Spettacoli

LA CRITICA

Varmints, l'elettronica classica di Anna Meredith

L'autrice inglese pubblica il suo terzo disco. Undici canzoni sospese tra retrò e sperimentazione 

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Primo elemento: una formazione classica. E non si parla di semplici lezioni di piano, ma di quelle così profonde da generare una "padrona" della materia musicale, compositrice per BBC Orchestra della Scozia. Poi: l'attrazione fatale per la musica elettronica, talmente forte da spingere una ragazza a viaggiare attraverso mezza Europa per suonare tra piccoli e grandi club. Ancora: la ricerca di un landscape sonoro che oscilla tra le colonne sonore dello sci-fi anni cinquanta e gli indimenticabili suoni dei videogiochi negli anni ottanta.
 

L'insieme di questi elementi è la porta d'accesso all'ultimo album di Anna Meredith, Varmints. 37 anni, inglese, la Meredith è al terzo album in 5 anni. Un disco in ci riesce a far convivere acustica ed elettronica. Meglio: un disco in cui la Meredith è riuscita in un'impresa, quella di evitare ogni forma di anestetizzante automatismo, la malattia senile dell'attuale scena musicale legata all'elettronica.
 
Perdite, alienazioni, essere stranieri nella propria terra. Soprattutto quella musicale. Sembra questo il tono emotivo di fondo delle undici canzoni di Varmints. Che - da Nautilus a Last Rose - hanno soprattutto un merito, quello di evitare di scivolare nel "cervellotico". Musica austera ma non gelida, basata su sequenze ma aperte all'imprevisto. Né più né meno che splendide canzoni: merce rara, rarissima, soprattutto sul versante elettronico della contemporaneità musicale.