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Marco Mengoni chiude il cerchio: riparte da Torino il tour dei sold out

A Torino la prima di quindici date, poi le tappe europee di una tournée trionfale. Grande voce e scenografie faraoniche, "in futuro farò ancora di più: è un bene essere sempre insoddisfatti"

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TORINO - SORRISI & Mengoni. Anzi, ride proprio, Marco, al termine della prima data del nuovo tour, in un Palaisozaki impazzito di amore dei fan (e non andiamo sui classici luoghi comuni delle ragazzine, è pieno di maschietti che cantano, tra cui il campione d’Italia della Juve Stephan Lichtsteiner, e anche di nonnine che sembrano accompagnare le nipoti e invece sono lì a urlare a squarciagola L’essenziale e Pronto a correre). Sudato da quello che lui stesso ha definito "triathlon", una fatica lunga due ore, ha ancora la forza di fare un fuori programma: dopo il bis di Guerriero, eccolo tornare sul palco per Kiss di Prince, lui che prima del concerto aveva escluso omaggi al suo idolo, «perché li ho fatti spesso, stavolta sarebbe scontato». Alla fine ha prevalso l’amore, verso il folletto del funky e verso il pubblico.

#Mengonilive2016, Marco chiude il cerchio

Senza questo fuoriprogramma, il concerto si sarebbe chiuso con Guerriero (lui sale sul palco nascosto da un cappuccio e battendo un tamburo tribale), ovvero la canzone con cui si aprivano le date del tour precedente, che si chiamava “Parole in circolo”. «E infatti il cerchio si chiude - sorride lui prima di salire sul palco - sono cresciuto e soprattutto ho lavorato a lungo su questo spettacolo, già mentre ultimavo il precedente: il mio carattere mi rende sempre insoddisfatto, ed è un bene, perché quando sarò soddisfatto del tutto mi ritirerò. Per questo credo che in futuro farò ancora di più». Per intanto eccolo debuttare nella prima di 15 date, di cui 13 già sold out (il 6 e 7 maggio a Milano, il 12 e 13 a Roma, il 21 e 22 all’Arena di Verona), a cui seguiranno 4 date estive (compreso il festival Collisioni a Barolo il 16 luglio), quindi di nuovo in pista tra novembre e dicembre, compresa corposa escursione europea tra Bruxelles, Amsterdam, Parigi, Vienna. In questi ultimi casi però sarà una produzione minimalista per motivi di spazio, lontana da quella faraonica messa in piedi per l’Italia: 10 bilici a trasportare il materiale con cui comporre la scenografia avveniristica. Bella, davvero, maxischermi potenti da 140 metri quadri che si muovono fino in mezzo alla platea. Anche se non tutto è all’altezza: le prime proiezioni iniziali sembrano la brutta copia degli screensaver di Windows di inizio millennio, e le luci sono splendide, ma un po’ fredde. Poi gli effetti migliorano decisamente e nel finale sono mirabolanti, visionari. Un po’ la stessa cosa che capita a lui, che comincia con qualche difficoltà a sciogliere corpo e voce. Un vecchio problema, ma che dura poco, come sempre, quelle 3-4 canzoni. La svolta è su Parole in circolo, seguita da quella che già l’anno scorso era la migliore trovata scenica: Marco issato su una poltrona che vola nel cielo, tipo un quadro di Magritte, e che canta Esseri umani, il suo inno agli «esseri umani che hanno il coraggio di essere umani». Davvero efficace, e d’altronde lui stesso lo definisce il momento più emozionante, «perché guardo dall'alto tutte quelle persone che cinque mesi fa o magari stamattina hanno deciso di comprare il biglietto del concerto e per conquistare i primi posti magari sono state in coda dall'alba». Il pubblico è preda dell’incanto, anche nel senso di canto: Mengoni è in grande forma, carico, la voce va che è una meraviglia. E in qualche canzone a dare il tempo e a suggerire le mosse c’è la app gratuita, che ha il solo difetto di bere energia dagli smartphone come un cammello.

L’entusiasmo sale alle stelle quando per Pronto a correre si fa imbragare e vola di nuovo, stavolta diretto verso una pedana circolare di 3 metri per 3 in mezzo al palazzetto, con una telecamera tipo GoPro che lo inquadra dalla nuca: «Una mossa alla James Bond», scherza. E lì parte un momento intimo di quattro canzoni tra le mani protese dei fan. Quando arriva il momento di tornare indietro però si vede che qualcosa da studiare c’è ancora: invece di volare ancora, scende, circondato subito da quattro guardie del corpo che per fargli strada usano le maniere brusche, e qualche spettatore finisce a terra malconcio. Senza neanche che l’effetto di protezione sia totale: Mengoni ne esce con la camicia bianca strappata dai fan, come Zico dopo aver visto Gentile al Mundial 1982.

Finito il trambusto, si riprende con un tris di canzoni funk come Tonight, I got the fear (in cui imbraccia la chitarra) e Freedom di Pharrell Williams, dove si scambia i ruoli con le due brave coriste, «perché è un brano dedicato alle donne e alla loro libertà, che forse avete aspettato fin troppo». Chiusura con L’essenziale dove scoppiano coriandoli e lustrini ovunque, e La valle dei re, prima di un medley in stile anni 70 di Una parola, La nostra estate e Io ti aspetto, Guerriero e l’omaggio a Prince. Dettagli a parte – ma sono limatine – un bel concerto, forse meno sorprendente del tour 2015. Ma queste sono osservazioni tecniche: i fan non se ne andrebbero più via e applaudirebbero e invocherebbero per ore il loro idolo. Che però tale non si reputa: «D’accordo che sono nato il 25 dicembre, ma non mi sento il Messia».