Spettacoli

MUSICA

99 Posse, esce 'Il tempo. Le parole. Il suono': "Sogniamo sempre di cambiare il mondo"

Nel nuovo disco, che contiene sedici canzoni, la band partenopea ha collaborato con Enzo Avitabile, Rocco Hunt, Lo Stato sociale, Valerio Jovine e altri ospiti: "Abbiamo preso coscienza di essere cambiati". I problemi di tossicodipendenza di Luca sono ormai alle spalle: "Come Berlusconi ho dei precedenti, ma non mi sento simile a lui"

3 minuti di lettura
NAPOLI - È alle porte di Napoli lo studio in cui Zulù, Marco Messina, Massimo Jovine e Sacha Ricci stanno provando il nuovo concerto. Il tour dei 99 Posse comincia venerdì 22 aprile da Firenze, lo stesso giorno dell’uscita dell’album Il Tempo. Le Parole. Il Suono. Intorno al gruppo c’è un via vai di compagne, bambini, giocattoli, palloni di calcio. La 99 Posse family si è allargata, nei Fly Studios non tira né aria di compromessi, né di resa al sistema. I problemi di tossicodipendenza sono un fantasma lontano. Tra una sigaretta e l’altra, Luca ci scherza su: “Come Berlusconi ho dei precedenti, siamo tutti e due pregiudicati, ma non mi sento simile a lui”. Le sedici nuove canzoni contengono collaborazioni con Enzo Avitabile, Rocco Hunt, lo Stato Sociale, Valerio Jovine, Mama Marjas, Andrea D’Alessio e Speaker Cenzou. “Con Curre Curre Guagliò 2.0 abbiamo chiuso un cerchio. È stato un disco pieno di collaborazioni. Stavolta pensavamo di farne senza. Poi le cose sono cambiate”.

'Combat reggae', il ritorno dei 99 Posse

Il tempo. Le parole. Il suono è un disco che parla di identità. Perché questo tema?
“Prima di metterci a scrivere ci siamo chiesti: ‘chi siamo e perché gridiamo? Questo disco parla di noi. Negli ultimi 25 anni abbiamo lavorato per la distruzione delle classi. Oggi le cose sono cambiate ma noi non ci tiriamo indietro. Parlare di identità è stato quasi naturale. Io (parla Luca Persico, ndr) ero ad Avellino, Massimo e Marco in studio a Napoli. Anche se a distanza, abbiamo sentito che bisognava lavorare sull’identità espressiva. Per anni ogni volta che dovevo scrivere i testi di un disco è stato un dramma. Avevo paura di essere banale, scontato, temevo di non trovare le rime giuste. Questa volta no: Luca e Zulù hanno fatto pace. Le parole dell’album mi sono venute dalle viscere”. L’album precedente ha chiuso una fase. Il tempo… ne apre una nuova?
“Curre curre guagliò 2.0 è stata una festa, la chiusura di un cerchio. E allo stesso tempo è stato tracciare un nuovo percorso. Le nuove canzoni ne sono la continuazione. Abbiamo preso coscienza di quello che siamo. Siamo cambiati. Venticinque anni insieme rappresentano un giacimento di ricchezza che va raccontato e messo a disposizione degli altri. Per anni abbiamo parlato alle teste dei compagni, oggi scriviamo canzoni di pancia, di istinto. È venuto anche per noi il momento di confrontarci con i temi della morte e della sconfitta, con la consapevolezza di essere minoritari. Va bene, perché sentiamo ancora qualcosa da esprimere”.

Com’è cambiata la società in questo quarto di secolo?
“Siamo di fronte alla barbarie. Non ci sentiamo a nostro agio in questa società in cui non si parla di giustizia ma si agita la parola ‘legalità’ come un feticcio. Nelle nuove canzoni abbiamo affrontato la scrittura in un modo diverso. Lo chiamano metalinguaggio. Io ho un figlio che cresce e rappresenta il mio giacimento di felicità. È venuto il momento di narrare anche i momenti di gioia”.

Non temete di deludere i vecchi fan?
Marco Messina: “Su Twitter ci hanno chiesto se siamo ancora compagni. Certo, abbiamo solo cambiato il modo di dire le cose. Siamo fieri di essere stati capaci di essere diversi”.
Zulù: “Ci hanno etichettati sempre come cattivi maestri. Cattivi sì, maestri mai. Firmato: terrone di merda Luca Persico. Nel 1991 eravamo nel coordinamento anti-imperialista e antinucleare, sembravamo indiani metropolitani. Eravamo l’ala creativa del movimento, alunni curiosi e svogliati di quella stagione. Abbiamo 45-47 anni e ci sembra più intelligente evitare di farci omologare dal mercato, che ha bisogno di ribelli a ogni costo. Fare questo mestiere è difficile. La politica si muove, evolve velocemente. Oggi combattiamo il mito di noi stessi”.

Ci sono cambiamenti anche dal punto di vista musicale?
M. M.: “Non siamo mai riusciti a fare un genere specifico. Venivamo tutti da esperienze diverse. Amiamo il meticciato, consideriamo gli stili come una gabbia. Piuttosto che copiare preferiamo partorire un’idea tutta nostra. Non ragioniamo in termini di generi, ma di attitudini.  In questi anni abbiamo recuperato il rapporto con il rap e con il folk. Se ci pensiamo bene il secondo coro del Canto delle lavandaie nella Gatta Cenerentola è un pezzo di techno music”.
Massimo Jovine: “L’industria discografica ha provato a etichettarci per vendere il prodotto 99, ma non abbiamo mai ceduto. Il reggae è stato il nostro collante, ci ha tenuti uniti. Quando ci siamo incontrati eravamo sopravvissuti agli anni ’80 grazie alla musica”.

Che cosa sono diventati i 99 Posse?
M. M.:  “Mi sento come un uomo del ‘900 a disagio nel 21° secolo”.
M. J.:  “Penso che sia ancora possibile sperare e sognare di cambiare la società in un altro modo”.
Zulù: “Nella musica ho trovato la forza di andare avanti. Quello che ci gratifica è vedere ragazzi di 18 anni ai nostri concerti, giovani ribelli che non cercano l’omologazione e che non c’erano ai tempi di Curre Curre Guagliò. Noi continuiamo a essere border line. Molti gruppi che hanno cominciato con noi sono spariti e hanno mollato. Prendiamo le distanze dai linciaggi morali e dal giustizialismo che si vedono in giro. Abbiamo sfondato molte porte in questi anni. E adesso andiamo in tournée, a suonare per il nostro pubblico”.