PJ Harvey, viaggio in musica tra Kosovo e Afghanistan
Andrea Silenzi
La cantautrice inglese torna con l'album "The hope six demolition project", che ha pensato lontana da casa e ha registrato durante un'installazione
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PJ Harvey, The hope six demolition project (Universal)
Kosovo e altre storie. C’è sempre tanta sostanza nei dischi di PJ Harvey. E rispetto alle asprezze degli esordi (ai tempi cioè di Dry e Rid of me, primo anni 90) c’è anche una forma che si lascia ammirare. The hope six demolition project è stato pensato nell’arco di quattro anni, segnati da viaggi in Kosovo, Afghanistan e Washington. Polly Jean ha girato in luoghi disagiati insieme al fotografo e videomaker Seamus Murphy, e dalla loro avventura è nato anche un libro, The hollow of hand, che raccoglie foto e poesie. Poi è arrivato il disco, registrato durante una vera e propria installazione (intitolata “Recording process”) che si è svolta lo scorso anno per cinque settimane nella Somerset House. Un flusso emozionale che PJ ha trasformato in un manifesto di stile, definendo il profilo della cantautrice rock nel 2016.
La copertina dell'album "The hope six demolition project" Impegno con stile. C’è l’inconfondibile etichetta di PJ nelle 11 tracce del disco. È un insieme di paesaggi e colori che somiglia a quadri già visti (c’è un po’ di Siouxsie in River Anacostia, qualche traccia di combat punk in Near the memorials to Vietnam e Lincoln, un soffio di Nick Cave in The ministry of defence), ma tutto serve a illustrare il dolore e la difficoltà di chi vive ai margini della storia. PJ mette in scena un racconto di povertà e soprusi. E lo fa scegliendo un linguaggio che diluisce la rabbia in mezzo al blues, ai sassofoni lasciati in libertà, al gospel, ai rumori in sottofondo dei mercati delle città, al ritmo irresistibile di una canzone irresistibile come The wheel, ispirato a una giostra abbandonata vista in Kosovo.
La modernità. “Quando scrivo una canzone visualizzo l’intera scena. Posso vedere l’ora del giorno, percepire lo stato d’animo, vedere il cambio di luce, le ombre in movimento, tutto è racchiuso in quella foto”. Nelle parole di PJ c’è il senso della sua opera: il tentativo di andare oltre i limiti della canzone, di contenere l’espressione artistica in una scatola che si è fatta troppo stretta. Non è la prima a tentare l’impresa, ma oggi è tra le poche, in ambito rock (rock?), a riuscirci. Porta dentro la sua musica il passato, lo riveste, lo condivide (tra gli ospiti del disco ci sono anche Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e Alessandro Stefana dei Guano Padano), lo fa a pezzi e lo rimonta a suo gusto. Che poi è il gusto dell’oggi. Le voci dei bambini che fanno da sottofondo alla malinconia del sax in Dollar dollar raccontano più di tanti reportage.