da una conversazione con la mia fidanzata: avevamo visto i cartelli di Fedez con la sua compagna mezzi nudi. Lei ha detto: 'Dobbiamo farlo anche noi'. E non stava scherzando". Non è mai irrisione, né critica, né agiografia, c'è sempre qualcosa di più complesso nelle canzoni de I Cani. "Voglio solo raccontare qualcosa di vivo. Forse perché io ero disilluso già in giovane età: fermo, seduto, apatico". Uno così apatico che in tre album ha ridefinito l'estetica dell'indie e del pop connotandola di riferimenti alti senza essere paludati e riuscendo a parlare di emozioni in maniera delicata e al tempo stesso moderna. "Oggi ho meno paura delle emozioni. In realtà non è delle emozioni che avevo paura ma della banalità. Di dire banalità. È facilissimo scrivere una canzone d'amore, è difficilissimo scrivere una bella canzone d'amore".